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Dal reddito realizzato al comprehensive income. Modelli teorici e convenzionali a confronto.
La transizione dal reddito realizzato al reddito all inclusive, o comprehensive, ha riguardato un arco temporale molto lungo ed è stata il risultato di un processo politico particolarmente delicato. A partire dagli anni 90’, la accresciuta complessità delle transazioni da rappresentare in contabilità e l’accresciuto livello di sofisticazione degli utilizzatori del bilancio, hanno reso non più derogabile l’inserimento dei valori di mercato in bilancio e, contestualmente, la problematica della loro allocazione nei prospetti contabili. L’obiettivo del presente lavoro è quello di formulare alcune considerazioni critiche in merito alle scelte degli standard setter. In particolare, ci si propone di discutere l’efficacia informativa e la correttezza teorica del comprehensive income convenzionale, alla luce dei modelli teorici di reddito all inclusive sviluppati dalla dottrina e dagli organismi contabili internazionali. I risultati ai quali perviene l’indagine suggeriscono che le risposte fornite congiuntamente dal FASB e dallo IASB risultano scarsamente efficaci a soddisfare le esigenze informative degli utilizzatori del bilancio
La governance dei gruppi piramidali tra creazione e appropriazione delle esternalità positive. Un modello esplicativo del rischio di espropriazione
Il lavoro di ricerca, incorniciato nell’ambito della letteratura nazionale ed internazionale di corporate governance sui gruppi piramidali, indaga il tema del rischio di appropriazione delle esternalità positive che il soggetto economico di gruppo potrebbe perseguire, per effetto dello sfruttamento dei benefici privati derivanti dalla posizione di controllo. Il tema è particolarmente rilevante, considerata la ampia diffusione geografica delle architetture piramidali, tanto in Italia quanto nel resto dei Paesi europei, e considerati i numerosi scandali finanziari dell’ultimo ventennio che hanno profondamente sconvolto i mercati finanziari e le relative economie. Tra le diverse esperienze fallimentari, si è scelto di analizzare un caso americano (Enron) ed un caso (Europeo), al fine di mettere a confronto le criticità riconducibili al modello del capitalismo manageriale con quelle imputabili al capitalismo padronale e familiare.
In chiusura del lavoro, tenendo conto dei principali insegnamenti desumibili dalle esperienze fallimentari dei due casi esaminati, si propone un modello teorico esplicativo delle relazioni esistenti tra le strutture piramidali ed i fattori di rischio di espropriazione delle esternalità positive. Il modello illustra che i gruppi piramidali non dovrebbero essere considerati, a priori, una minaccia per il mercato, per gli investitori e per la applicazione delle corrette pratiche di governance. Le strutture piramidali possono, invece, diventare pericolose per il sistema economico quando associate a specifici fattori di rischio legati al contesto istituzionale esterno all’impresa, oppure ai meccanismi interni di governance. Il modello, oltre a rappresentare una sintesi delle suindicate relazioni, si propone anche di offrire una serie di contributi per la teoria ed implicazioni per la pratica
La valutazione dei sistemi di Governance nelle PMI italiane che accedono alla quotazione in borsa. L’impatto sulla performance economica e finanziaria.
La ricerca è stata rivolta allo studio della relazione tra modelli di governance e prestazioni economiche e finanziarie su un campione di aziende italiane medio-grandi e neo quotate, mediante la costruzione di un modello interpretativo che ha individuato la correlazione tra alcune variabili chiave dei sistemi di governo ed i principali indicatori di performance economica e finanziaria (EVA e MVA).
A tal fine, l’analisi ha avuto per oggetto, innanzitutto, una disamina della dottrina economico aziendale in merito ai diversi modelli di corporate governance che si riscontrano nella prassi nazionale ed internazionale. Essa si è dimostrata utile per i motivi che sono di seguito elencati:
1. innanzitutto porta ad esprimere giudizi in merito all’efficacia dei diversi assetti istituzionali in relazione alla capacità dell’azienda di sopravvivere e di svilupparsi nell’ambito dell’arena competitiva;
2. consente di individuare, se esiste, il modello di corporate governance ottimale sotto il profilo economico, ossia del contributo al processo di creazione di ricchezza e dell’allocazione ottimale delle risorse tra le diverse funzioni aziendali;
3. suggerisce ipotetici percorsi di armonizzazione internazionale dei diversi assetti istituzionali in uno scenario competitivo che ormai è globale.
Ciò premesso, si è riscontrata la presenza di tre modelli prevalenti di corporate governance, identificati e distinti in base a due variabili:
- composizione della compagine azionaria,
- stabilità dell’azionariato.
Sotto il profilo della composizione, si è distinto il caso in cui l’azionariato si presenta unitario, nel senso che l’intera proprietà e dunque il controllo è detenuto da un singolo soggetto, da una famiglia, da un gruppo ristretto di persone o da una coalizione politica, rispetto al caso in cui l’azionariato è articolato e frazionato tra una pluralità di soggetti nessuno dei quali detiene posizioni di controllo dell’impresa. Da detta variabile dipende il potere di influenza dell’azionista sull’impresa.
Sotto il profilo della stabilità si è distinta l’ipotesi di una compagine sostanzialmente immutabile da quella di un azionariato continuamente mutevole nel proprio assetto e nella propria composizione. Da detta variabile dipende il grado di identificazione dell’azionista con l’impresa ed il suo orizzonte temporale di riferimento.
Incrociando le due variabili si sono delineati quelli che rappresentano i prevalenti modelli di corporate governance riscontrabili in ambito internazionale:
- La public company o modello anglosassone;
- L’impresa padronale, o modello latino, diffuso soprattutto in Italia, Francia e Spagna;
- L’impresa consociativa, o modello renano, tipico in Germania e Giappone
La implementazione dei sistemi di controllo di gestione nelle PMI della Provincia di Napoli. Alcune evidenze empiriche
In una fase come quella attuale – di crisi
economica e di incertezza – i Sistemi di Controllo di
Gestione divengono una strumentazione indispensabile per le imprese di qualsiasi dimensione, appartenenti ai diversi settori dell’economia.
La ricerca in questione ha mosso proprio dalla curiosità di
conoscere lo “stato dell’arte”, ossia di verificare se le imprese
di dimensioni più rilevanti, operanti nel territorio della
Provincia di Napoli fossero dotate di un Sistema di Controllo
di Gestione e – quando presente – comprenderne il livello
di complessità e di modernità.
Il lavoro è stato interamente realizzato dalla Commissione
di Studio Strategie e Controllo dell’Ordine dei Dottori
Commercialisti e degli Esperti Contabili del Tribunale di
Napoli, in collaborazione con la Camera di Commercio
Industria, Artigianato e Agricoltura della Provincia di Napoli
e della Fondazione Dottori Commercialisti di Napoli.
La Commissione di Studio “Strategie e Controllo di Gestione” si pone la finalità di diffondere la cultura d'impresa, nella convinzione che solo tramite il recupero dell'efficienza e dell'innovazione le imprese della provincia di Napoli possano superare le attuali difficoltà.
In quest’ottica, si presentano i risultati della attività di Monitoraggio su un campione di 277 imprese della provincia di Napoli (con fatturato superiore a 4 ML di euro), volti a verificare l’esistenza e le modalità di implementazione dei sistemi di controllo di gestione. I dati sono stati raccolti mediante la somministrazione di un questionario, seguito da interviste telefoniche.
Il campione è stato accuratamente selezionato con il supporto del Dipartimento di Matematica e Statistica dell’Università Federico II di Napoli.
I risultati dell'analisi sono così sintetizzabili:
- Gli imprenditori della provincia di Napoli associano la necessità/opportunità del controllo di gestione alle dimensioni aziendali e al settore.
- Tale associazione è teoricamente inesatta in quanto i benefici del controllo si esplicano a prescindere dalle dimensioni aziendali e dal settore. Il controllo di gestione serve ad individuare le leve per far crescere i ricavi e/o per ridurre le spese connesse alle inefficienze.
- Sarebbe auspicabile una maggiore diffusione della cultura del controllo di gestione
Le joint venture. Strategie collaborative ed evidenze delle scelte di consolidamento
La dottrina economico-aziendale ha ampiamente investigato il tema delle joint venture, enfatizzando le relazioni sistemiche che spesso si creano tra aziende giuridicamente distinte. L’argomento è particolarmente rilevante anche dal punto di vista contabile, benché si osservi un minor numero di ricerche in tale ambito. Alla luce della recente emanazione dell’IFRS 11, il lavoro di ricerca si propone di offrire un contributo alla teoria ed alla pratica, anche attraverso alcune indagini sulle scelte di consolidamento compiute prima dell’entrata in vigore del nuovo principio contabile. Con riferimento al caso italiano, le evidenze empiriche non supportano la decisione dello IASB di eliminare il consolidamento proporzionale, né rispetto alla prospettiva informativa, né rispetto al presupposto della contrattazione efficiente. Al contrario, gli studi evidenziano la scarsa valenza informativa e l’opportunismo manageriale insito nella scelta del metodo del patrimonio netto. Anche nell’ottica economico-aziendale, la eliminazione del consolidamento proporzionale non appare condivisibile. Difatti, se la comunicazione di bilancio deve rispecchiare la visione sistemica, l’autonomia decisionale e l’unitaria capacità reddituale delle JV, la scelta del criterio di consolidamento dovrebbe ricadere sulle metodologie analitiche, piuttosto che su quelle sintetiche. In questa prospettiva, il lavoro di ricerca suggerisce la riconsiderazione del metodo di reporting attualmente prescritto, al fine di valutare se esso sia realmente idoneo a soddisfare le diverse esigenze degli utilizzatori del bilancio
La corretta valutazione e l’appropriata iscrizione in bilancio delle partecipazioni in imprese controllate e collegate. Il caso dell’Ente Camerale, relativamente agli esercizi 2005 e 2006.
Economia Aziendale e Ragioneria Generale. Analisi delle variazioni economiche e finanziarie, contabilità generale, bilancio e analisi di bilancio
Il Manuale di Economia Aziendale e Ragioneria Generale, giunto alla quattordicesima edizione, sviluppa le principali tematiche relative alle condizioni di esistenza e di funzionamento delle aziende, nelle diverse fasi del ciclo di vita, considerando congiuntamente le impostazioni dottrinali, la normativa civilistica e fiscale, i principi contabili nazionali ed internazionali.
Il volume affronta sia i temi relativi alla disciplina dell’Economia Aziendale, che quelli relativi alla Ragioneria Generale.
Con riferimento all’Economia Aziendale si sviluppano i seguenti argomenti: il concetto di azienda, il soggetto giuridico ed economico, la corporate governance, la scelta della forma giuridica, la gestione, il capitale ed il reddito, il concetto di fabbisogno di finanziamento complessivo e residuale, l’autofinanziamento in senso stretto ed in senso lato, gli schemi principali di analisi delle variazioni economiche e finanziarie, la competenza economica.
Nell’ambito della Ragioneria Generale, invece, si sviluppano le seguenti tematiche: il conto, il metodo della partita doppia, i principali sistemi di scritture, l’IVA, i libri contabili obbligatori, la rilevazione delle principali operazioni gestionali di scambio sul mercato, la concessione e l’ottenimento dei finanziamenti, le operazioni sul capitale proprio, l’avviamento acquisito a titolo oneroso, il personale dipendente, l’assestamento, la chiusura e la riapertura dei conti, il bilancio di esercizio e l’analisi di bilancio.
Il volume, che si caratterizza per una struttura ormai collaudata, è stato sottoposto ad un accurato e completo aggiornamento finalizzato, da un lato, a razionalizzare la esposizione dei diversi argomenti e, dall’altra ad introdurre la trattazione di tematiche divenute ormai tradizionali nell’ambito degli studi aziendali, il tutto supportato da numerosi esempi e schemi di sintesi.
Inoltre, per la prima volta rispetto alle edizioni precedenti, il volume è stato arricchito con l’inserimento di una serie di appendici al termine di molti capitoli volte a sviluppare anche i principali aspetti operativi con esercitazioni e relative soluzioni
Economia Aziendale e Ragioneria Generale. Analisi delle variazioni economiche e finanziarie, contabilità generale, bilancio e analisi di bilancio. XV Edizione
Il Manuale di Economia Aziendale e Ragioneria Generale, giunto alla quindicesima edizione, sviluppa le principali tematiche relative alle condizioni di esistenza e di funzionamento delle aziende, nelle diverse fasi del ciclo di vita, considerando congiuntamente le impostazioni dottrinali, la normativa civilistica e fiscale, i principi contabili nazionali ed internazionali.
Il volume affronta sia i temi relativi alla disciplina dell’Economia Aziendale, che quelli relativi alla Ragioneria Generale.
Con riferimento all’Economia Aziendale si sviluppano i seguenti argomenti: il concetto di azienda, il soggetto giuridico ed economico, la corporate governance, la scelta della forma giuridica, la gestione, il capitale ed il reddito, il concetto di fabbisogno di finanziamento complessivo e residuale, l’autofinanziamento in senso stretto ed in senso lato, gli schemi principali di analisi delle variazioni economiche e finanziarie, la competenza economica.
Nell’ambito della Ragioneria Generale, invece, si sviluppano le seguenti tematiche: il conto, il metodo della partita doppia, i principali sistemi di scritture, l’IVA, i libri contabili obbligatori, la rilevazione delle principali operazioni gestionali di scambio sul mercato, la concessione e l’ottenimento dei finanziamenti, le operazioni sul capitale proprio, l’avviamento acquisito a titolo oneroso, il personale dipendente, l’assestamento, la chiusura e la riapertura dei conti, il bilancio di esercizio e l’analisi di bilancio.
Il volume, che si caratterizza per una struttura ormai collaudata, è stato sottoposto ad un accurato e completo aggiornamento finalizzato, da un lato, a razionalizzare l’esposizione dei diversi argomenti e, dall’altra ad introdurre la trattazione di tematiche divenute ormai tradizionali nell’ambito degli studi aziendali, il tutto supportato da numerosi esempi e schemi di sintesi.
Il testo è arricchito con l’inserimento di una serie di esercitazioni e relative soluzioni poste al termine dei capitoli principali, volte a sviluppare i principali aspetti operativi della disciplina.
Il volume si propone, anche attraverso una esposizione semplice ed efficace, di diventare un valido strumento per gli studenti universitari, per i neolaureati che iniziano a confrontarsi con il mondo delle aziende o delle professioni, per i candidati ai concorsi pubblici e per i professionisti che necessitano di rispolverare i concetti di base
I piani di stock option. Governance, valuation e accounting
Le origini dei meccanismi di incentivazione per i top executives risalgono alla teoria dell'agenzia e agli interessi divergenti tra manager e proprietà diffusa ed eterogenea. Nell'ultimo decennio, tuttavia, studi empirici hanno evidenziato una deviazione nell'utilizzo delle stock option dalla loro funzione originaria, nel senso che esse non si sono dimostrate idonee a garantire che il comportamento dei manager fosse coerente con gli interessi degli azionisti. La letteratura più recente sta studiando la diffusione delle stock option nel caso di società con proprietà concentrata, per finalità diverse dall’allineamento ed in contrasto con le assunzioni della agency theory. In questo filone di ricerca, il presente lavoro ha lo scopo di analizzare la funzione economica dei piani di stock option nelle società quotate italiane che presentano un soggetto controllante, al fine di comprendere se si tratti di un meccanismo di governance o, piuttosto, di uno strumento di espropriazione degli azionisti di minoranza
ll bilancio consolidato come strumento di rendicontazione delle Pubbliche Amministrazioni Locali
La materia del consolidamento dei conti pubblici non
è argomento nuovo. Il moltiplicarsi dei centri di spesa,
la necessità di conoscere e tenere sotto controllo la
spesa pubblica, la modifica dei contesti istituzionali,
sia verso l’alto (l’adesione all’Unione europea e alla
moneta unica), sia verso il basso (vedi le spinte verso
il federalismo) hanno indirizzato l’attenzione dei Governi
più recenti verso la necessità di una lettura coerente
e unitaria dei conti di tutte le realtà pubbliche di
spesa.
Questo interesse si è accentuato con l’ingresso nella
moneta unica e con i faticosi obblighi derivanti dal rispetto
dei parametri di spesa e di indebitamento imposti
dal patto di stabilità interno. Nello stesso tempo va crescendo l’esigenza dei cittadini di ottenere documenti più completi e leggibili per l’esercizio del controllo politico sull’amministratore
cui ha affidato direttamente il proprio mandato attraverso
il voto, quella che viene definita "istanza di accountability".
Come noto il bilancio consolidato rappresenta il bilancio della entità economica (gruppo) vista nella sua unità, a prescindere dalle suddivisioni giuridico-formali delle singole persone giuridiche che la compongono e che, per quanto riguarda i gruppi di società, è regolamentato dal d.lgs. 127/91 che ha recepito la IV e VII direttiva comunitaria.
È però impossibile applicare quanto previsto dal d.lgs. 127/91 alla realtà di comuni e provincie senza i necessari adattamenti. Occorre invece un’attenta riflessione sul contesto e le peculiarità contabili ed amministrative che sono proprie dell’ente locale.
Le differenze, infatti, sono molteplici.
Sul piano contabile è evidente che le aziende previste dall’art. 25 del d.lgs. 127/91 adottano tutte la medesima tipologia di contabilità e seguono gli stessi principi contabili - quelli dell’OIC o gli IAS/IFRS, a seconda dei casi - mentre non è così per quanto riguarda gli enti locali e le loro aziende partecipate.
Sul piano della governance occorre anzitutto meditare sul concetto di controllo, e cioè se risponda alle esigenze di accountability dell’ente locale adottare i criteri previsti ai sensi dell’art. 2359 del codice civile in combinato disposto con l’art. 26 del d.lgs 127/91 o ai sensi dello IAS 27 e della SIC 12.
Altro tema rilevante, strettamente connesso con il precedente, riguarda l’area di consolidamento che viene definita dall’art. 28 del citato decreto legislativo e dai principi contabili internazionali ora elencati.
Infine, occorre riflettere sulle finalità del bilancio consolidato. L’informativa che deve dare un ente locale è diversa da quella che si può richiedere ad una società di capitale. Da qui un ruolo della informativa supplementare, che deve essere fornita, assai più rilevante in un ente locale rispetto a quello previsto dal codice civile
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