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    Mussolini e la questione jugoslava durante la prima guerra mondiale

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    Benito Mussolini fece della propaganda antijugoslava uno degli strumenti più efficaci per la ricerca del consenso e per la conquista del potere in Italia. Tuttavia, l’approdo di Mussolini a posizioni vicine a quelle del nazionalismo slavofobo non rappresentò l’esito naturale ed inevitabile di un percorso politico lineare, quanto il progressivo aggiustamento e il graduale adattamento delle proprie convinzioni a quelli che sembravano essere i principali orientamenti dell’opinione pubblica italiana. Di fronte al successo sempre maggiore che, in termini di seguito politico, le tesi più oltranziste ed estremiste riuscivano ad ottenere, Mussolini non esitò a modificare le proprie idee favorevoli al compromesso adriatico e alla collaborazione politica ed economica con i vicini jugoslavi, in nome di un massimalismo politico e territoriale, agitato strumentalmente nel tentativo di accreditarsi come strenuo difensore degli interessi nazionali

    A Late Friendship: Italian-Yugoslav Relations in the Second Half of the 20th Century (1947-1992)

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    The paper deals with relations between Italy and socialist Yugoslavia in the second half of the last century. The author differentiates between four different phases the two countries went through in the studied period (1947-1992). First phase deals with the Trieste question, a time of misunderstanding, hostility and confl ict on the ideological and national basis. Second phase begins in the second half of the sixties. It is a time of rapprochement marked by the visits of the prime ministers, first the Italian Prime Minister (1965), then the Yugoslav (1968). The change in both countries’ policies could also be attributed to fear of Soviet Union’s aggressive behavior. Third phase is marked by friendship and cooperation, especially after the formal resolution of the territorial dispute in 1975. Numerous trade and fi nancial agreements are made and Yugoslavia becomes Italy’s key partner in the implementation of its Adriatic and Balkan policy. The last phase in the relations begins with the start of the war confl ict in Yugoslavia at the beginning of the nineties. The author detects the lines of pressure applied on the Italian government both from abroad and inside the country in order to recognize the proclaimed independence of the Yugoslav western republics and to abandon the its then offi cial policy of neutrality. While Germany and the Vatican could be seen as the foreign infl uence, the domestic ones were the local authorities in the border regions of northeastern Italy. The policy of support to the territorial integrity of Yugoslavia was completely abandoned by 1991 and was formalized by the recognition of Slovenia and Croatia by the beginning of the following year

    Mussolini e la Jugoslavia (1922-1939)

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    Nell'Italia del primo dopoguerra, la creazione del Regno jugoslavo venne accolta con aperta ostilità e autentico fastidio da una parte dell’opinione pubblica e del mondo politico. L’unione degli slavi del sud rappresentava non solo un ostacolo alla penetrazione politica ed economica nell'area danubiano-balcanica, ma soprattutto una minaccia costante lungo tutto il confine orientale per i contrasti nazionali tra l’elemento italiano e quello slavo in Istria e Dalmazia, e per il timore che la Jugoslavia potesse diventare uno strumento di pressione nelle mani delle potenze rivali di Roma nel Mediterraneo e nella penisola balcanica. Ma all’interno della classe dirigente italiana dell’epoca vi fu anche chi intravide la possibilità di garantire al paese la necessaria sicurezza al confine orientale e di far avere ad esso, allo stesso tempo, un ruolo egemone nell'Europa balcanica, in accordo con il nuovo Stato jugoslavo e non in opposizione ad esso. Quale tipo di politica, dunque, si sarebbe dovuto attuare nei confronti della Jugoslavia: amicizia e collaborazione, o egemonia e predominio? Nel primo caso si sarebbero rese necessarie delle soluzioni politiche e territoriali di compromesso, nel secondo delle imposizioni forzose. Questo fu il tema che dominò in gran parte il dibattito sulla politica adriatica e balcanica dell’Italia tra le due guerre mondiali; una politica che seguì l’uno o l’altro indirizzo in funzione degli sviluppi delle tante questioni su cui Roma e Belgrado si confrontarono e, in molti casi, scontrarono. A questo andamento delle relazioni italo-jugoslave, sofferto, incerto e ondivago, non sfuggì neanche la politica seguita da Benito Mussolini a partire dal 1922: la politica di amicizia e di collaborazione cordiale, in difesa dell’indipendenza e dell’integrità territoriale del vicino Regno adriatico, attuata dal capo del fascismo con il patto di Roma del 1924 e con gli accordi di Belgrado del 1937, fu, infatti, intervallata dal tentativo di isolare internazionalmente e di disgregare internamente la Jugoslavia, fino ad arrivare all'aggressione del 1941 e alla spartizione italo-tedesca della composita compagine balcanica

    La questione jugoslava nella politica estera dell'Italia repubblicana (1945-1999)

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    La questione jugoslava è stato un tema costantemente presente nella politica italiana di tutto il Novecento. La classe dirigente del paese si è sempre divisa di fronte al significato e al senso del progetto jugoslavo: era un paese rivale e ostile, nato da un’operazione esclusivamente di vertice, o era un insieme di popolazioni, unitesi in nome del principio di nazionalità, con cui affrontare insieme i problemi e collaborare? Note sono le incomprensioni e le contrapposizioni che per decenni hanno diviso i due paesi. Meno noto e meno studiato, invece, è lo sviluppo dei rapporti tra Roma e Belgrado negli anni della grande distensione internazionale e nei decenni successivi, durante i quali i due paesi, risolti definitivamente i problemi territoriali, hanno stabilito per la prima volta una collaborazione realmente amichevole e proficua; così come meno studiato è stato l’atteggiamento dell’Italia di fronte alle crisi interetniche esplose all’interno della Jugoslavia. Una limitazione a cui questo lavoro tenta di dare una prima risposta sulla base di nuove fonti documentarie, come le carte di Aldo Moro e quelle dell’ambasciatore Ottone Mattei, uno dei protagonisti degli accordi firmati a Osimo nel 1975 a conclusione del lungo negoziato per la chiusura della questione di Trieste

    Mussolini, la questione adriatica e il fallimento dell'interventismo democratico

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    Nel corso della prima guerra mondiale e negli anni immediatamente successivi ad essa, la questione adriatica (vale a dire il complesso problema politico e territoriale che divise profondamente le classi dirigenti e le opinione pubbliche italiane e jugoslave) fu motivo di polemiche e incomprensioni così accese e violente, da paralizzare in parte l’azione dell’Italia in campo internazionale e da dominare a lungo il dibattito politico interno. Polemiche internazionali e lotte politiche nazionali, a cui partecipò attivamente anche il fondatore e leader del movimento fascista, Benito Mussolini, che fece della propaganda antijugoslava uno degli strumenti più efficaci per la ricerca del consenso e per la conquista del potere. Tuttavia, l’approdo di Mussolini a posizioni vicine a quelle del nazionalismo antislavo non rappresentò l’esito naturale ed inevitabile di un percorso politico lineare, quanto il progressivo aggiustamento e il graduale adattamento delle proprie convinzioni a quelli che sembravano essere i principali orientamenti dell’opinione pubblica italiana. Di fronte al successo sempre maggiore che, in termini di seguito politico, le tesi più oltranziste ed estremiste riuscivano ad ottenere, Mussolini non esitò a modificare le proprie idee favorevoli al compromesso adriatico e alla collaborazione politica ed economica con i vicini jugoslavi, in nome di un massimalismo politico e territoriale, agitato strumentalmente nel tentativo di accreditarsi come strenuo difensore degli interessi nazionali

    L'ENI e il petrolio dell'Iraq negli anni Settanta: tra crisi energetiche e nazionalismo arabo

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    Il consolidamento della presenza dell'ENI in Iraq e l'approfondimento della partnership petrolifera con le autorità di Baghdad nel corso degli anni Settanta si rivelarono assai utili nell'affrontare le crisi energetiche internazionali e gli shock petroliferi determinati dalle decisioni prese dai paesi mediterranei e mediorientali produttori di petrolio, in grado di mettere in crisi le economie occidentali e di gettare nel panico i paesi consumatori . Di fronte a uno scenario caratterizzato da minacce alla sicurezza energetica per le ritorsioni politiche legate al conflitto arabo-israeliano in Palestina e dalla crescente volatilità dei prezzi petroliferi, la partnership con l'Iraq assunse un ruolo centrale nella strategia petrolifera dell'ENI: le forniture petrolifere irachene, infatti, con il loro corollario di cooperazione in campo tecnico ed economico, costituirono la principale risorsa a disposizione dell'azienda di Stato nell'area mediorientale, per garantire al paese la continuità e la stabilità dell'approvvigionamento energetico. La partnership con le aziende di Stato irachene, cercata a lungo dalla dirigenza dell'ENI e raggiunta grazie alla costruzione lenta, graduale e a volte complicata, di un intenso rapporto con i vertici politici ed economici di Baghdad, rappresentò, forse, una delle attuazioni di maggior successo della strategia pianificata dall'ente, per affrontare i radicali mutamenti negli assetti petroliferi mondiali degli anni Settanta. La presenza in territorio iracheno non solo dell'AGIP, ma della maggior parte delle società del gruppo, anche di quelle non direttamente coinvolte nel ciclo produttivo petrolifero, fu infatti la diretta conseguenza della costante ricerca di quel legame diretto tra paesi produttori e consumatori, in grado di tutelare gli interessi di lungo periodo delle due aree economiche, europea e mediorientale, in virtù di un benefico bilanciamento tra le forniture di greggio e il trasferimento di beni e servizi indispensabili per diversificare la crescita economica dei paesi arabi. Tramontata l'epoca delle concessioni petrolifere e mutato il ruolo delle grandi compagnie internazionali, per un'azienda pubblica attiva nel settore dell'energia di un paese privo di fonti petrolifere, l'unica strategia possibile sembrava essere quella della cooperazione diretta: ultima valida carta per migliorare le possibilità di approvvigionamento e metterlo al riparo dai contraccolpi di un mercato fortemente instabile come quello petrolifero degli anni Settanta. In cambio dell'apporto cooperativo assicurato dalle società del gruppo, si sarebbero potuti chiedere diritti esclusivi per disporre di fonti energetiche in un quadro di stabilità dei prezzi e di continuità delle forniture. Si trattava di una linea d'azione che avrebbe potuto avere successo solo se sorretta dal potere pubblico e dall'appoggio politico nazionale, assiduo e convinto, tanto sul piano interno, quanto su quello internazionale: tutte circostanze, che nella seconda metà degli anni Settanta sembrarono verificarsi nel caso delle relazioni con l'Iraq, consentendo all'ENI di poter contare sull'apporto costante del greggio iracheno e di porre in qualche modo rimedio alle difficoltà sperimentate nei rapporti con gli altri partner mediorientali
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