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    Opinioni pubbliche. Tradizioni teoriche e forme empiriche dell’opinione pubblica contemporanea

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    Public opinion is a central concept in political sociology, since it represents the main informal route to democratic legitimacy, both through the social processes of consensus building, and the exercise of a critical function – of an informal but politically influential counter-power. Various competing perspectives on the concept of public opinion have successively emerged since the eighteenth century. However, none of these were discarded once for all, or, conversely, supplanted the others. In the categorisation proposed in this paper, these concurrent perspectives define public opinion, respectively, as: (a) Social court, (b) Public discussion, (c) Collective action, (d) Majority opinion, (e) Public emotion, (f) Multidimensional process. In order to disentangle this enduring theoretical ambiguity, the second part of this article presents a typology of the main contemporary forms of expression of public opinion: (1) Collective attitude, (2) Aggregate opinion, (3) Current of opinion, (4) Movement of opinion. Each of these theoretical and research-oriented types of public opinion combines different elements of the previous perspectives, and identifies various processes that tend to coexist in the contemporary public sphere. Each type is defined on the basis of a different combination of the following criteria: stages of public thematisation; levels of “processuality”; types of publics involved; principles of effectiveness; political function; related theoretical concepts; main research instruments and techniques. An inclusive definition for the four types will complete this attempt at a sociological re-conceptualization of the contemporary forms of public opinion

    Gli elettori del Pd e del centro-sinistra: ritratto di una crisi

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    Il volume è un lavoro dell’Associazione ITANES (Italian National Elections Studies), che conduce un programma pluriennale di ricerca sul comportamento elettorale e le opinioni politiche degli italiani. In particolare, il volume prende in esame gli esiti delle elezioni politiche del 2018 anche alla luce di inchieste campionarie su migliaia di elettori, condotte sia prima sia immediatamente dopo le consultazioni. Il capitolo parte dalla constatazione che, in occasione delle elezioni politiche italiane del 4 marzo 2018 sono state notevoli le dimensioni della sconfitta del Partito democratico (Pd), della coalizione elettorale di centro-sinistra da esso dominata e del centro-sinistra nella sua accezione più ampia (comprese le liste di sinistra non aderenti alla coalizione). Al fine di esplorare i motivi sotteso alla sconfitta, il testo si focalizza l’attenzione: a) sugli elettori che dichiarano di aver votato per il Pd nelle elezioni per la Camera dei Deputati del 2013, articolati in tre gruppi: coloro che dichiarano di aver votato di nuovo per il Pd nel 2018; coloro che nel 2018 hanno votato per +Europa oppure per Leu, abbandonando il Pd ma comunque rimasti entro il perimetro del centro-sinistra (nella sua accezione ampia); coloro che nel 2018 non si sono recati alle urne oppure hanno espresso una preferenza per una lista non di centro-sinistra dando quindi luogo a un abbandono del centro-sinistra; b) gli elettori del 2018 articolati in due gruppi: coloro che dichiarano di aver votato per il Pd; coloro che dichiarano di aver votato per Leu. Il mancato rinnovo, da parte degli elettori del Pd del 2013, della fiducia verso il partito in occasione del voto politico del 2018.non sembra essere dovuto in maniera preponderante da questioni sostantive, di policy. Fra coloro che non hanno più votato per il Pd si rilevano una maggiore sensibilità ai problemi dell’immigrazione e della criminalità, un atteggiamento più tiepido nei confronti dell’Europa e una percezione più sfavorevole della situazione economica del paese; ma l’entità dei divari non appare soverchiante. I fattori più discriminanti paiono essere la percezione della figura del segretario Matteo Renzi e l’orientamento verso la riforma costituzionale promossa dal governo da lui presieduto. È lecito ipotizzare che il comportamento di voto in occasione del referendum costituzionale del 2016 sia stato determinato non tanto dagli orientamenti sostantivi verso i contenuti della riforma sottoposta al giudizio dei cittadini quanto dal fatto che Renzi abbia voluto legare le sue fortune personali all’esito della consultazione. Rimane aperta la questione se sia possibile, e in che modo, per il Pd – specie senza un rinnovamento della sua leadership – recuperare l’"exit" o quanto meno la "voice"
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