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“I linguaggi del privato e del pubblico e la dissoluzione dell’io ne: I dolori del giovane Werther di J.W. Goethe”
A Clockwork Orange. L'arte come ultra-violenza
A Clockwork Orange non è soltanto un film sulla violenza ma anche una pellicola della violenza: il continuo e sistematico susseguirsi di drastiche variazioni del movimento e dei patterns ritmici, proprio in corrispondenza degli episodi di scatenamento dell’aggressività dei “Droogs”, fa sì che siano le categorie di base cinematografiche a palesarsi in tutta la propria evidenza iconica, per produrre nello spettatore un vero e proprio shock visivo.
Questa forte estetizzazione kubrickiana della violenza, esito diretto della traduzione intersemiotica in termini visivi di complesse trame segniche già ravvisabili nel romanzo di Burgess, descrive i contorni di un preciso modo di intendere l’arte cinematografica come trasgressione, delirio, artaudiano “théâtre de la cruauté”, cristallizzandosi in una modalità rappresentativa scopertamente antirealistica e più vicina alle avanguardie novecentesche del cinema puro, assoluto, che alle consuetudini normalizzanti e securizzanti del cinema narrativo classico
La fenomenologia del tempo in Endymion di John Keats: tempo-durata, tempo-eternità e tempo-psiche
Endymion è molto più che un mero apprentice-piece, frutto dell'inesperienza e dell'improvvisazione di un John Keats poco più che ventenne. Il poema è piuttosto un'opera matura e coerente che problematizza la struttura del narrative long poem tradizionale, fondata sulla linearità cronologica e sulla continuità sintagmatica, e introduce una differente struttura narrativa, invece basata sulle fratture e sulle discontinuità logico-temporali.
Partendo dal confronto con il neoplatonismo e le teorizzazioni matteblanchiane sulla bi-logica, il volume si concentra proprio su quegli elementi che interferiscono con la continuità sintagmatica del testo (digressioni, immagini ed episodi che interrompono costantemente linearità narrativa) e l'asse che è da questi problematizzato, il tempo. In questo modo, il saggio non soltanto propone un approccio analitico differente rispetto a quello tradizionale (prevalentemente di tipo allegorico), ma mostra anche come la sperimentazione keatsiana, in atto in Endymion, si fondi sull’esplorazione di modelli temporali multipli ("tempo-durata", "tempo-eternità" e "tempo-psiche") che interagiscono reciprocamente al livello paradigmatico e concorrono alla costruzione di una struttura narrativa coerente, innovativa e straordinariamente moderna.
Lo studio è articolato in tre parti: due capitoli (il primo dedicato al raffronto fra le categorie descrittive fondamentali di “tempo-durata” e “tempo-psiche”; il secondo incentrato sulla nozione di “tempo-eternità” e sui rapporti con il “tempo-psiche”) e una sezione conclusiva (“Endymion o il poema dello ‘space of life between’ ”) che costituisce un commento alla seconda prefazione del poema nella quale la questione del tempo è considerata in rapporto con il tema, centrale nella poetica keatsiana, del processo di maturazione dell’immaginazione individuale
Dalla definizione di una nuova disciplina a una proposta didattica concreta. Recensione al Manuale dell'italiano professionale. Teoria e didattica (a cura di Francesco Bruni e Tommaso Raso, Bologna, Zanichelli, 2002)
L’argomentazione come guerra senza violenza: le strategie della comunicazione argomentativa e L’arte della guerra di Sun Tzu
“Impasse e azione, ninfe di terra e ninfe di acqua: le dinamiche del viaggio-quest in Endymion di John Keats”
Il saggio ha per oggetto l’analisi del topos dominante dell’ "Endymion" keatsiano, il viaggio-quest, un tratto caratteristico del genere del romance tradizionale al quale il poeta fa costantemente riferimento nel modellizzare la proiezione desiderativa del protagonista verso l’amata, la dea lunare Cynthia, e che si articola tramite un pattern dall’andamento sinusoidale, a sua volta basato sull’alternarsi di due situazioni opposte e complementari: i momenti di stasi (impasse), nei quali il protagonista, in preda allo sconforto, si arresta nella propria ricerca, e i momenti di dinamismo (azione), nei quali egli riprende il viaggio, ora sicuro di raggiungere la meta.
L’analisi linguistica del testo e lo studio della fenomenologia dei personaggi hanno rivelato che l’andamento sinusoidale della quest di Endymion e l’opposizione timica di euforia/disforia, tipicamente romantica e alla base delle oscillazioni interiori del protagonista, sono sovrapponibili alle categorie keatsiane fondamentali di "sensation" (o modalità percettiva immediata del soggetto, principio del piacere) e "thought" (modalità cognitiva mediata e razionale, principio di realtà).
Questa connessione fondamentale tra le opposizioni dicotomiche del testo e il binomio sensation/thought si palesa espressivamente tramite una serie di figure mitologiche incontrate dal protagonista nel corso del viaggio: le ninfe. Queste figure, di straordinaria importanza per la comprensione del poema, benché fino ad oggi non siano mai state studiate in modo approfondito, assolvono la funzione strutturale fondamentale di connotatori indiziari di Endymion, segni in grado di rivelarci l’atteggiamento emotivo e conoscitivo di volta in volta assunto da quest’ultimo nei confronti del viaggio e della meta. In particolare, la caratteristica suddivisione delle ninfe in ninfe di terra e di acqua è un tratto ipotestuale di ascendenza classica introdotto da Keats per rivelare sul piano fenomenologico, sotto forma di personaggi, l’opposizione timica sulla quale si fondano l’intera psicologia di Endymion e la struttura stessa della quest, dato che le ninfe di terra sono associate alla modalità disforica del thought, quindi ai momenti di impasse, mentre le ninfe di acqua si collegano alla modalità euforica della sensation, quindi ai momenti di azione.
Le ninfe ricoprono pertanto un ruolo di fondamentale importanza nel testo, non soltanto per quanto riguarda la comprensione delle strutture profonde della quest di Endymion ma anche, indirettamente, per lo studio dell’intero poema keatsiano
«The principle of beauty in all things»: l’esperienza estetica come deautomatizzazione della percezione in John Keats
La centralità della questione della bellezza nella scrittura e nel sistema concettuale di Keats è da sempre stata messa in luce dai critici, i quali hanno spesso affrontato la questione esclusivamente sulla base del rapporto bellezza/verità e a partire dall’esame del famoso verso 49 dell’Ode on a Grecian Urn (“Beauty is truth, truth beauty”) e di alcuni celebri passi tratti dall’epistolario del poeta.
La definizione della natura del bello keatsiano non si esaurisce, tuttavia, nel rapporto, per quanto rilevante, con la verità. Un esame sistematico e diffuso delle prove documentarie (produzione artistica, epistolario) ha infatti palesato l’esistenza di un altro importante aspetto dell’estetica del poeta: una concezione della bellezza come entità astratta, estensibile a tutti gli aspetti della realtà esperibile, caratterizzata da una forte indeterminatezza e fortemente legata alla risposta, unica e irripetibile, del soggetto. La connessione tra bello e sfera soggettiva, l’interesse costantemente manifestato da parte del poeta non tanto per la definizione della bellezza (mai classificabile, per lui, in maniera netta e precisa), quanto invece per i meccanismi che si innescano nell’ambito del rapporto con ciò che è sentito come bello fanno intuire che l’estetica keatsiana assuma, in maniera sempre più chiara e palese, i tratti di una vera e propria teoria della ricezione.
L’analisi condotta lungo queste direttrici ha rivelato tutta la modernità di questa concezione. Da una parte, essa rappresenta una chiara presa di posizione rispetto alla concezione estetica del secolo precedente, la cui visione del bello e dell’arte, lucidamente e classicisticamente basata su presupposti oggettivi e razionali, era nonostante tutto ancora fortemente presente tra le pieghe della visione del mondo romantica. Dall’altra parte, la visione keatsiana è moderna in quanto sembra anticipare alcune fondamentali intuizioni di Jakobson e Šklovskij sulla ricezione del testo estetico, dato che il poeta sembra perfino prefigurare uno sviluppo dell’estetica che abbia come referente privilegiato non più tanto il bello né la definizione dei suoi parametri oggettivi, ma il sentire il bello, come attività percettiva e insieme creativa. Un’attività che non soltanto ripristina il ruolo del soggetto, delle sue percezioni immediate (categoria keatsiana della “sensation”) e del piacere sensibile dato dalla materialità del segno poetico (Jakobson), ma è anche capace di apportare il nuovo, di produrre l’inaspettato, di trasformare profondamente la realtà al momento di evocarla nella dimensione finzionale del testo artistico e di rinnovare radicalmente il rapporto tra l’io e il mondo generando un vero e proprio effetto di straniamento (Šklovskij), tramite quel processo di sistematica deautomatizzazione della percezione che fa di ogni incontro tra il soggetto e il testo poetico un evento unico e irripetibile
PRESENTAZIONE - PRESENTAZIONE A HAMMERED GOLD AND GOLD ENAMELLING. STUDI IN ONORE DI ANTHONY L. JOHNSON
Le figure femminili nella scrittura di John Keats. Un’indagine junghiana
L’analisi di alcune tra le più importanti figure femminili che costellano l’intero arco della produzione di Keats, dalle opere giovanili a quelle del periodo maturo, costituisce il punto di partenza di una riflessione su due questioni nodali, riguardanti l’immaginario e l’estetica di questo autore, e tra loro intimamente correlate. Da una parte, queste figure risentono del complesso rapporto che il giovane poeta instaura sempre, un’opera dopo l’altra, con l’universo femminile. Dall’altra parte, le donne keatsiane rivelano anche come l’autore si confronti continuamente, e proprio in corrispondenza di questi particolari personaggi, con un Io creativo potente ma in perenne trasformazione, che individua se stesso tramite l’attività scrittoria e il confronto con l’alterità femminile, intrecciando quindi un ininterrotto dialogo metaletterario, altamente problematico, con l’archetipo dell’Anima
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