1,721,158 research outputs found
Effects of dry grassland vegetative cycle on sheep rumen: a key tool for rangeland management
From an ecological viewpoint, the Apennine grasslands show an annual productive trend, with the highest production corresponding to the flowering peak at the end of June. In the summer, the quantity of phytomass available for flock feeding decreases and a forage biochemical alteration occurs because the increase in the lignin percentage, with a consequent reduction of forage digestibility and nutritional supply. Ruminant digestive apparatus shows high degree of structural and functional variability, reached by means of evolutionary steps; Hofmann demonstrated the occurrence of seasonal adaptations of the digestive system in relation to forage availability and climatic conditions. Anatomical researches, supporting eco-vegetational investigations focused on the maintenance of pastoral ecosystem biodiversity demonstrated modifications of the sheep rumen related to the vegetative cycle of pasture and to interannual climatic differences. At rumen level, four indicative regions were monitored: atrium, dorsal and ventral sac, and dorsocaudal blindsac floor. All regions showed modification linked to different stages of pasture vegetative cycle. We observed macroscopic modifications in papillae mean area, which directly affects the Surface Enlargement Factor during the pasture vegetative cycle, also linked to interannual climatic variations. Modifications were observed also at microscopical level as rumen epithelium keratinization degree and calibre and number of blood vessels. Rumen ventral sac was the rumen region showing macro- and microscopical modification mainly related to pasture qualitative and quantitative changes. At the same time, we monitored the animal Body Condition Score (BCS). Obtained results allowed the validation of BCS as representative parameter of morphofunctional modifications, which are strictly related to ecological-productive variations of the grassland systems. The research gave the outputs to provide breeders a simple method for improving farm management and to define the best practices allowing breeders to fulfil European Union aims for biodiversity maintenance through animal husbandry
Il pascolo animale per la prevenzione degli incendi forestali e la conservazione degli ecosistemi pastorali
Per la prima volta, nel territorio marchigiano, viene effettuata una ricerca scientifica riguardante l’impiego della zootecnia come elemento per la prevenzione degli incendi. Alcuni dati bibliografici sono disponibili da ricerche realizzate in ambienti mediterranei e sub-mediterranei (Toscana) oppure in ambiente alpino; ciò implica che i risultati di tali ricerche non sono utilizzabili come base di partenza per la sperimentazione oggetto di questo Progetto. Il contesto ambientale delle ricerche svolte in altri settori italiani ed europei è infatti costituito prevalentemente dagli ambienti forestali a sclerofille sempreverdi riferibili, dal punto di vista fitosociologico, all’alleanza Quercion ilicis o ai boschi di conifere dell’ordine Vaccinio-Piceetalia. Il contesto forestale appenninico marchigiano è invece riferibile ai boschi misti caducifogli dell’alleanza Carpinion orientalis e, sopra i 1000 m di quota, dell’alleanze Geranio versicoloris-Fagion e Aremonio-Fagion. Queste formazioni vegetali, dal punto di vista ecologico, differiscono dai boschi mediterranei per composizione floristica, struttura (orizzontale e verticale), fitomassa, dinamismo, livelli di umidità del suolo e della lettiera forestale.
Anche dal punto di vista zootecnico esistono notevoli differenze tra le realtà descritte in bibliografia e quella appenninica; tali differenze riguardano sia le razze allevate che le modalità di pascolamento. Infatti, nei territori d’impronta mediterranea l’allevamento è sostanzialmente di tipo stanziale e permanente, mentre in quello appenninico è limitato all’alpeggio estivo con spostamenti stagionali, mentre il pascolo in bosco è tradizionalmente limitato (nel tempo) ed occasionale (nello spazio). L’unica razza che frequenta sporadicamente il bosco è il bovino marchigiano, in particolare le fattrici, nel periodo autunno-invernale.
D’altro canto, la disponibilità di foraggio di buona qualità sulle superfici prative appenniniche è, allo stato attuale, di gran lunga superiore rispetto a quello richiesto dagli animali pascolanti (a causa dei noti processi socio-economici che hanno portato al declino della zootecnia delle aree interne).
A questo quadro forestale e zootecnico si affianca quello relativo al numero ed alla dinamica degli incendi boschivi nel territorio montano, nonché il processo di ricolonizzazione delle aree pascolive da parte delle essenze arbustive e forestali a causa del declino socio-economico dei sistemi pastorali estensivi montani. Le Marche si pongono come una delle regioni italiane con minor superficie forestale percorsa dal fuoco, ma con notevole estensione di praterie montane in condizioni di sottoutilizzo o abbandono.
La maggior parte delle praterie appenniniche è, per quanto riguarda quest’ultimo aspetto, il risultato dell’uso passato del suolo ed il loro mantenimento dipende da una corretta gestione da parte dell’uomo. A partire dagli anni ’50 l’Appennino umbro-marchigiano è stato invece caratterizzato da una progressiva riduzione delle attività agro-silvo-pastorali quali sfalcio, pascolo, ecc., con conseguente graduale modificazione della composizione floristica e della struttura delle comunità erbacee. Il Paléo rupestre (Brachypodium rupestre) noto come “falascone” o “brachipodio”, è diventato, nelle aree sottoutilizzate, la specie dominante poiché la scarsa appetibilità, la possibilità di riprodursi per via vegetativa e la struttura architettonica caratterizzata da un apparato fogliare molto espanso sia orizzontalmente che verticalmente, li rende altamente competitivi nei confronti delle altre specie. Conseguenza di ciò è l’accumulo continuo di lettiera che porta ad una modificazione della diversità specifica. Tutto ciò si riflette naturalmente anche sulla componente zootecnica, poiché gradualmente questi pascoli diventano meno appetibili e produttivi e quindi tendono ad essere ulteriormente evitati dagli erbivori pascolanti.
L’espansione del Brachypodium sp. pl. e, più genericamente, l’accumulo di necromassa nelle fasce ecotonali risultano essere tra le cause principali della propagazione degli incendi, poiché l’innesco è nella maggior parte dei casi esterno all’area boscata vera e propria, interessando le suddette fasce ecotonali (arbusteti, boscaglie e boschi radi), generalmente non gestite dal punto di vista forestale o zootecnico. In tali situazioni l’accumulo di necromassa e la presenza di vegetazione arbustiva possono essere, da un lato, di facilitazione alla progressione degli incendi (di natura quasi totalmente dolosa) e dall’altro rappresentare il veicolo per la propagazione del fuoco verso le parti alte degli alberi (incendi di chioma). La sperimentazione negli ambienti mediterranei italiani ha messo in evidenza come il pascolo nelle fasce parafuoco (aree che interrompono la superficie combustibile e facilitano gli interventi di spegnimento) e nelle zone di passaggio fra esse ed il bosco offra buone garanzie di controllo degli incendi, sia per l’asportazione di necromassa negli spazi aperti, che per il controllo della diffusione delle essenze arbustive dell’ecotono. Inoltre, sia dal punto di vista produttivo che da quello protettivo la sperimentazione in ambiente mediterraneo ha evidenziato interessanti differenze di comportamento fra le specie pascolanti. Gli ovini ed i bovini hanno dimostrato notevole capacità di gestione degli spazi aperti, dovuta ad una elevata ingestione di erba, comportamento che riduce l’accumulo di necromassa limitando così i pericoli di trasmissione del fuoco lungo le bande. I bovini hanno dimostrato una maggiore capacità di contenere lo sviluppo della vegetazione arbustiva dell’ecotono, mentre i caprini, in grado di alzarsi sugli arti posteriori per completare la ripulitura delle piante legnose anche nei luoghi più impervi, hanno evidenziato un’elevata capacità di mantenere “pulite” le aree scoscese o inaccessibili agli altri animali.
Sulla base di tali conoscenze, il ruolo degli ungulati nella conservazione dell’ecosistema è oggi ben riconosciuto (Gordon et al., 1990; Olff & Ritchie, 1998; Silanikove et al., 1998), ma occorre evidenziare che il ricorso alla zootecnia in ambienti boschivi non è sempre facile. È opportuno considerare la stagionalità della produzione foraggiera, che non permette un pascolamento costante durante l’arco dell’anno e tenere presente l’attitudine e le capacità alimentari delle varie specie in rapporto all’offerta del pascolo stesso. Da tutte le precedenti esperienze è emerso che il miglior sistema per diminuire il rischio di incendi si basa sulla riduzione della necromassa, la quale, avendo un basso tenore di umidità può dare origine più facilmente, (rispetto alla fitomassa verde), a processi di combustione. In questa ottica l’utilizzo alimentare della fitomassa prima che questa secchi e muoia, costituisce il punto centrale su cui basare le azioni di prevenzione.
Ugualmente importante nella valutazione degli effetti del pascolo in bosco è la modifica della sua struttura architettonica, nonché il possibile impatto sulla biodiversità vegetale ed animale.
Tenendo quindi presenti le suddette problematiche, il progetto “Zootecnia e prevenzione incendi” (Bando di Ricerca e Sperimentazione – L.R. 37/99 – DGR 1234/05) ha avuto come obiettivo principale la valutazione dell’efficacia, degli impatti e dei costi delle diverse tecniche di pascolo nelle fasce ecotonali o in aree pascolive con abbondante vegetazione arbustiva, sia ai fini della prevenzione degli incendi che del controllo dell’espansione della vegetazione arbustiva e/o di basso valore pabulare nelle praterie montane appenniniche
Prima caratterizzazione dei pascoli montani dell’Appennino maceratese ai fini zootecnici
Il presente lavoro ha evidenziato che i syntaxa studiati possono, in linea di massima, essere suddivisi in tre gruppi
principali: Gruppo A - syntaxa con bassa capacità di carico teorica (<0,5 UBA/ha): Asperulo purpureae-Brometum erecti onobrychidetosum viciifoliae, Asperulo purpureae-Brometum erecti asperuletosum purpureae, Brizo mediae-Brometum erecti poetosum alpinae, Carici humilis-Seslerietum apenninae, Stipo
apenninicolae-Seslerietum juncifoliae seslerietosum juncifoliae;
Gruppo B - syntaxa con media capacità di carico teorica (0,5÷1 UBA/ha): Brizo mediae-Brometum erecti brizetosum mediae, Brizo mediae-Brometum erecti festucetosum commutatate; Gruppo C - syntaxa con elevata capacità di carico teorica (>1 UBA/ha): Brizo mediae-Brometum erecti cynosuretosum
cristati, Brizo mediae-Brometum erecti danthonietosum alpinae, Filipendulo vulgaris-Trifolietum montani gentianelletosum
columnae.Questo quadro cognitivo, opportunamente integrato nel numero di aree campionate per syntaxon e nel numero di syntaxa valutati, potrà essere un importante strumento per avviare la pianificazione degli ecosistemi di prateria sia ai fini zootecnici che della conservazione della biodiversità. La realizzazione di una “Carta della capacità di carico” costituirà sicuramente un ottimo strumento gestionale di partenza al fine di definire la pianificazione dei tempi e delle modalità di pascolo più consone all’area da gestire
Reti Ecologiche: dalla teoria alla pratica. La Rete ecologica delle Marche come strumento di analisi e pianificazione territoriale
Pasture-rumen interaction assessment as a key tool for grassland ecosystem service conservation
Calcareous european grasslands are threatened by the abandonment of traditional management practices. Conservation of pasture biodiversity depends on key elements involved in these age-old activities, such as density of grazing anmals, type of management and aniaml feeding behaviour. As it was demonstrated that grazing history plays a key role in determining species compositon of pasture, it is possible to assume that the conservation/restoration os pasture biodiversity can be best promoted by improovement of the sheep grazing management
Functional pattern behind the temporal niche partitioning in mespphylous grasslands
We demonstrated that when the dominant species is a tall grass the magnitude of edge niche occupation is amplified due to abiotic changes yielded by the tall grass invasion and this phenomenon is underlined by the fuctional features of subordinate species
The interplay between flowering timing and environmental constraints affects the functional strategies in central Apennine grasslands
The timing of flowering is an important component of community assembly. Indeed flowering phenology affects the composition of plant communities through its effect on species interactions. Moreover, flower production is resource-intensive, which might tend to favour reproduction during times of low environmental stress. Nevertheless, if flowering time is critical to competition for resources or avoidance of stress, it could be considered a part of a larger plant strategy that incorporates other functional traits.
Actually it was stated that in grasslands of central Apennines, dominant species tend to bloom in the central phases of the growing season, when no stress acts in the system, day-length and light intensity allow a high rate of photosynthesis, and a long time is available for seed maturation. These species do not need functional strategies allowing fast pre-emption of the canopy or tolerance to stresses. Instead, subordinate and accidental species have functional strategies that allow them to flower before or after the dominant ones or to share the same period through a different type of space occupation. Moreover the functional set underlying the flowering pattern of subordinate and accidental species has a dual ecological meaning. It limits competition with dominant species and enables tolerance to environmental stresses, which change throughout the growing season (i.e. low soil temperature in spring and water shortage in summer). Also invasion of pastures by tall grasses owing to the management cessation affects the flowering-related functional pattern in that during the central and late phases of the growing season (when invasive tall grasses are growing and blooming), flowering species of abandoned meadows are marked by a set of traits devoted to stress tolerance or underlying a long reproductive cycle. It is possible to argue that the comprehension of the changes in the flowering-related functional pattern in abandoned pastures may help to explain the ecosystem functional response to the cessation of anthropogenic disturbance
Functional database of limestone Apennine beech forests
Community-weighted means and functional diversity indices (FDis, functional dispersion; FDiv, functional divergence; FEve, functional evenness; FRic, functional richness; Rao’s Q, Rao’s quadratic entropy) were calculated for the herb layer of north-facing beech forests of central and southern limestone Apennines, in 20 x 20 m plots. Massif name and main topographic features are reported
Carta degli habitat potenziali del bacino marmifero "Monte Altissimo Est" - Piani attuativi dei bacini estrattivi delle Alpi Apuane (scala 1: 2000)
La carta degli habitat potenziali del bacino marmifero “Monte Altissimo Est”, sito in Comune di Seravezza (LU), riporta i tipi vegetazionali rilevati nel territorio in esame ed una matrice che elenca, sulle righe, gli habitat potenziali di interesse comunitario (Allegato I Direttiva 92/43/CEE) e regionale (allegato A, L.R. 56/2000 della Regione Toscana) potenzialmente presenti, riportando la loro corrispondenza con le unità vegetazionali rilevate sul territorio, indicate sulle colonne.
La carta della vegetazione è stata realizzata attraverso fotointerpretazione e fotorestituzione dei limiti vegetazionali e attribuzione dei poligoni derivanti da fotorestituzione ad unità vegetazionali fisionomico-strutturali, rilevate sul campo nel bacino marmifero. Le elaborazioni cartografiche sono state realizzate utilizzando il software Q-GIS. Informazioni sulla vegetazione forestale dei bacini sono state tratte dai dataset “Vegetazione forestale” - Regione Toscana e “Inventario Forestale Toscano”.
Per habitat potenziali si intendono quelli per i quali si ritiene che esistano nel bacino estrattivo condizioni ecologiche potenzialmente idonee alla loro presenza. Inoltre, alcuni habitat, sono stati definiti come “potenziali” a seguito di interventi di ripristino e riqualificazione ambientale. A causa della pressione esercitata dalle attività estrattive, infatti, la potenzialità per alcune comunità vegetali è condizionata all’adozione di misure di conservazione e all’attuazione di interventi di ripristino delle condizioni abiotiche tipiche dell’habitat
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