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    Ci portarono le onde. José Moreno Villa poeta tra modernismo, avanguardia ed esilio

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    José Moreno Villa (Malaga 1887- Messico 1955) è uno degli scrittori spagnoli con cui la critica letteraria è stata per anni maggiormente in debito. A lungo infatti il suo lavoro è stato ben distante dal ricevere la considerazione che avrebbe meritato, nonostante l’ammirazione che gli dimostrano suoi illustri contemporanei come Federico García Lorca, José Ortega y Gasset, Eugenio d’Ors, Juan Ramón Jiménez, Antonio Machado, Gerardo Diego, Luis Cernuda, Octavio Paz, tra gli altri. Letterato, poeta, pittore, archivista, storico, storico dell’arte, critico letterario, José Moreno Villa sta conoscendo oggi una doverosa rivalutazione grazie soprattutto alla riedizione dei suoi scritti principali, specie poetici. Questo libro ne percorre le vicende biografiche e ne analizza l’opera letteraria, mettendo in luce i suoi rapporti con le istituzioni e i movimenti culturali dell’epoca e soffermandosi in particolar modo sulla sua produzione poetica in patria e nell’esilio messicano, a cui è costretto dallo scoppio della guerra civile spagnola. Ne risulta il ritratto di un poeta profondamente integrato nel suo tempo ma slegato da scuole e gruppi, autore di una lirica originale che è un anello di congiunzione tra la vecchia generazione (del 98) e la nuova (del 27)

    Sentieri di Parole. Studi sul mondo sefardita contemporaneo

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    Raccolta di saggi su argomenti sefarditi contemporane

    El ladino como “máquina del tiempo” en Tela de sevoya de Myriam Moscona

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    “El meoyo del hombre es tela de sevoya” (il cervello dell’uomo è come una tela di cipolla). Il riferimento alla fragilità umana contenuto in questo proverbio sefardita ben descrive lo spirito che anima il più recente libro di Myriam Moscona (poeta messicana di origine bulgara sefardita), suo primo volume (per lo più) in prosa. L’opera nasce come resoconto di un viaggio che l’autrice intraprende alla ricerca delle origini della sua famiglia in Europa e Asia, e diventa un peregrinare nei meandri di una memoria personale e collettiva che la porta a ripercorrere fisicamente ed emotivamente i luoghi e i tempi della sua esperienza umana e della storia dei sefarditi dal 1492 in avanti (Díaz-Mas 2006). Nata da un’esigenza razionale di conoscenza e comprensione, la narrazione si addentra in zone così remote del ricordo da perdersi nel sogno, facendo riemengere ferite mai sanate dal passato dell’autrice e del suo popolo. Di ispirazione eterogenea e struttura frammentaria, il lavoro alterna verso e prosa, castigliano e ladino, e sconfina in un’ibridazione che coinvolge il genere letterario, le forme della narrazione, la lingua. Si tratta infatti di un romanzo, ma anche di un compendio poetico, autobiografia, diario di viaggio, libro di memorie, saggio, il cui protagonista non è tuttavia l’autrice, né un personaggio, reale o immaginario, né una collettività, né un luogo, bensì una lingua. Quel ladino che nel corso dei secoli, è stato l’elemento fondativo del discorso differenziale giudeo-spagnolo, e che in questo libro, come cercheremo di dimostrare, viene incontro a Moscona per fornirle, con le parole e la carica culturale e antropologica che esse racchiudono, la possibilità di ricomporre lacerazioni e traumi in un’identità personale e comune ancora parzialmente da negoziare (Senkman 2007)

    "El eslabón abierto de una larga cadena": il viaggio identitario e letterario di Myriam Moscona

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    Il topos del viaggio, ricorrente nella letteratura ebraica di tutti i tempi, è il punto di partenza del primo romanzo della messicana sefardita Myriam Moscona. Tela de sevoya prende spunto dal diario di viaggio dell’autrice in Bulgaria, paese d’origine dei suoi genitori, ed evolve in un’opera più articolata nella quale si amalgamano ricordi, invenzione letteraria, poesia, indagine scientifica. Il viaggio così ridefinito si configura come un percorso interiore alla ricerca della propria identità, di cui la lingua giudeo-spagnola è l’elemento fondante
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