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    Limiti soggettivi all'acquisto di assets fallimentari

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    L’Autore analizza le problematiche poste dalla carente disciplina normativa genera in tema di limiti soggettivi all’acquisto di assets fallimentari, in particolare dei crediti. La soluzione offerta è nel senso che sia l’acquisto sia l’assunzione tramite concordato di assets fallimentari non sono riservati agli intermediari finanziari, neppure nell’ipotesi in cui dette operazioni siano svolte nell’esercizio di un’attività che rappresenta direttamente l’oggetto dell’impresa. Invero, l’acquisto puro e semplice di crediti pro soluto non è attività di finanziamento, perché la corresponsione del denaro è fatta al cedente con effetti irreversibili ed incondizionati: dunque, nell’assoluta assenza dell’elemento della rimborsabilità. Costituisce pertanto un falso problema quello relativo all’individuazione della vicenda del contratto di acquisto o di assunzione di concordato fallimentare nelle ipotesi in cui tali operazioni vengano svolte, nell’esercizio di una attività che rappresenta direttamente l’oggetto dell’impresa, da operatori che non siano iscritti nell’elenco degli intermediari finanziari o nella sezione speciale dell’elenco, rispettivamente previsti dagli artt. 106 e 113 T.u.b

    L’iscrizione in bilancio degli apporti non di capitale (titoli partecipativi e apporti di terzi nei patrimoni destinati), in Rivista del diritto commerciale e del diritto generale delle obbligazioni

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    Nell’articolo si affronta la tematica delle modalità di iscrizione degli strumenti finanziari di partecipazione nel bilancio di esercizio. L’analisi prende le mosse dal disposto dell’articolo 2346 cod. civ., il quale, da un lato, impone che lo strumento finanziario sia necessariamente emesso a fronte di un apporto e, dall’altro, lascia alle parti totale libertà nella configurazione di tale apporto. In primo luogo, l’Autore rileva la differente disciplina che deve essere applicata a seconda che l’apporto determini il trasferimento della proprietà di un cespite o di un credito ovvero consista nel solo godimento di un bene. Secondariamente, sono analizzate le differenze che sussistono tra apporti che sono destinati ad essere restituiti - che dovranno sempre essere iscritti fra i debiti della società – ed apporti che, al contrario, sopportano il rischio generale di impresa, e che come tali nel passivo del bilancio dovrebbero essere classificati fra i mezzi propri (patrimonio netto), e non fra i debiti

    Lo scioglimento e l’estinzione della società fra apertura, chiusura e riapertura del fallimento

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    L’Autore si confronta con l’innovazione legislativa secondo cui lo scioglimento della società per effetto della dichiarazione di fallimento non è più un fatto scontato, un “automatismo”. Secondo l’Autore, invero, solo in alcuni casi la procedura fallimentare determina l’estinzione della società, ben potendone, in taluni altri, toccare la struttura solo in parte. Altro problema che viene affrontato è quello posto del raccordo fra la nuova formulazione dell’art. 10 l. fall. – secondo cui la società può essere dichiarata fallita soltanto entro un anno dalla cancellazione – e il nuovo articolo 2495, co. 2, cod. civ. – secondo cui la cancellazione della società dal registro delle imprese ha efficacia costitutiva. E risolve l’annoso problema della conciliazione dell’estinzione della società con l’emersione di sopravvivenze e sopravvenienze attive sostenendo che la presenza di attivo è incompatibile con la fattispecie estinzione della società, per modo che tale evenienza determina una necessaria revoca della cancellazione dal registro delle imprese (e della conseguente estinzione dell’ente)
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