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Le datazioni radiocarboniche delle strutture al margine del Villaggio Grande della Terramara Santa Rosa di Poviglio
Sono qui prese in esame le date radiocarboniche effettuate sui riempimenti del fossato del Villaggio Grande e del fossato tra Villaggio Piccolo e Villaggio Grande. Rispetto ai risultati della recente sintesi sulle datazioni radiocarboniche dell’intera Terramara di Santa Rosa (Cremaschi, Gallinaro, Pizzi in press), si sono aggiunte nume-rose date nuove che permettono di meglio precisare l’evoluzione di questo tratto del sito e l’età delle facies culturali in esso attestate
Grotta Paglicci. Processi formativi e significato paleoambientale dei depositi delle unità 22 - 24 (Aurignaziano - Gravettiano)
Nel quadro dello studio sedimentologico della Grotta Paglicci, affidatoci dal prof. Palma di Cesnola, viene illustrato in questo lavoro il tratto basale, pari a circa un terzo dell’intera sequenza, della serie pleistocenica superiore (unità 22 - 24), che corrisponde, dal punto di vista archeostratigrafico, all’Aurignaziano ed al Gravettiano Antico. Alcune considerazioni verranno anche proposte sull’unità 25;esse serviranno a meglio interpretare la sovrastante parte della serie.
Dal punto di vista sedimentologico generale, questo tratto di serie (Cremaschi e Ferraro, in preparazione), si colloca alla sommità di una unità prevalentemente piroclastica (unità 25 – 22) e risulta ricoperto da una zona di prevalenti piani d’uso in contesto eolico (unità 21d – 18 a), cui seguono unita’ ricchi di crolli (unità 17 – 10), seguiti infine da pietrisco e da piani d’uso (unità 9 – 2)
L'abusivismo edilizio, le pratiche sociali e il processo di trasformazione del territorio
Cambiamenti climatici, gestione sostenibile delle risorse, salute delle società e dell’ambiente: il caso studio della Terramara S. Rosa di Poviglio
È sempre più evidente come la salute della nostra specie sia strettamente legata alla salute degli ecosistemi a
livello globale (“One Health”). Solamente rispettando questo rapporto sinergico, sarà possibile gestire le
risorse naturali in modo responsabile, limitando gli effetti del cambiamento climatico, la perdita di
biodiversità e di servizi ecosistemici e il diffondersi di nuove pandemie favorite dalla crescente
globalizzazione.
Si è appena concluso il progetto SUCCESSO-TERRA (PRIN-20158KBLNB; coord. Mauro Cremaschi -
Andrea Zerboni, Università degli Studi di Milano; https://www.successoterra.net), basato sulla sistematica
collaborazione tra diverse competenze in ambito palinologico e geoarcheologico, con lo scopo di indagare il
legame imprescindibile tra le popolazioni terramaricole, presenti in Pianura Padana durante l’Età del Bronzo,
e l’ambiente in cui esse erano inserite.
Lo studio della civiltà delle Terramare (1550 - 1170 a.C.) si collega a temi estremamente attuali quali le
variazioni ambientali, l’impatto antropico e lo sviluppo sostenibile. Infatti, questa società avanzata dal punto
di vista tecnologico e culturale trasformò profondamente il paesaggio e, dopo anni di intenso sviluppo, subì
un declino improvviso probabilmente causato dallo sfruttamento eccessivo delle risorse accentuato da una
concomitante crisi idrica e climatica.
Partendo dall'analisi pollinica già effettuata su campioni raccolti all’interno della Terramara S. Rosa di
Poviglio (RE) che mostrano la presenza di attività umane, si è deciso di implementare gli studi di
ricostruzione paleoambientale analizzando tre carotaggi posti a Nord del sito per ottenere un riferimento sui
cambiamenti a scala regionale nel corso dell’Olocene, identificando le risposte adattative delle società
umane. Le carote sedimentologiche studiate sono state campionate a distanza progressivamente maggiore dal
sito archeologico, sia per indagare eventuali variazioni di impatto antropico sia per analizzare l'uso del suolo
durante e dopo l'Età del Bronzo. È in corso l’analisi palinologica di circa 300 campioni, utile ad ottenere
dettagli sulle aree dedicate alle coltivazioni e al pascolo e sulla presenza di piante sinantropiche nel territorio,
la copertura arborea e lo sfruttamento delle risorse boschive, gli ambienti umidi e la relazione con la risorsa
idrica.
Lo studio del passato può aiutare a comprendere i cambiamenti in atto a livello ambientale. L’analisi
pollinica è un ottimo strumento per ricostruire le trasformazioni indotte da cause climatiche e/o antropiche,
con la potenzialità di orientare scelte politiche future, basate sulla conoscenza di dinamiche a lungo termine,
riguardanti il benessere delle popolazioni
Pratiche e rappresentazioni del territorio che cambia
I cambiamenti che negli ultimi dieci anni hanno investito le quattro regioni oggetto di studio hanno evidenziato processi di trasformazione economica, sociale e insediativa peculiari per ciascuna delle aree. Gli elementi chiave risiedono nei processi di trasformazione produttiva e di terziarizzazione urbana che, puntando soprattutto su capacità competitive e innovative del territorio, hanno seguito percorsi e finalità differenti nei quattro casi.
Le quattro regioni descrivono modi molto diversi di gestire la transizione ad un’economia post industriale. Le differenze sono marcate, e corrispondono in larga misura ai caratteri specifici del sistema produttivo e insediativo, e ai percorsi diversi della crisi. Sono differenze che tutto sommato si accordano meno alla situazione individuale, che non a specifici stili di decisione e programmazione.
In base alla indagine sugli indirizzi programmatici, le differenze tra i quattro casi studio sono apparse marcate. Sia nella struttura e negli indirizzi generali, che per le politiche per le città e l’innovazione dei sistemi produttivi, i quattro casi mostrano posizioni diverse.
Per quanto riguarda l’innovazione, Veneto e Toscana danno spazio alle reti di imprese, quest’ultimo anche con attenzione ai distretti, sistemi produttivi locali o specifici settori tecnologici; mentre Piemonte e Lazio (questo anche attraverso settori o tecnologie specifiche) privilegiano lo strumento delle agenzie.
Per quanto attiene alle politiche urbane, Il Piemonte ha favorito iniziative di maggior respiro, che cercano di favorire processi di riconversione della base economica e produttiva, di miglioramento e diversificazione dell'offerta urbana; la Toscana ha ampiamente territorializzato le politiche urbane, orientate però in modo tradizionale alle infrastrutture e all’efficienza produttiva; Lazio e Veneto hanno curato altre iniziative, non molto orientate alle città e meno attente allo sviluppo delle risorse umane, e senza un forte riferimento territoriale.
Anticipando un giudizio di sintesi, certamente schematico ma suggestivo, questi Docup appaiono condizionati nel bene o nel male dalla preesistenza della grande industria: quando questa mancava, o era stata storicamente debole, e deboli gli effetti della sua crisi, i Docup sono risultati remediali e distributivi, poco concentrati e poco integrati, come nel caso del Veneto e del Lazio, quest’ultimo simile addirittura ad un Por; laddove la grande industria è stata presente, e la deindustrializzazione ha costituito il problema per eccellenza, come nel caso del Piemonte e della Toscana, questi documenti sono risultati un poco più orientati strategicamente, e un poco più territorializzati.
Queste differenze si sono tradotte in orientamenti programmatici, frutto dell’intenzionalità politica e delle reti di interessi; ma sono anche venuti a dipendere da vincoli, regolamenti e shock esterni (la transizione economica), elementi di diversa forza e cogenza. Elementi che sono stati diversi e si sono combinati in modo diverso in ciascuna regione, in linea con situazioni e ispirazioni particolari.
Ma sono anche venuti a dipendere da fattori meno espliciti ma non meno influenti. In questa indagine è stata prestata una forte attenzione alle “pratiche” di programmazione esperite, allo ‘stile’ dei programmi di investimento, nonché alle vicende della mobilitazione dei territori. Come vedremo, il dispiegarsi delle pratiche ha influenzato a ritroso gli orientamenti programmatici, e mostra in definitiva una crescente somiglianza tra i diversi esempi.
Ai fini delle indicazioni programmatiche, dunque, la lettura condotta ha esaminato da un lato i presupposti e dall'altro le pratiche. I presupposti dei programmi dipendevano in particolare dai modi delle perimetrazioni, dalle scelte delle priorità, dalla rappresentazione del territorio, dagli stili di governance. Le pratiche si sono sviluppate a partire dalle forme di territorializzazione dei programmi (non sempre deliberate ex ante), e dalle tematiche specifiche delle politiche per l’innovazione e le città (sovente resistenti alle categorie delle politiche).Per esempio, la tematizzazione della città nei programmi regionali -come si vedrà in seguito- è molto diversa, sia da un punto di vista qualitativo che quantitativo a seconda se viene riguardata dal punto di vista dei presupposti o delle pratiche
Renovacion urban y vivenda in Roma
El cometido de este ensayo es el del estudio y transiciòn de politicas urbanas. Se trata de una cuestion crucial en el desarollo de stas politicas urbanas particularmente en piases como Italia, en los que la relaciòn entre la rehabilitaciòn de los edificios, la revocaciòn urban y el apoyo social es polémica y no siempre pacifica.Nel comune di Roma, nel corso degli ultimi 15 anni, sono stati approvati, o sono in corso di approvazione, oltre 300 programmi integrati di riqualificazione. In questo periodo, il numero e la qualità dei progetti integrati territoriali è venuta crescendo. Questo intervento cerca di delineare alcuni elementi di confronto tra l’esperienza italiana, di Roma in particolare, e quella europea (Cremaschi 2005; Tedesco 2002).
La questione dell’apprendimento e della trasposizione delle politiche è al centro di questo saggio (Fabbrini 2003). E’ una questione cruciale nello sviluppo delle politiche urbane (Cremaschi 2003), in particolare in paesi come l’Italia dove il confronto tra riqualificazione edilizia, rinnovo urbano e sostegno sociale è acceso e non sempre pacifico (Tosi 2000).
Si può dunque generalizzare un’osservazione che venne fatta alla fine degli anni ’80 sulle politiche di quartiere in Francia. Cominciano ad essere verificate in diversi paesi le premesse (Gaudin 1990) che contraddistinguono la costituzione di un campo di politiche distinto. Tra queste si constata:
- la congiunzione di settori dell'azione pubblica fino allora distinti, in particolare quelli relativi alla casa (politica che ha fatto la storia delle città europee durante il boom economico che viene così riassunta in un nuovo contesto) e all'azione sociale e forse, aggiungeremmo oggi, allo sviluppo locale;
- lo spostamento di attenzione dalle politiche di settore alle politiche d’area, rivolte cioè a territori e località specifici, ancorché potenzialmente di scala diversa; volendo generalizzare, si tratta di politiche che trattano più il contesto delle funzioni;
- l'investitura politica o la formazione di un distinto centro –un ministero per la città come in Francia; un assessorato alle periferie come a Roma e in altre città italiane- capace di autonoma decisione sulle azioni integrate.
Come vedremo, nella esperienza del comune di Roma si osserva la costruzione di un centro simile, a partire da un problema sociale inizialmente definito come la riqualificazione della ‘periferia’ che, progressivamente, per errori e sperimentazioni, assume una varietà di nuovi riferimenti e riformulazioni
A che serve il policentrismo?
Tra i principi delle politiche comunitarie, il policentrismo è venuto occupando spazi crescenti (CCE 1999). Con un altro ristretto gruppo di temi, a tratti eterogenei, il policentrismo sembra aver consolidato una sorta di common wisdom nel policy-making comunitario rivolto al territorio (Cremaschi 2005).
Il termine policentrismo ha un significato volutamente ambiguo (per delle rassegne: Kloosterman e Musterd 2001; BBR 2002; Waterhout et al. 2005): si presta ad usi diversi alle diverse scale geografiche, alludendo al riequilibrio territoriale e alla generazione di iniziative dal basso, da un lato; al potenziamento dei potenziali competitivi alla scala del continente dall’altro.
In linea di principio, dunque, il policentrismo sarebbe pertinente proprio perchè aperto, inconclusivo, ambiguo: consente, come altri dispositivi discorsivi delle politiche comunitarie, più di quanto definisca. Come altri ‘plastikwort’ (Migliaccio 2004, 115), è uno di quei termini che acquistano significato più per la capacità di trasmigrare che per quella di denotare; contraddistinti da un elevato grado di “astrazione, aura scientifica, popolarità, potere riduttivo, libera combinabilità, assenza di dimensione storico, geografica e sociale” (ivi) queste nozioni gettano delle reti che unificano campi di esperienza diverse, e consentono un certo grado di libertà di riformulazione tematica. Apparentemente, un’operante metafora generativa delle politiche (Cremaschi 2005).
All’atto pratico, dunque, il policentrismo ha più sfumature di significato, la cui origine è ricostruita nel prossimo paragrafo. E’ utile, in questo come in altri casi, una ricerca che, pur nella modestia dell’occasione, tracci le linee genealogiche del concetto attraverso formulazioni e pratiche. Se ne evidenziano così alcuni problemi e, un po’ contraddittoriamente con le due ispirazioni descritte in seguito, l’originale tensione esplorativa e progettuale
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