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Politiche dell'accoglienza e sharing economy
Il brano parte dal concetto di sharing economy per illustrare come alcune pratiche così definite nascondano in realtà aspetti contradditori che mal si conciliano con l’etichetta così come utilizzata nel circuito massmediatico. Infatti nell’utilizzo eccessivo del concetto si intravede finire sotto l’etichetta di “sharing economy” ogni aspetto della vita (economica e non, sociale o privata) che abbia qualche collegamento minimo con il concetto di condivisione o che sia collegato ad una piattaforma web. Il pezzo si concentra sull'esperienza di “Refugees Welcome Italia” sottolineando le differenze rispetto a due fenomeni ad esso contigui: “Airbnb” e “Couchsurfing.org”. Dopo una breve presentazione del quadro del quadro storico sulle migrazione e sulle specifiche politiche per l’accoglienza messe in campo dal Governo Italiano, il capitolo presenta l’esperienza di Refugees Welcome Italia alla luce di alcune chiavi interpretative proprie della sharing economy. Si riesce così a mettere in luce il ruolo fondamentale dell’intermediazione online, ma anche del ruolo giocato dal volontariato, gli aspetti di socializzazione, così come quelli monetari, aspetto che rende RWI poco incasellabile nella categoria “sharing economy”
Le politiche della condivisione. La sharing economy incontra il pubblico
Come sta cambiando la produzione di beni collettivi per lo sviluppo locale nell’era della globalizzazione? In che modo le nuove tecnologie stanno modificando le dinamiche di produzione e di regolazione di questo tipo di beni e servizi, mettendo in luce la rilevanza di nuovi nessi tra locale e globale, luoghi e flussi? E in che modo queste trasformazioni stanno incidendo sulle politiche pubbliche e sui modi di regolazione dello sviluppo dei luoghi?
Il fenomeno della Sharing Economy, o consumo collaborativo, risponde a queste domande. Si tratta di una forma di mercato ibrido (tra scambio, possesso e dono) basato sul principio della condivisione di bisogni tra pari per l’accesso a beni e servizi, che si sta diffondendo rapidamente, soprattutto nelle aree urbane, che va analizzato a fondo per meglio comprendere le trasformazioni che stanno avvenendo nei modi di regolazione dello sviluppo locale, per lo meno di alcuni contesti urbani. Possiamo definirla infatti come un tipo di innovazione sociale che utilizza forme di regolazione di tipo comunitario che sembra rispondere in modo efficace a una serie di bisogni: da un lato, ridurre i costi monetari in tempi di crisi; dall’altro, ridurre l’incertezza, condividendo i problemi, ma anche le nuove soluzioni e i rischi ad esse collegati. Il neoistituzionalismo parla a questo riguardo di “costi di transazione”, sottolineandone la rilevanza dal momento che la riduzione dei costi di transazione è strettamente legata alla capacità di produrre quelle relazioni di fiducia che sono alla base del capitale sociale, il quale costituisce una risorsa indispensabile non solo per lo sviluppo economico ma, più in generale, per il benessere e la qualità della vita di un contesto territoriale. L’analisi di casi studio di sharing economy in grado di mettere in luce buone pratiche, ma anche le condizioni che le rendono praticabili, diventa pertanto di notevole rilevanza per l’analisi delle politiche di sviluppo locale nell’era della globalizzazione (dalla prefazione di P. Messina)
Oltre la retorica della sharing economy
Come sta cambiando la produzione di beni collettivi per lo sviluppo locale nell’era della globalizzazione? In che modo le nuove tecnologie stanno modificando le dinamiche di produzione e di regolazione di questo tipo di beni e servizi, mettendo in luce la rilevanza di nuovi nessi tra locale e globale, luoghi e flussi? E in che modo queste trasformazioni stanno incidendo sulle politiche pubbliche e sui modi di regolazione dello sviluppo dei luoghi?
Il fenomeno della Sharing Economy, o consumo collaborativo, risponde a queste domande. Si tratta di una forma di mercato ibrido (tra scambio, possesso e dono) basato sul principio della condivisione di bisogni tra pari per l’accesso a beni e servizi, che si sta diffondendo rapidamente, soprattutto nelle aree urbane, che va analizzato a fondo per meglio comprendere le trasformazioni che stanno avvenendo nei modi di regolazione dello sviluppo locale, per lo meno di alcuni contesti urbani. Possiamo definirla infatti come un tipo di innovazione sociale che utilizza forme di regolazione di tipo comunitario che sembra rispondere in modo efficace a una serie di bisogni: da un lato, ridurre i costi monetari in tempi di crisi; dall’altro, ridurre l’incertezza, condividendo i problemi, ma anche le nuove soluzioni e i rischi ad esse collegati. Il neoistituzionalismo parla a questo riguardo di “costi di transazione”, sottolineandone la rilevanza dal momento che la riduzione dei costi di transazione è strettamente legata alla capacità di produrre quelle relazioni di fiducia che sono alla base del capitale sociale, il quale costituisce una risorsa indispensabile non solo per lo sviluppo economico ma, più in generale, per il benessere e la qualità della vita di un contesto territoriale. L’analisi di casi studio di sharing economy in grado di mettere in luce buone pratiche, ma anche le condizioni che le rendono praticabili, diventa pertanto di notevole rilevanza per l’analisi delle politiche di sviluppo locale nell’era della globalizzazione (presentazione di P. Messina)
Le agenzie di sviluppo: l'attore pubblico come pivot in un gioco di squadra
Il capitolo affronta il tema dei partenariati attraverso la lente della democrazia. Esso va quindi ad analizzare il rapporto tra attori pubblici e società civile in alcuni casi specifici facenti parti dello strumento “agenzia di sviluppo”. Tale fattispecie rappresenta una delle modalità di governance più interessanti per lo sviluppo locale, pur ponendo seri problemi di democraticità per quanto riguarda l’inclusione e la partecipazione. Questi due ultimi aspetti risultano poi fondamentali per studiare la centralità dell’attore pubblico e la tenuta democratica del contesto locale. Partendo dalla presentazione di uno schema di analisi, il capitolo individua prima le caratteristiche salienti del “modello agenzia” prevalente in Italia per poi andare a discutere i referenti empirici, concludendo sulla democrazia del governo per agenzia
La governance locale: alcuni aspetti teorici
Il capitolo presenta diverse definizioni concorrenti di governance così che il lettore possa comprendere la variabilità sottesa al concetto, così come la diversità di approcci che lo utilizzano; successivamente si va a fare la distinzione fondamentale tra governance partecipativa (che coinvolge i cittadini) e governance nodale (network governance) (che coinvolge solamente la società civile organizzata) per poi concludere con alcuni caratteri fondamentali del fenomeno. Questi ultimi saranno trattati come spunti problematici: il rapporto pubblico / privato, l’importanza del livello locale, ossia della territorializzazione, il problema della fiducia, quello del consenso ed infine quello dell’effetività/efficacia. Più nel dettaglio il capitolo, partendo dal contesto istituzionale italiano in cui le esperienze hanno preso forma, affronta alcuni aspetti analitici dei molti che sono stati trattati sul tema della governance. Il primo passaggio doveroso per comprendere la governance all'italiana è ancorare il termine al contesto istituzionale italiano: in questo senso il testo sviluppa la propria riflessione a partire dal cambiamenti avvenuti in Italia sul finire degli anni novanta, cambiamenti che hanno permesso la diffusione di quella che è stata chiamata prassi concertativa. Successivamente viene messo in luce come la novità presente nel concetto di governance (e della concertazione) sia solo apparente ma abbia radici in precise dinamiche storiche. Per questo motivo, viene poi sviluppato in maniera articolato il concetto di governance onde comprendere valenze e significati ad esso attribuiti. Prima di procedere sulle dimensioni analitiche che caratterizzano la governance, ci si sofferma su un concetto chiave troppo spesso messo in ombra: la presenza di attori privati (o del privato sociale) in questi fenomeni. Tale aspetto è assolutamente cruciale quando poi si vogliano comprendere le dinamiche che caratterizzano la governance locale: dalla modalità di concertazione, alla ricerca del consenso, dall'efficacia dell'intervento al ruolo svolto dall'attore pubblico
Processi decisionali e democrazia locale nell’area milanese. Le politiche per lo sviluppo economico
La ricerca parte da alcune considerazioni teoriche sui cambiamenti che stanno avvenendo all’interno della pubblica amministrazione. Da una parte l’estensione verticale secondo un principio di prossimità che rende l’attore locale vieppiù rilevante non solo per l’attuazione ma anche per la formulazione e l’adozione delle politiche pubbliche, dall’altra l’espansione orizzontale ha fatto crescere i settori di intervento degli attori pubblici e specialmente quelli locali.
Questa ricerca si è posta l’ambizioso obiettivo di studiare la tenuta democratica del tessuto locale con l’avvento di questi nuovi strumenti di policy che pongono problemi di responsabilità dell’attore pubblico e di trasparenza dell’intero policy-making. Per questo motivo la ricerca si è concentrata su un solo strumento connesso allo sviluppo locale: le Agenzie di Sviluppo (area di policy più innovativa a causa delle forti esternalità) che possano essere esemplificativi per una varietà più ampia, e su una sola realtà provinciale per poter tenere sotto controllo le variabili di sistema. Dopo un’attenta analisi delle diverse esperienze presenti nell’area milanese ci si è soffermati su due esperienze consolidate: ASNM-MilanoMetropoli e Euroimpresa.
La presente ricerca, partendo da questi due casi, mette in luce alcuni aspetti assai interessanti per il campo delle politiche pubblico-private. Il fenomeno della compartecipazione mostra nel complesso ampi segni di legittimità politica ed amministrativa. Si potrebbe quindi ipotizzare che le numerose pratiche esistenti in Italia trovino una ragion d’essere non solo nelle migliori performance della pubblica amministrazione (politiche più efficaci, più efficienti) ma anche, e soprattutto, in una forte legittimità acquisita dalle singole esperienze sul campo. Quest’ultimo aspetto è il risultato più interesante dell’indagine fin qui svolta, soprattutto perché gli esiti divergenti dei due casi hanno dato indicazioni preliminari particolarmente stimolanti per le ricerche future. Il primo caso (ASNM) mostra una pubblica amministrazione capace, attraverso un investimento politico, di trasferire la propria legittimità allo strumento, il secondo (Euroimpresa) indica invece alcune problematiche emergenti in questo processo di trasferimento.
Il quadro dell’analisi sviluppato nel primo capitolo e utilizzato durante l’analisi dei casi ha permesso di individuare in modo più preciso i diversi aspetti che intervengono nel processo di delega, in particolar modo sono poi state identificate alcune variabili chiave che spiegano tale dinamica e di altri fattori sussidiari che invece danno spessore a quello che fino ad ora è stato chiamato semplicemente investimento politico ( la presenza di un principio cognitivo, il coinvolgimento dell’opposizione, un’attenta comunicazione verso l’esterno ed una partecipazione efficace).
In primo luogo, la variabile che spiega il motivo per cui questi strumenti possono essere letti come legittimi risiede nella forte direzione politica da parte del settore pubblico. Il termine un po’ generico nasce dalla necessità di avere un concetto più ampio che comprenda al suo interno il noto tema della leadership, ma che sia capace di trascenderlo. Infatti nei casi analizzati la presenza stessa di un organo direzionale dell’agenzia crea il presupposto di una leadership chiara, nel contempo si è osservato come possa esistere uno scollamento tra direzione politica e gestione dell’agenzia di sviluppo.
La seconda variabile chiave è l’inclusione. Pur essendo in presenza di esperienze partenariali tendenzialmente inclusive, l’analisi puntuale delle due diverse modalità di coinvolgimento degli stakeholder mostrano e giustificano esiti disparati. L’indagine ha messo in luce notevoli differenze, soprattutto nella capacità di espandere il livello di partecipazione a tutti i settori possibili, grazie a tavoli esterni all’agenzia stessa
Indicazioni per un'economia del paesaggio
Il presente volume raccoglie una serie di saggi sul tema Il paesaggio nell’era del mutamento. Un problema deontologico.
Si parte dalla percezione del paesaggio, fra natura e artificio, come fonte di sensazioni che non possono non riflettersi sulle condizioni della psiche e del corpo. Le arti sono chiamate in causa come chiavi interpretative dello spazio vitale e delle sue trasformazioni. Un secondo approccio è dato dai differenti ambiti professionali – archeologia, urbanistica, geografia, architettura. Per concludere con l'intervento in questione incentrato sugli aspetti economici. Tale approccio multidisciplinare è orientato all’apertura di nuovi orizzonti interpretativi e al confronto.
Soprattutto l'aspetto economico è da questo punto di vista particolarmente fecondo. Sembrerebbe infatti che solamente l’economia non abbia preso in considerazione in maniera adeguata il concetto di paesaggio. Prendendo in esame alcune caratteristiche intrinseche (natura pubblica ed esternalità di produzione) e congiunturali (domanda elastica) del bene-paesaggio, il presente lavoro cerca di indagare scenari possibili per lo sviluppo di un economia del paesaggio, ma anche indicazioni per una riconcettualizzazione dello stesso. Fino a quando il paesaggio verrà visto come un bene del passato da conservare, le nostre società non saranno in grado di ri-produrlo. L’unica strada possibile è quella di ricollegare le dinamiche economiche a quelle paesaggistiche, tenendo in considerazione i processi di territorializzazione delle attività produttive, così come di quelle abitative
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