145 research outputs found

    Con-temporary City

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    Rimini. La città interrotta. Il volume raccoglie le analisi e gli esiti progettuali sviluppati nell’ambito dell’ International Workshop of Architecture and Urban Design, The Interrupted City (Rimini 10-20 settembre 2008). Rimini è ad un tempo luogo di applicazione e pretesto per i nuovi interventi: il ragionamento condotto sulla città fa sì che l’elaborazione teorica e il lavoro che nel progetto si svolgono, la assumano come caso problematico peculiare, ma vi riconoscano anche le più generali contraddizioni che emergono nei processi di formazione della città contemporanea. Applicati ad aree e fatti urbani strategici, posti tra la città storica e la prima periferia urbana, i progetti tendono a ristabilire quelle particolari condizioni di misura e di ordine, ma anche di varietà e ricchezza nell’uso del suolo urbano, che sono patrimonio riconoscibile della città storica di Rimini e che vanno via via perdendosi nelle addizioni recenti, prive di una identificabile linea di sviluppo. Nel saggio introduttivo, dal titolo Con-temporary City, sono ripresi e approfonditi tali temi rispetto alle condizioni del progetto di architettura di fronte ai processi di trasformazione in atto. Le vaghe e polisemiche nozioni di paesaggio, ambiente, territorio, la prefigurazione di spazi realizzati attraverso la giustapposizione di elementi disgregati e decontestualizzati vanno progressivamente sostituendo quella di città, di struttura urbana, come riferimento per il progetto architettonico. Se nel concetto di paesaggio introdotto dai geografi, la permanenza della natura dei luoghi è rintracciabile nella misura reciproca attraverso cui si è precisato il carattere degli elementi, naturali e artificiali, che li identificano, l’apparente persistenza della città attuale si regge su una sorta di reciproca indifferenza tra i fatti stessi. La città, comunque la si voglia oggi definire, è ridotta ad astratto e inerte campo di sfida tra episodi disarticolati ed effimeri, il cui valore e la cui sopravvivenza è legata unicamente all’oscillazione dei gusti e alla rapidità del loro consumo. Per colmare il divario tra la città rivelante, rievocante, della città del passato e il paesaggio stupefacente della città immaginata dagli architetti della contemporaneità, per interrogarsi sulla struttura delle relazioni che definiscono la città come manufatto, come complesso ordinato di elementi, non è forse superfluo tornare a riflettere su dispositivi analitici (e, quindi, progettuali), troppo frettolosamente accantonati, tesi a svelare, attraverso l’indagine delle regole insediative, i principi su cui l’architettura della città ha nel tempo definito i propri caratteri: il rapporto tra disegno del suolo e modi di edificazione, lo studio dei tipi edilizi e delle configurazioni morfologiche, le relazioni fra la città e le sue parti, tra elementi primari e connettivo, tra forma e idea costruttiva corrispondente. Ciò comporta che ogni nuova ipotesi non debba discostarsi da quel principio di non contraddizione che ha stabilito nel tempo una comprensibile relazione tra architettura e città e consente di leggere la sequenza delle intenzioni e delle realizzazioni che l’hanno conformata ricomponendo ogni volta l’intreccio entro cui i singoli fatti possono trovare un’effettiva spiegazione. Un esercizio critico, una ricostruzione analitica, che tende ad accertare la persistenza di senso del testo entro cui ci si trova a operare, un continuo processo di riappropriazione degli esiti dell’esperienza. Il nuovo come continua risignificazione del vecchio, la forma come esito dell’incessante ricerca del reciproco accordo che, sul piano sintattico, tra i fatti intercorre. I singoli progetti si confondono con i rilievi tipologici, le tracce e i resti della città antica e, ricercando nella reciproca relazione la loro spiegazione, tendono, come un grande manuale continuamente precisato nei suoi assunti a ricondurre la soluzione dei nuovi problemi a un riconoscibile, unitario, disegno

    Progetto Sud - Siracusa, Latomie dei cappuccini

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    Siracusa. Latomie dei Cappuccini. La sistemazione architettonica dell’area delle Latomie dei Cappuccini, perno orientale dell’ampio sistema delle antiche latomie siracusane, rappresenta l’occasione per ridefinire il ruolo urbano che questo importante e vasto impianto, predisposto per l’estrazione della pietra, ha storicamente avuto rispetto all’evoluzione morfologica della città oltre la balza di Acradina e a nord del profilo della terrazza calcarea che si spinge, come una sorta di arco, fino al Parco archeologico di Neapolis. Sul sedime degli edifici di cui è prevista la futura demolizione, il progetto si propone di fissare un riferimento riconoscibile rispetto al tracciato di Via Puglia attraverso un importante fronte urbano capace di ridefinire l’affaccio delle latomie verso la città. L’intenzione di restituire le latomie alla città e, al tempo stesso, ricostituendo la relazione con il mare, di rinnovare l’antico legame visivo di quest’area con la penisola di Ortigia, è il motivo per cui il progetto si compone di due parti tra loro strettamente connesse e giustapposte rispetto a Via Puglia: verso le latomie un impianto di corpi ortogonali, interrotti sul margine delle cave, che rinserrano al loro interno alcune gallerie espositive destinate al Museo della Città, mentre nell’area dell’attuale distributore di carburanti, un edificio compatto destinato a centro congressi e archivio museale con una terrazza a mare ricavata sulla copertura dell’aula. Il fronte urbano dell’edificio museale si caratterizza come un muro dal duplice ruolo. Verso la città definisce il margine delle latomie e, con il suo forte carattere litico, ne evoca la presenza mediante una silenziosa scena fissa capace di istituire un nuovo legame con il mare e, al tempo stesso, di restituire le latomie alla città grazie alla forte riconoscibilità dell’edificio pubblico che esibisce, nella partizione orizzontale delle modanature in pietra, la sua consistenza costruttiva. Verso l’interno, invece, è un elemento stabile di sostegno destinato a ospitare l’antiquarium del museo precisandosi, in tal modo, come sede elettiva dei frammenti della collezione archeologica. L’impianto degli edifici museali, che impiega la pietra calcarea locale (calcarenite bianco-giallastra), secondo l’antica tradizione costruttiva dell’architettura civile siracusana, si apre, pressoché al centro dell’area lasciata libera dalla demolizione degli edifici esistenti, in una piazza pubblica affacciata sulle latomie ove si dispone l’accesso principale al Museo della Città e, indirettamente, al complesso delle cave. Per superare il dislivello altimetrico tra il piano del museo e la base delle latomie, oltre a mantenere la scala esistente, viene realizzata una gabbia di ascensore autoportante non addossata alle pareti litiche in modo da non comprometterne la resistenza statica. Il medesimo dispositivo è adottato anche in corrispondenza dell’ingresso secondario da Via Politi Laudien. Tali accessi sono intesi quali nodi di un lungo percorso pedonale che, ridisegnando il margine esterno delle cave fino alla balza di Acradina, ricomprende all’interno della circolazione urbana l’intero complesso delle Latomie dei Cappuccini e il suo indissolubile legame con il mare. Per gli edifici si pensa di adottare una struttura che impieghi la tecnica costruttiva della pietra a secco con la collaborazione di elementi tesi in acciaio, barre o funi, in quelle parti in cui, per effetto dei carichi applicati, si manifestino stati di sforzo di trazione che non possono essere affidati alla sola pietra. Il nodo costruttivo centrale delle sale espositive è costituito da una serie di volte a botte longitudinali, con intradosso a profilo cicloidale, interrotte alla sommità da tagli di luce. In senso trasversale, in corrispondenza dei pilastri isolati, si mantiene la continuità dell’arco che assicura il vincolo agli elementi delle volte
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