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    Vittorio De Sica. Sciuscià

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    Il volume propone un’analisi di Sciuscià (1946), una tra le opere più significative realizzate nella stagione neorealista. La novità del film diretto da De Sica, sospeso tra la rappresentazione puntuale delle disperate condizioni in cui versava il nostro Paese e la scelta di affidarsi a una solida vena poetica, si presta in maniera assai funzionale a esemplificare la complessità di un fenomeno eterogeneo, ricco di contraddizioni fertili. Se da un lato esso affronta tematiche di attualità bruciante offrendo un contributo prezioso a quel processo di apertura dello sguardo cinematografico sull’Italia postbellica compiuto dai film neorealisti, dall’altro sembra dedicare un commovente poema (melo)drammatico a un’infanzia che la guerra ha spossessato dei propri diritti legittimi. La volontà di denuncia coesiste con la trasfigurazione lirica cui è sottoposto il racconto, governato da cadenze che fanno spesso pensare a un doloroso romanzo di formazione, arricchito da venature fiabesche. E l’assunto polemico di fondo si manifesta attraverso una partecipazione emotiva e un robusto filtro sentimentale, forse persino già inscritti nell’idea di eleggere le giovani generazioni e la loro solitudine a protagonisti assoluti. La stessa laboriosa gestazione di Sciuscià solo apparentemente conferma la fortunata vulgata del film neorealista come frutto del ricorso sistematico a luoghi autentici e ad attori non professionisti. E la sua ricchezza emerge anche considerando i modelli cinematografici di cui si nutre: dalle pellicole hollywoodiane di ambientazione carceraria alle opere inscrivibili nel filone dedicato all’“infanzia difficile”

    L’infanzia come esperienza percettiva in Lo spirito dell'alveare

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    Il contributo propone un’analisi di Lo spirito dell’alveare (1973), la cui protagonista (Ana) è una bambina che, sostenuta da una visione magico-animistica, traccia un personalissimo itinerario conoscitivo radicalmente estraneo al principio di realtà tipico del mondo adulto. Attraverso alcune scelte assai originali sul piano narrativo e stilistico il primo lungometraggio diretto da Víctor Erice privilegia lo sguardo infantile di Ana col quale si identifica, invitando lo spettatore a compiere un’esperienza percettiva per molti aspetti simile a quella da lei sperimentata

    "La tua cultura non è che una tinta". Gli "equivoci" del giallo nel primo cinema sonoro (1930-1944) = "Your whole culture is tinged". 'Giallo', the 'misunderstandings' in early sound cinema (1930-1944)

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    Il saggio intende considerare i film italiani realizzati durante il primo quindicennio del periodo sonoro e contraddistinti da venature più o meno intense di giallo. L’analisi sarà condotta prevalentemente sul corpus di film visionabili: da Giallo (1933, Camerini) a Il cappello da prete (1943, Poggioli). Gli obiettivi sono molteplici. Innanzitutto si vuole comprendere in che modo questo filone cinematografico si collochi all’interno di un panorama intermediale animato da dinamiche vivaci all’insegna dello scambio tra discipline espressive distinte: nel caso specifico, frequenti furono soprattutto le relazioni con la letteratura e il teatro. In secondo luogo ci si propone di indagare la presenza di alcune logiche ricorrenti nei prodotti di una industria culturale ormai matura. Basti pensare al processo di contaminazione fra generi cui sono sottoposti certi nostri film gialli che virano prevalentemente verso tonalità da commedia. Infine ci sembra opportuno interrogarsi sulla funzione che il filone giallo ha esercitato mediando tra le opposte esigenze con cui il regime fascista dovette confrontarsi: da una parte la necessità di assecondare la richiesta crescente da parte di un pubblico affamato di vicende poliziesche, dall’altro il desiderio di attenuarne il potenziale ritenuto pericoloso sul piano ideologico e sociale
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