1,721,018 research outputs found
Culture and Business Ethics: The impact on firms’ management of value chain activities
Both globalisation and the growing international competition have affected the complexity of
academic inquiry about business ethic and firms’ social responsibility. The interest of academics for the
underlined subjects is, particularly, supported by the wide range of studies actually available on the topic.
However, further research is necessary according both to the complexity of the issue and to the more
recent and greater environmental changes.
The traditional approach to business ethics may be, particularly, extended by the theoretical
contributions coming out from Cross-Cultural Management studies, since what is ethically “right” and
“wrong” is culturally determined (Adler, 1981, Robertson, 2002; De George, 1993; Donaldson and
Dunfee, 1994, 1999).
Business ethics studies concern with what may be do or not in undertaking business (De George,
1993), involving the rules that govern business activities and the values embedded in the business
practice, as well. Both scholars and researchers generally recognise the impact of culture on the definition
of ethical standards, as well as on the relationship between some cultural variables and firms’ ethical
behaviour (Wines and Napier, 1992; Cohen, Pant and Sharp, 1996; Husted, 2000, 2001). When culture
differs, also ethical views about business may vary and an “ethic gap” may arise. According to our
previous research, an “ethic gap” may, specifically, occur every time that what is considered a-moral in
the home country, became moral in the host country. Similarly, an “ethic gap” develops also in the
opposite situation, when business behaviour is valuated as moral in the origin country, but not in the host
one (Canestrino, 2007).
The above observations point up the necessity to identify the moral standards that international
companies should refer to in such a situation.
The theoretical contrast between ethical absolutism and relativism seems especially play a very
important role in the understanding of modern firms’ internationalisation process, as well as in the
interpretation of the behaviour that companies adopt within the context in which they operate, or intend to
work. While recognising the importance of each mentioned positions, we support the idea that absolutism
may lead to the failure of international initiatives: the absolutist perspective, in fact, seems to overlap with
the guidelines that drove the internationalisation of American Corporations, during the 60s, and which did
not show positive results over time. the highlighted perspective, in fact, led foreign firms to transfer their
2
own cultural models and managerial behaviour in the host country, fostering the emergence of
organisational hybrids characterised by negative synergies (Calvelli, 1998).
On the contrary, relativism fosters firms’ adaptation to local contexts, in coherence with cultural and
moral standard prevailing in the different markets. According to relativists, no ethical norms are better
than others. As a consequence, when firms enter new markets, they have to adapt their activities to the
host country rules, in the observance of the so-called principle of “When in Rome, do as the Romans do”
(Larrison, 1998).
Not every values and believes, however, are able to affect firms behaviour, as well as not every value
chain activities are modified according to local cultural standard.
Referring to the first point, we, particularly, support the idea that only values and believes, deeply
embedded in a context, may influence firms’ behaviour, since they cannot easily be modified over time.
In such situation firms usually adapt their own activities, not only to the moral standard prevailing in the
host country, but also to the ethic rules arising in the domestic context, as well. Similarly, we believe that
not all value chain activities will be adapted to the prevailing moral standard: empirical evidences, in fact,
show that firms tend to focus their attention mainly on production, marketing and finance. Depending on
the above- mentioned observations, we want to understand the inner reasons of the underlined choices.
According to a relativist approach, our paper aims at deeply investigate:
• Which cultural values and believes are able to affect firms behaviour, thus impelling an adaptation
of value chain activities to the moral standards prevailing both in the host countries and in the
origin contexts of internationalisation processes;
• Which value chain activities are mainly adapted to the prevailing moral standard and which are
the reasons of firm’s choices.
A multiple case study analysis was carried out in order to support or, alternatively, refute our
hypothesis. Both our university database and interviews were used for collecting valuable information
about the topic
Il ruolo delle tecnologie dell’informazione nei processi competitivi delle piccole e medie industrie
La produzione, l’adozione e la diffusione delle innovazioni sono fattori essenziali per la crescita competitiva delle imprese e per lo sviluppo economico di paesi e di aree territoriali. A tal proposito, si può, infatti, riscontrare un consenso generale, nell’ambito della letteratura economico-aziendale, nel considerare il cambiamento tecnologico come la più importante risorsa di dinamismo nelle economie capitaliste e l’innovazione come il “core” dello sviluppo delle imprese.
L’uso di tecnologie microelettroniche, la combinazione di computer e di sistemi di comunicazione innovativi hanno accresciuto l’interesse nei confronti dei sempre più rapidi cambiamenti tecnologici, imponendo una maggiore attenzione da parte di ricercatori ed operatori istituzionali nei riguardi, sia dei principali soggetti innovatori, sia dei fattori in grado di generare, attraverso meccanismi di interazione, un terreno fertile allo sviluppo delle innovazioni tecnologiche: ciò a fronte, soprattutto, della crescente sfida competitiva imposta dal consolidamento del processo di globalizzazione dei mercati e delle imprese.
In quanto risultato di un’attività complessa, le innovazioni tecnologiche si configurano come fase finale di un processo circolare che interessa l’intero apparato produttivo e che appare fortemente collegato alla creazione, al trasferimento e alla diffusione delle conoscenze.
Nell’ottica delineata, le nuove tecnologie supportano la nascita e la crescita delle imprese, anche di minori dimensioni, nella misura in cui stimolano lo sviluppo cognitivo delle organizzazioni, indirizzando gli attori verso un ripensamento profondo del sistema del valore aziendale.
Alla luce delle considerazioni riportate, nella prima parte del lavoro, è stata posta l’attenzione sulle determinanti del processo innovativo, evidenziando la natura sistemica dello stesso, ed analizzando i principali fattori – macro e micro-economici - in grado di incidere, direttamente o indirettamente, sulla propensione al rischio delle imprese e sulla capacità delle stesse di attuare comportamenti innovativi.
Nell’ambito delle determinanti micro-economiche, è stata, in particolare, esaminata la relazione esistente, in un’ottica tradizionale, tra dimensione aziendale e innovatività e, in una prospettiva Competence Based, tra risorse e competenze possedute dalle imprese e loro comportamento innovativo.
Qualsiasi innovazione tecnologica assume connotati differenti in relazione alla velocità e all’intensità con cui è in grado di introdurre dei cambiamenti nei sistemi economici complessivamente intesi.
Le tecnologie caratterizzate da elevati livelli di intensità e di velocità innovativa sono in grado, infatti, di modificare, in maniera significativa, non soltanto, i modelli di business adottati dalle organizzazioni, ma i anche i sistemi di comunicazione prevalenti e il modo in cui gli individui lavorano e socializzano.
Alla luce delle osservazioni riportate, si giustifica la crescente attenzione, dimostrata, negli ultimi anni, dagli esponenti della letteratura economico-aziendale e dai principali Osservatori di Ricerca, nazionali ed internazionali, nei confronti dell’affermazione delle tecnologie dell’ informazione (IT) e del world wide web come canale di comunicazione universale.
La velocità delle tecnologie di comunicazione e la facilità con cui le stesse consentono di trasferire informazioni e conoscenze hanno rivoluzionato i modi di competere delle imprese, contribuendo, inoltre, alla nascita di prodotti, servizi e canali di distribuzione innovativi.
Non si può negare, dunque, che uno degli aspetti più evidenti della nuova economia sia l’affermazione della sua componente digitale o virtuale, ovvero di un contesto nel quale le transazioni economiche e le funzioni che governano le imprese, le istituzioni e la collettività sono programmate ed eseguite con il supporto di tecnologie digitali.
Alla luce delle considerazioni riportate, la seconda parte del lavoro è stata indirizzata ad un’analisi del ruolo assunto dalle nuove tecnologie delle informazioni nei processi competitivi delle PMI, dei principali vantaggi ed ostacoli che le organizzazioni di minori dimensioni percepiscono circa l’utilizzo del canale elettronico e del supporto dell’ e-business allo sviluppo internazionale delle imprese.
La constatazione del fallimento di numerose iniziative di e-commerce ha indotto, poi, ad esaminare, sia il modo attraverso il quale la diffusione di Internet ha impattato sulla struttura del settore, modificandone le forze in “gioco”, sia le motivazioni che hanno indotto numerose Internet based company ad un allontanamento dal core business aziendale e dalle attività volte ad accrescere il patrimonio di conoscenze e competenze.
Se da un lato, infatti, l’ingresso in Rete consente agli operatori di ridurre i costi e i tempi di accesso ad informazioni e al know how, offrendo agli stessi l’opportunità di veicolare facilmente tutto ciò che è composto da bit, dall’altro esso rende più difficile acquisire un vantaggio competitivo rispetto ai concorrenti. In quest’ottica emerge la necessità per le organizzazioni di una continua ricerca del giusto trade off tra le diverse attività aziendali, tra flussi fisici e virtuali, nella consapevolezza che i driver della profittabilità di impresa trascendano il tipo di tecnologia utilizzata, radicandosi, piuttosto, nel patrimonio di risorse e competenze posseduto.
L’ultima parte del lavoro è stata, infine, incentrata sull’analisi di un caso aziendale di successo e sulle modalità attraverso le quali una piccola impresa campana è riuscita a sfruttare vantaggi ed opportunità del commercio elettronico, superando gli ostacoli con i quali una PMI deve generalmente confrontarsi
Il Trasferimento della Conoscenza nelle reti di Imprese
La complessa articolazione dello scenario competitivo in cui le im-prese operano, profondamente modificato dal consolidamento del pro-cesso di globalizzazione e dalla pervasività delle nuove tecnologie, ha indotto una rivisitazione critica delle tradizionali fonti del vantaggio competitivo, enfatizzando il ruolo che le risorse immateriali assumono per il successo delle iniziative. La capacità delle imprese di rispondere alla crescente varietà e va-riabilità ambientale appare influenzata, in misura sempre maggiore, dalla disponibilità di capitale umano e di risorse intangibili, piuttosto che dalla accessibilità a risorse fisiche e materiali: in questa prospetti-va si attribuisce un ruolo strategico ai processi di apprendimento come meccanismo attraverso il quale accrescere il patrimonio cogni-tivo delle imprese e concretizzare vantaggi competitivi duraturi e di-fendibili, sia a livello nazionale, sia a livello internazionale. E’ cresciuta, nell’ottica delineata, l’attenzione degli studiosi nei con-fronti della conoscenza quale fonte di differenziazione e di competitivi-tà delle organizzazioni economiche: la creazione e la successiva mobiliz-zazione di risorse cognitive, sempre più disperse a causa dell’estensione dell’arena competitiva su scala mondiale, assumono, pertanto, un ruolo centrale nelle attività di impresa. Alla luce delle considerazioni riportate, la prima parte del lavoro è stata orientata alla sistematizzazione dei diversi approcci teorici rela-tivi ai processi di creazione e diffusione della conoscenza, eviden-ziando limiti, differenze e sovrapposizioni rinvenibili tra i principali contributi esaminati. La conoscenza, quale oggetto di studio delle discipline economico-aziendali, ha assunto rilievo a partire dagli inizi degli anni ’90, in con-comitanza al consolidamento delle concettualizzazioni relative alle no-zioni di “dynamic capabilities”, “organizational capabilities/learning” e di “intel-lectual capital” . Da semplice strumento funzionale, finalizzata alla realizzazione di al-tri processi organizzativi, la conoscenza è divenuta una risorsa da gestire in sé, capace di produrre valore per il solo fatto di essere capitalizzata. La delineata enfasi sul concetto di conoscenza e sul rilievo assunto dalla stessa nell’ambito dei processi di creazione del valore è stata, nello specifico, interpretata come la naturale evoluzione della visione di im-presa come insieme eterogeneo di risorse, che dai contributi pionieristici elaborati in seno alla Resource Based View of the firm, ha trovato la sua massima espressione nelle concettualizzazioni proposte dagli esponenti della Capability-Based e della Knowledge-based View of the firm. Nell’ambito dei delineati paradigmi teorici, sono stati esaminati i principali ostacoli connessi ai processi di gestione del know how, ap-profondendo, in particolare, i fattori in grado di ostacolare, o alterna-tivamente, facilitare il processo di trasferimento del sapere. Tra que-sti è stato evidenziato il ruolo preminente che le strutture reticolari hanno nel sostenere e supportare le singole imprese ad acquisire nuove conoscenze e ad innescare efficaci processi di apprendimento e trasferimento di knowledge tra i partner. I rapporti di cooperazione si affermano, in altri termini, come strumento indispensabile per il superamento dei gap di risorse incontrati dalle organizzazioni eco-nomiche nell’implementazione delle proprie strategie: da essi posso-no discendere rilevanti opportunità di apprendimento per i partner coinvolti, i quali, internalizzando l'uno le skill dell'altro, possono mi-gliorare la propria conseguire migliori posizionamenti competitivi. Un significativo numero di esponenti della letteratura economico aziendale, nazionale ed internazionale, riconosce, dunque, la relazio-ne esistente tra network e knowledge: l’autonomia caratterizzante le ar-chitetture reticolari consente lo sviluppo di una pluralità di nuove a-ree generatrici di imprenditorialità e di know-how ; la presenza di que-ste forme organizzative flessibili influenza l’impresa e rende possibile la creazione di una rete di interrelazioni all’interno della quale ogni nodo si configura come un detentore di nuove conoscenze e compe-tenze. Il rilievo che le architetture reticolari assumono in qualità di “facilita-tori” dei meccanismi di trasferimento cognitivo, ha indotto ad un’attenta analisi delle problematiche connesse ai processi di appren-dimento inter-organizzativo, in relazione alle peculiarità morfologi-che che possono denotare una definita rete di imprese. In coerenza con l’ impostazione delineata, la seconda parte del lavoro è stata in-centrata sull’analisi dei processi di apprendimento e delle dinamiche evolutive tipici delle reti di piccole imprese. Le concettualizzazioni teoriche proposte sono state, pertanto, de-clinate in relazione alle specificità dei network oggetto di indagine e ciò al fine di pervenire ad un’interpretazione cognitiva di una parti-colare tipologia di rete, quella distrettuale, per sua natura “localizza-ta” e profondamente radicata nel contesto territoriale di appartenen-za, e dei cambiamenti in atto. L’affermarsi di nuove regole della competizione internazionale, in-fatti, ha progressivamente contribuito ad indirizzare le imprese di-strettuali verso la ricerca di nuovi mercati in cui operare sottoline-ando i potenziali rischi di una dissoluzione cognitiva dei distretti in-dustriali tradizionalmente intesi. Nei casi di internazionalizzazione produttiva, in particolare, si ve-rifica una transizione di fasi precedentemente realizzate all’interno del sistema locale verso sistemi collocati all’esterno. In quest’ottica, il decentramento di fasi di lavorazione a livello in-ternazionale può essere considerato una delle cause del progressivo deterioramento delle relazioni di interdipendenza cui si assiste a livel-lo locale e uno degli stimoli alla replicazione degli assetti relazionali esistenti in nuovi ambiti territoriali. Il fenomeno sarebbe, pertanto, in grado di condurre ad una pro-gressiva disintegrazione del distretto industriale canonico, almeno nella sua configurazione tradizionale di sistema autosufficiente ed au-tocontenuto, e ad una replicazione di modelli cooperativi in contesti internazionali a forte attrattività. Coerentemente con le osservazioni proposte, e' stata, infine, posta attenzione alle opportunità offerte dai mercati latino-americani, con particolare riferimento all’area brasiliana, all’internazionalizzazione delle imprese distrettuali italiane, individuando nell’esistenza di cluster di imprese locali e nelle omogeneità culturali, alcune delle determi-nanti in grado di guidare le scelte di localizzazione nell’area. Accanto a motivazioni di tipo labour seeking o cost seeking, le impre-se italiane si avvantaggiano e in una prospettiva resource-based, della possibilità di inserirsi in circuiti relazionali già esistenti sfruttando, in un’ottica di apprendimento inter-organizzativo, le potenzialità insite nella costituzione di knowledge system locali. A sostegno dell’esistenza, in America Latina, di condizioni favore-voli all’internazionalizzazione delle imprese italiane, sono stati, per-tanto, analizzati sia gli assetti degli principali cluster di imprese pre-senti nel territorio, sia l’impatto che le omogeneità culturali possono avere sui processi di integrazione in loco. Le tematiche oggetto di indagine sono state approfondite attraver-so lo studio della letteratura economico-aziendale esistente sui diver-si temi trattati e supportate dall’utilizzo di una multiple case studies anal-ysis con l’obiettivo di confutare, alternativamente, supportare le ar-gomentazioni teoriche proposte. A tal proposito si sottolinea come le evidenze empiriche abbiano, nella maggioranza dei casi, confermato le ipotesi teoriche di parten-za, pur evidenziando la necessità di ulteriori approfondimenti. L’Analisi dei diversi cluster di imprese presenti in Brasile e dei dif-ferenti casi di internazionalizzazione di imprese distrettuali in Ameri-ca Latina ha permesso, in sintonia con il pensiero di Yin (1998), di affrontare la complessità del tema trattato, consentendo, attraverso il ricorso contemporaneo a più fonti (documenti, interviste, osserva-zioni) una contestualizzazione dei fenomeni osservati
Il distretto di San Giuseppe Vesuviano, in “I distretti tessili di Sant’Agata dei Goti e San Giuseppe Vesuviano"
I distretti industriali dell'Italia Meridionale: il distretto tessile di San Marco dei Cavoti
Cross-Border Knowledge Transfer in International Strategic Alliances: from Cultural Variations to Asymmetric Learning Process
The explosive growth of international strategic alliances as firm�s way to enter markets, as well as a mode to acquire new knowledge has affected the complexity of academic research about international cooperation and knowledge transfer process. Transferring knowledge among organizations involves a wide range of features. According to this statement, empirical evidences fade out the need of better understand the impact of different variables on international knowledge transfer and sharing.
Starting from the role that the typology of context and the tendency to individualism vs collectivism have in affecting the stability of international strategic alliances, the aim of this paper is to show, through some case studies, to what extent the effectiveness of cross-border knowledge transfer can be influenced by: the role of cultural dimensions, as well as the type of international collaboration (complementary/synergic). Some hypothesis and suggestions for further research will be formulated on learning capabilities of partners involved in an international strategic alliance
La dissonanza etica nei processi di internazionalizzazione delle imprese
La crescita della competizione internazionale e l’affermarsi dei processi di globalizzazione hanno ampliato il panorama di indagine relativo alla business ethics arricchendolo dei più recenti contributi derivanti dagli studi di cross-cultural management. L’esistenza di interazioni multidimensionali nella definizione del comportamento etico delle imprese inducono ad esaminare, sia l’impatto che il livello di sviluppo socio-economico raggiunto da un paese può avere sulla definizione dei principi morali vigenti in un determinato contesto, sia l’influenza esercitata sugli stessi dalla cultura del contesto in cui le imprese operano.
Alla luce di queste considerazioni, il lavoro si propone di approfondire il legame esistente tra cultura nazionale e comportamento etico delle imprese analizzando, in particolare, il modo attraverso il quale alcune variabili possono incidere sulla definizione di un moral free space. Di fronte alle difficoltà di valutazione del comportamento assunto dalle organizzazioni che operano in contesti psicologicamente e culturalmente distanti, il lavoro si propone, inoltre, di fornire un modello interpretativo della condotta assunta dagli attori economici internazionali, in considerazione del modo attraverso il quale credi e valori di determinate aree-paese possono incidere sulla precisazione di ciò che è considerato etico e di ciò che non lo è
Collective Network and Communities of Practice: the transformation of the Priorat Wine Region
One of the most interesting stories of the late 20th century winemaking was the rebirth of the Priorat region. Located in the north-eastern of Spain, Priorat has been completely transformed from a forgotten land into a top quality wine production district, becoming the second Spanish region, after Rioja, to be awarded Denomination de Origen Calificada (DOCa) status.
Previous studies about the Priorat have pointed out geographical and environmental reasons to explain regional success. Other works have remarked marketing and internationalization aspects in justifying the extraordinary gained results. However, our empirical data, obtained through different interviews with the main characters and through observation show evidence of other reasons. The aim of this paper is to better understand the evolution of the Priorat over time and to inquire about the key success factors that have fostered its results, affecting also regional social and economic ground.
Preliminary data show evidence that although there are many aspects which collide and contribute to this success, knowledge sharing and the development of a cluster or collective network play a crucial role. According to the above considerations, we have been able to identify those aspects that have fostered the rising of a local network, giving particular attention to knowledge sharing processes. First, our findings show that practice is the underlying key aspect which sustains the possibility of knowledge sharing. Second, there have been three mechanisms which have facilitated knowledge sharing within the network: the existence of boundary objects, the performance of a brokering role and finally, storytelling
Managing Expatriation, Repatriation and Organizational Learning in MNCs: an Integrative Framework
In the expanding global economy knowledge has became one of the most strategically-significant resource, so that firms’ competitive advantage depends, more and more, on their ability to create, transfer and protect knowledge asset.
Since very few firms are able to develop a wide range of knowledge internally, expatriation and repatriation may be considered as important sources of competitive advantage, thanks to the huge amount of knowledge, both tacit and explicit, that corporate may acquire by managing the cycle.
Prior researches mainly investigated the intra-organisational knowledge transfer – from headquarter to subsidiaries – allowed by the expatriates. Very few studies, on the contrary, focused on the “reverse” process – from the subsidiaries to headquarter. According to this, we aim at deeply investigate the conditions upon which intra-organisational knowledge transfer may occur, and corporate learning process may be fostered, as well. In doing so, we focus on the entire expatriate-repatriate cycle, assuming that the effectiveness of knowledge transfer depend on the way the whole process is managed. An integrative theoretical model will be finally suggested, and recommendations for further researches will be proposed
- …
