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I pavimenti del Santuario di Santa Maria presso San Celso
Carlo Togliani ha scritto ed è responsabile delle notizie storiche e di archivio relative ai lavori alla basilica alle pp. 87-109, 114-121 (cfr. dichiarazione n. 1, p. 101), comprendenti i paragrafi: "Note d’archivio"; "Il completamento della navata centrale (1833-1835)"; "La prima campata della navata laterale sinistra (1840)"; "Restauro della porzione presbiteriale, del pavimento sotto il tiburio e di due campate della navata maggiore (1842), esecuzione di tre campate della navata laterale sinistra (1842, 1843-47) e della prima campata laterale destra (1843-47)"; "Sostituzione del pavimento nel transetto sinistro (1852), esecuzione del pavimento di tre campate della navata laterale destra (1852-1856) e in mezzeria al 'poscoro' (1852-53)"; "Il transetto destro e le campate di raccordo con navate laterali e deambulatorio (1861-63), le 8 campate del “Poscoro” (1864-66), i gradini dell’altar maggiore, le balaustre laterali (1864) e frontali dell’Altar Maggiore (1865)"; "Disegni". La ricerca d'archivio ha rivelato interessanti e inedite informazioni relative alla storia materiale della Basilica milanese di Santa Maria presso San Celso con particolare riferimento alle pavimentazioni e agli arredi marmorei interni del presbiterio. Le note di pagamento redatte fra XVI e XIX secolo hanno consentito di riconoscere committenti, artefici, materiali ed anni di esecuzione di pregevoli manufatti di scultura e intarsio, oltre che dell'opus sectile pavimentale, ritenuto uno dei più pregiati dell'architettura milanese. Quest'ultimo, tradizionalmente attribuito dagli storici ad un'unica fase esecutiva e a Martino Bassi, è stato in realtà eseguito in diverse, sconosciute e insospettabilmente tarde campagne di lavoro, condotte sotto la supervisione degli architetti Giovanni Battista Chiappa e Giacomo Moraglia, in questa sede finalmente svelate: completamento navata centrale (1833-35); prima campata della navata laterale sinistra (1840); restauro del pavimento del presbiterio, sotto il tiburio e di due campate della navata maggiore (1842); esecuzione di tre campate della navata laterale sinistra (1842, 1843-47) e della prima campata laterale destra (1843-47); sostituzione del pavimento del transetto sinistro (1852); esecuzione di tre campate della navata laterale destra (1852-56) e in mezzeria al "poscoro" (1852-53); transetto destro e campate di raccordo con navate laterali e deambulatorio (1861-63); otto campate del "poscoro" (1864-66); gradini dell'altar maggiore e balustre laterali (1864) e frontali dell'altar maggiore (1865)
Forme e ornamenti del presbiterio di Santa Maria presso San Celso
Carlo Togliani è responsabile e ha scritto i testi alle pp. 15-81, comprendenti i paragrafi che vanno da "La fondazione, l'ornamento presbiteriale del 1473 e i possibili assetti della prima chiesa" alle "Conclusioni" (cfr. dichiarazione p. 56). Il saggio ripercorre, attraverso inedite carte d'archivio, la storia costruttiva della chiesa di Santa Maria presso San Celso, con particolare attenzione all'assetto presbiteriale ed ai suoi pregiati arredi marmorei. Vengono così ripercorsi gli assetti dell'ultimo quarto del XV secolo (con gli architetti costruttori Giovan Giacomo Dolcebuono e Giovanni Antonio Amadeo), quelli cinquecenteschi di facciata e coro (sotto la direzione dell'architetto Galeazzo Alessi) e per la campata del tiburio (con l'architetto Martino Bassi e con gli scultori Stoldo Lorenzi e Annibale Fontana), mettendo in luce il ruolo rivestito dall'arcivescovo Carlo Borromeo per l'altare dell'Assunta. L'esecuzione di quest'ultimo spetta ai fratelli lapicidi Domenico e Giovanni Maria d'Arzo, mentre del Fontana sono le statue dell’Assunta (1586-87) e di San Giovanni Evangelista (1587), e il Transito della Vergine (1587). Con la morte di Bassi (1591), la direzione lavori fu affidata agli ingegneri Giuseppe Meda (1592), Ercole Turati (1592-95) e Dionigio Campazzo (1595-97), con la documentata esecuzione, a partire dallo scadere del XVI secolo, di parte del ricco pavimento lapideo
"Templum et turrem extruxit". La gonzaghesca basilica palatina di Santa Barbara
La basilica palatina di Santa Barbara, edificata nel contesto del Palazzo Ducale di Mantova, costituisce sicuramente un unicum del panorama architettonico del secondo Cinquecento. Definita da Jacopo Strada “la più bella che io abbia visto in tutta Italia”, menzionata nella Scrittura sopra il duomo di Brescia (7 maggio 1567) da Andrea Palladio, costituisce un interessante esperimento di edificio basilicale maturato in concomitanza e negli anni immediatamente all’indomani del Concilio di Trento. Il saggio, alla luce di documenti editi e inediti, dei dati geometrici, materiali e strutturali emersi in occasione dei recenti restauri, restituisce la genesi dell’edificio e le tappe di una costruzione avvenuta per parti e non senza ripensamenti ed incidenti. Accidenti che, in ultima istanza, hanno però consegnato alla storia dell’architettura un edificio che non conosce precedenti e filiazioni. Ispirata dal cardinale Ercole Gonzaga, voluta dal duca Guglielmo, ideata dal pittore e architetto Giovanni Battista Bertani, eretta, fra gli altri, dagli architetti Paolo Covo, Cesare e Pompeo Pedemonte, fu fregiata dalle pale dipinte da Domenico Brusasorci, Ippolito Andreasi, Lorenzo Costa, Luigi Costa, Teodoro Ghisi e Giovan Battista Giacarollo, delle “coltrine” di Giulio Rubone, Felice Faggiani e Giovanni Francesco Mierini (tutti allievi o cresciuti in un contesto artistico impregnato della lezione di Giulio Romano) e impreziosita dallo straordinario organo di Graziadio Antegnati per essere chiesa, mausoleo e luogo di specifiche, coreografiche e scenografiche liturgie. In un vasto e luminoso ambiente, che è sintesi di impianto longitudinale e centrale, sotto due inedite, grandi lanterne finestrate, sull’alto podio che cela la cripta, dotata di uno straordinario tesoro reliquiario, vi si celebrarono, se non le glorie dell’intero casato, perlomeno quelle di chi la volle fortemente, il duca Guglielmo Gonzaga, che vi fu sepolto
Gabriele Bertazzolo e le feste mantovane per l'Imperatore Mattia d'Asburgo (1612). nei documenti d'archivio e in una rara cronaca del tempo
Il 1612 costituì per Mantova e per la storia dello spettacolo barocco una data importante. Il ritrovamento di una cronaca a stampa, assai rara e ad oggi nota in un esemplare conservato presso la Biblioteca Alessandrina di Roma, consente di ripercorrere, nel dettaglio, le tappe e le modalità dei festeggiamenti indetti in quell’anno e nella capitale del ducato gonzaghesco, per celebrare l’ascesa al trono dell’Imperatore Mattia d’Asburgo. Il testo, unitamente ad alcuni documenti d’archivio, consente di ripercorrere le tappe dei festeggiamenti, protratti su più giorni, comprendendone le dinamiche attuative, le responsabilità esecutive e i luoghi che ne furono teatro, nella città e all’interno di Palazzo Ducale. Introdotti da un solenne Te Deum cantato nella cattedrale di Mantova, si articolarono in cerimoniali e solenni “passeggi” per le vie cittadine addobbate e illuminate a festa, in pirotecnici falò allestiti nelle principali piazze ed incroci cittadini, in “cavallereschi giochi” entro la scenografica cornice di Piazza San Pietro (oggi Sordello) e nelle vie contigue, e nello spettacolare volo dell’ippogrifo dalla Torre della Gabbia, espediente quest’ultimo (apparentemente mutuato dal veneziano ‘volo dell’Angelo’) di cui non si conosceva la pratica mantovana. Le celebrazioni compresero anche l’allestimento di un’opera (il Ratto delle Sabine), scritta dal commediografo don Federico Follino e messa in scena in Palazzo Ducale nella splendida cornice del giuliesco Cortile della Mostra (con complessi apparati scenografici, l’intervento di attori, comparse, musici e macchine semoventi di artificiosa fattura) e furono concluse da uno sbalorditivo e “lauto banchetto” consumato su una grande zattera lignea, forse la stessa allestita nel 1608 per le nozze del principe Francesco IV Gonzaga con Margherita di Savoia. Protagonista tuttofare e di rara abilità fu, nel 1612 come nel 1608, Gabriele Bertazzolo, proprio in quelle settimane impegnato (e anche ciò costituisce una novità) nelle feste per le nozze di don Cesare Gonzaga di Guastalla e Isabella Orsini. L'attività dell'apprezzato ingegnere, architetto e scenografo si arricchisce così di nuovi importanti tasselli
Le ragioni di un dono
Descrizione dell'attività di Paolo Carpeggiani, studioso e storico dell'architettura e dell'arte, corredata dalla completa bibliografia costituita da più di cento titoli
Oltre il limite ultimo. Nuove considerazioni sul Teatro di Sabbioneta
Il lavoro dello storico dell'architettura va inteso come quello di un investigatore: occorre saper cogliere tutti gli indizi, abbandonare ogni pregiudizio o idea preconcetta, spingere il pensiero al di là di limiti ed ostacoli, alla ricerca di soluzioni che poi, in ultima analisi, si rivelano sempre essere le più ovvie. Questi sono i presupposti fondamentali per fare di un ricercatore un buon ricercatore, e il caso del Teatro di Sabbioneta lo ha dimostrato. Se, dopo i molteplici studi condotti su questo capolavoro dell'architettura teatrale, sembrava impossibile poter aggiungere qualcosa di nuovo, lo studio di Enrico Brunelli, prendendo spunto dal saggio di C. Togliani, "Il Teatro di Sabbioneta. Storia e controstoria" (2005), ha invece rivelato il contrario, aggiungendo nuovi ed inediti tasselli, fondamentali soprattutto per la comprensione dell'apparato decorativo pittorico della sala, rivelandone le fonti iconografiche e i soggetti ritratti, correggendo alcune interpretazioni correnti e chiarendo aspetti rimasti, sino ad oggi, irrisolti
A servizio della tavola. Cucine, dispense, cantine gonzaghesche dall’archivio al palazzo
Gli estesi lavori di ristrutturazione e musealizzazione, condotti fra XIX e XX secolo nel Palazzo Ducale di Mantova per ragioni che all’epoca apparivano del tutto plausibili, si sono prevalentemente concentrati sul ripristino degli appartamenti signorili trascurando i locali di servizio, popolati dal numeroso seguito costituito da servitori o impiegati di cui la cittadella del potere necessitava quotidianamente e diuturnamente. Di questi le cucine, con tutti gli ambienti necessari al loro approvvigionamento e funzionamento, non solo non sono stati recuperati, né tantomeno inseriti all’interno del percorso di visita, ma mutilati o addirittura eliminati rendendone la ricostruzione degli assetti e la stessa individuazione particolarmente complessa. Per ovviare, almeno in parte, all’irrimediabile perdita, soccorrono i rari dati archeologici e, soprattutto, i documenti d'archivio: pochissimi i disegni, più numerosi, invece, inventari, relazioni, corrispondenze. Si aggiungono poi due sostanziali certezze: che non esisteva a palazzo un’unica cucina, bensì tante cucine (con relative pertinenze) quanti erano gli appartamenti, e che esse, per ragioni di decoro e per prevenire disastrosi incendi, si trovavano generalmente ai piani di sottotetto o, al contrario, negli interrati o ai livelli terreni, mai ai piani nobili, separate se possibile da questi ultimi mediante cortili, ma ad essi direttamente collegate grazie a scale di servizio. Il saggio ripercorre l'allestimento e il funzionamento di questi perduti e dimenticati spazi di servizio, focalizzando su: la cucina e la «stuveta» di Gianfrancesco Gonzaga in Corte Vecchia; la cucina proposta ai tempi di Ludovico II sopra la Sala del Pisanello; i camini della Domus Nova di Federico I; le cucine di Federico II nell’Appartamento di Troia e della Rustica (e quelle di Palazzo Te); la cucina di Corte Vecchia per la tavola di Federico II, Isabella d’Este e Guglielmo Gonzaga; la «coquina ducale», fra Corte Vecchia e Castello; la grande cucina in Corte Nuova; i locali di servizio di Corte Vecchia (terrazza, «bottiglieria», cantine, pozzo, ghiacciaia); le cucine di Vincenzo I nel «giocho dela balla»; il rinnovamento settecentesco delle cucine di Corte Vecchia
Giulio Romano, la Rustica e le camere di Federico “in Castello”. Appunti di cantiere
Il cantiere della Rustica di Giulio Romano in Palazzo Ducale a Mantova è indagato attraverso le fonti di archivio con particolare interesse per gli aspetti costruttivi e di cantiere. Emergono artefici, materiali, tecniche e nuove considerazioni su di una architettura lasciata incompiuta dall'allievo di Raffaello. Il saggio, alla luce dei documenti dell'epoca, consente infatti di ascrivere a Giulio Romano non solo il disegno della Palazzina della Rustica, bensì il più articolato progetto per il collegamento con la ex Loggia dei Marmi (oggi Galleria dei Mesi), mediante le lunghe 'maniche' note come il "corridore verso messer Grossino" (poi Galleria della Mostra) e il "corridore discoperto" (il doppio loggiato verso il Lago di Mezzo). Il progetto trasformò il perduto "Giardino grande" di Castello nel Cortile della Mostra di Palazzo Ducale, libera interpretazione, ma su di un unico livello, del Cortile del Belvedere Vaticano. L'esame delle fonti consente inoltre di puntualizzare sulle modalità esecutive di un cantiere reso complesso dalla geografia del luogo e sul ruolo determinante assunto da maestranze specializzate in costruzioni militari sotto la guida del tecnico Carlo Nuvoloni. I documenti offrono spunti per nuove considerazioni anche relativamente all'Appartamento federiciano di Troia e al perduto e sconosciuto "giardino piccolo", poi occupato dalla cinquecentesca basilica palatina di Santa Barbara. il Saggio costituisce una rielaborazione critica e maggiormente articolata ed approfondita di un precedente contributo dell'autore sullo stesso argomento
La Casa del Popolo di Buscoldo: un episodio emblematico nel panorama cooperativo mantovano
Il cosiddetto "palazzo del popolo" di Buscoldo, eretto fra 1911 e 1913 dalla locale Cooperativa di lavoro e Consumo, costituisce, nel panorama delle case del popolo edificate nel Mantovano nei primi due decenni del XX secolo, un vero e proprio unicum per dimensione, modernità di impianto e visionaria prospettiva di sviluppo. Voluta da uno dei più ferventi ed osteggiati socialisti della provincia, il buscoldese Giuseppe Bertani, essa si configura come un imponente blocco a U di concezione assai moderna, per caratteri distributivi, dotazioni tecnologiche e lessico architettonico, quest'ultimo ispirato a moderni (per allora) canoni Liberty. La distruzione e/o dispersione dell’archivio della Cooperativa ha però determinato un vero e proprio “buco” storiografico, lasciando, ad oggi, del tutto anonimo l’ideatore del progetto architettonico.
Il saggio, partendo dai pochi inediti documenti sopravvissuti (fortunosamente rintracciati), ripercorre, attraverso l’indagine biografica dei componenti del comitato tecnico all’atto della fondazione della Cooperativa nel 1891 (gli ingegneri Dante Sacchetti, Riccardo Cristofori, Roberto Vallenari, tutti di formazione politecnica, i primi due laureati a Torino, il terzo a Milano), il contesto socio-politico in cui l’edificio è stato concepito ed edificato. Ne è emersa una fitta rete di relazioni che consentono di ricondurre il complesso alle coeve esperienze della prima edilizia popolare di Mantova (nella fattispecie alle Case Popolari volute dal sindaco Cristofori ed erette, fra 1909 e 1912, sotto la direzione dell’ing. capo Carlo Andreani su progetto della commissione tecnica composta dall’arch. Ulisse Malanca e dall’ing. Alberto Cristofori) e alla Casa del Popolo di Castel d’Ario (con relative pertinenze) progettata e costruita sotto la direzione di Alberto Cristofori fra 1907 e 1911.
L’attribuzione dell’edificio buscoldese ad un contesto dunque strettamente relato ai Cristofori, padre e figlio (Riccardo e Alberto), legato ad alcuni professionisti minori (come Malanca e il geom. Giuseppe Motta) alle maestranze impegnate nei lavori per la bonifica idraulica del comprensorio buscoldese o di Roncocorrente (condotta, su iniziale progetto di Vallenari, sotto la direzione dell’ing. Giovanni Scarpari), è accompagnata da una più precisa definizione della cronologia e dal riconoscimento delle funzioni originarie. Oltre alla sala teatrale, l’edificio disponeva di 45 locali, comprendenti uffici, caffè, sala di lettura, osteria, abitazioni, esercizi commerciali, magazzini, macelleria e giardino, la cui collocazione e distribuzione è stata ipotizzata e formalizzata in tavole planimetriche, realizzate componendo, ai vari piani, le inedite piante catastali del 1951, e sul rilievo dei prospetti, appositamente eseguiti in occasione del convegno dagli architetti Silvia Chiarini e Stefano Cremonesi.
L’indagine storico architettonica è stata accompagnata dalla ricognizione della stampa socialista del tempo che, pur tacendo il nome del o dei progettisti, ha restituito un inedito quadro di contesto, assai meno idealistico di quanto non sia stato tramandato dalla storiografia, con l’opposizione e le contestazioni che un edificio tanto imponente ebbe a suscitare ai vertici più alti del Partito Socialista e, nella fattispecie, nell’on. Enrico Dugoni. Ciò sicuramente spiega, almeno in parte, il lungo silenzio calato sull’opera, silenzio aggravato dalla prematura e violenta morte di Bertani (1919), che non poté completare la grandiosa opera edilizia con la costruzione di scuole e alloggi per lavoratori anziani o inabili, come previsto nelle intenzioni originarie
"Una gran Piazza, con una strada nobilissima nel mezzo, ed altre poi di quà, e di là". Nuove ipotesi per la scena del Teatro di Sabbioneta
Il saggio propone una diversa lettura del Teatro all'Antica di Sabbioneta, considerandolo più l'interpretazione scamozziana del teatro antico descritto da Vitruvio che non un'originale e mai replicata invenzione di teatro o spazio totale, privo di scenafronte ed arcoscenico, che la critica, da decenni, va considerando e propugnando. L'indagine 'vitruviana', innescata dalla testimonianza dell'architetto Tommaso Temanza, ha trovato conforto nell'indagine geometrica ed archeologica sul manufatto, nelle conoscenze prospettiche dello Scamozzi e nelle critiche rivolte a Sebastiano Serlio dallo stesso architetto vicentino nell' "Indice" all'opera del trattatista bolognese. Nuovi spunti sono poi offerti dall'inedito manoscritto (copia dell'originale scamozziano relativo ai capitoli XIX e XXI, rispettivamente dedicati ai teatri e anfiteatri antichi) conservato nella Biblioteca Bertoliana di Vicenza, che offre il destro per una comparazione fra il pensiero dell'architetto vicentino e quello di Marco Vitruvio Pollione,nella trasduzione commentata pubblicata da Daniele Barbaro nel 1556. Ne sortisce una nuova interpretazione del teatro sabbionetano che, anche attraverso ricostruzioni grafiche, rivela un possibile e inedito aspetto del Teatro all'Antica, coerentemente concluso da scenafronte e con più strade prospettiche, disposte (a differenza del palladiano Olimpico vicentino) in perfetto allineamento con il punto di vista dell'osservatore principale, vale a dire con la loggia riservata al duca Vespasiano Gonzaga
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