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EXPO Milano 2015 Bellardi Maria Grazia
Partecipazione ad EXPO' 2015 nell'ambito di una cordata "SANA ALIMENTAZIONE E RINASCITA DELLE
COLTIVAZIONI ITALIANE D’ECCELLENZA ED ECOSOSTENIBILI DI PIANTE AROMATICHE, FONTE DI OLI ESSENZIALI.IL RUOLO DELLA CANAPA.
PIÙ QUALITÀ E MENO VELEN
I "diavoletti" soffrono il freddo
Uno degli aromi preferiti nel nostro Meridione è il “diavoletto” (diavulillu in Molise, diavulicchiu in Lucania, ecc.); lo aveva battezzato con questo scherzoso nome lo stesso D’Annunzio “rossardente diavoletto folle”. Facile capire che ci stiano riferendo al peperoncino, arrivato in Europa nel 1514 dal Messico dov’era coltivato fin dai tempi precolombiani. Forse pochi sanno che fu lo stesso Cristoforo Colombo a scoprirlo. Sul diario di bordo del 22 dicembre 1492 si legge “....gli indigeni portano sementi che sono buone spezie...ne gettano un grano in una scodella d’acqua e la bevono....dicendo che è cosa molto salutare”.
L’uso del peperoncino in cucina è senz’altro vasto, ma la pianta è interessante anche dal punto di vista ornamentale. I suoi frutti, allungati a cornetto, oppure ovoidali e rotondeggianti, di colore rosso, giallo, arancio, violaceo, verde o bianco, rallegrano a lungo balconi e giardini e, una volta recisi, gli ambienti domestici. A Natale, ad esempio, un mazzetto di “diavoletti” rossi può benissimo essere usato al posto del pungitopo per decorare i pacchetti di doni e la tavola imbandita: nonostante il nome, forse poco in tema con il periodo, è comunque di buon augurio per i suoi pregi gastronomici e salutari. Come procurarcelo? Ricorriamo a Capsicum frutescens “Friesedorfer” i cui “diavoletti” rossi e gialli possono essere recisi in autunno, dopo la caduta delle foglie, ed utilizzati anche a dicembre. in Liguria sono commercializzate le “Peperette”: rami robusti ed allungati, a volte defogliati, carichi di bacche. che ben si prestano a composizioni fresche o secche, fra cui anche bouquet per cerimonie.
Mai al freddo
Dove si coltivano i peperoncini? Appartengono alle solanacee, le “piante del sole”, per cui i “diavoletti”, neanche a dirlo, amano il caldo. Niente di più salutare, per le varietà che maturano in ottobre-novenbre, che piantarli in piena terra, e lasciarli crogiolare alle alte temperature estive.
E se abitiamo in aree più fredde? Allora ricorriamo al vaso, senza dimenticare, di porlo in ambiente riparato in ottobre. Se questa semplice regola non è rispettata, la pianta inizia ad ingiallire, i “diavoletti” raggrinziscono assumendo un’insolita colorazione bluastra e consistenza molliccia, indice di marcescenza. Le foglie diventano piccole e la crescita è decisamente stentata. Peccato che una pianta tanto preziosa, descritta da Castore Durante nel ‘500 come colei che “conforta corroborando i membri principali”. debba soffrire il freddo
Il decoro floreale aromatico nella pittura del '400 in Italia
Il gusto per il fiore ha radici profonde e remote nella cultura europea. Ancora oggi colpisce la viva bellezza dei roseti nella Villa del Bracciale d’oro a Pompei con il piccolo usignolo posato su di una canna. Per scoprire il fascino e la bellezza delle piante nel decoro floreale, percorriamo il ’400 italiano, quando rose, lilium, delicate piante anche spontanee, come viola, iperico. pervinca. parietaria, ecc., molte delle quali oggi inserite nel vasto e complesso mondo delle “aromatiche”, erano mirabilmente incastonate in testi, affreschi ed oli su tela. Per scoprirle, entreremo virtualmente in due città famose, ricche e soprattutto potenti in Italia nel ‘400: Ferrara e Firenze
UNA CEPPAIA PERICOLOSA
Vedere una ceppaia abbandonata di un grosso albero non è certamente una cosa rara. Se ne incontrano anche in luoghi urbani dove diventano, purtroppo, contenitori occasionali di rifiuti, come se fossero delle pattumiere.
Ma le ceppaie su cui ci soffermiamo in queste poche righe sono quelle che possono costituire una fonte pericolosa d’inoculo per un genere di funghi fitopatogeni del genere Armillaria (in Italia questo genere comprende essenzialmente 5 specie: A. mellea, A. ostoyae, A. gallica, A. cepistipes e A. tabescens), responsabili di seri problemi alle foreste ed ai frutteti di tutta Europa provocando il così detto “marciume radicale”.
L’Armillaria instaura con la pianta un rapporto di parassitismo (finché l’organismo è vivo), ma che si trasforma in saprofitismo alla morte dell’ospite. Chi raccoglie funghi mangerecci nei boschi nota spesso, infatti, che i “chiodini” dell’Armillaria crescono sia su piante vive, sia su ceppaie.
Non esistono in commercio fungicidi capaci di combattere questo patogeno, per cui è importante saper riconoscere precocemente i sintomi del “marciume radicale” al fine di effettuare un efficace intervento agronomico preventivo. L’Armillaria, infatti, permane come saprofita all’interno di radici e rami in decomposizione e ivi può sopravvivere anche per parecchi anni, pronta ad attaccare radici di piante sensibili con cui viene successivamente in contatto.
Un facile verifica
Se con un coltellino si asporta la corteccia da una ceppaia lasciata in loco, si nota la presenza del suo micelio di colore biancastro, tipicamente a ventaglio, che poi produce rizomorfe: strutture composte da ife strettamente compattate a formare un cordone resistente, attraverso cui il fungo può muoversi nel terreno e penetrare nelle radici delle piante ospiti limitrofe.
Cosa fare?
Le piante infette da Armillaria devono essere prontamente rimosse ed eliminate, ceppaie comprese; il suolo deve essere lavorato in profondità rimuovendo accuratamente ogni residuo radicale. L’area dovrebbe essere lasciata a riposo per un periodo minimo di almeno 3 anni in modo che l’inoculo del patogeno possa ridursi in maniera significativa.
Una curiosità
Armillaria spp. si può considerare l’organismo più grande e più vecchio esistente in natura. Infatti, è stata scoperta nel Nord America la presenza di un micelio che si propaga da una pianta all’altra arrivando a ricoprire la superficie di circa 1000 ettari e l’età stimata di questo micelio si aggira fra i 2000 ed i 9000 anni
Paesaggi e fiori futuristi di Giacomo Balla
Si tratta di una conferenza riguardante il Futurismo ed in particolare la Natura vista da Giacomo Balla.Evento organizzato dal Museo Diocesano di Imol
Eppure fiorisce!
Spesso ci si chiede da dove derivi il nome botanico di una pianta. Le origini possono essere diverse, come la forma di certe sue parti, vedi il gladiolo le cui foglie sembrano piccole spade: da latino gladius e gladiolus, e la digitale (Digitalis spp.) il cui fiore ha la forma del ditale della sarta; oppure il genere si rifà a personaggi più o meno famosi, come l’erba scopiaria il cui nome botanico è Hottonia palustris in quanto Limneo dedicò il genere a Pierre Hotton, professore di Botanica a Leida nel ‘600.
Molto spesso il nome botanico richiama direttamente quello dello scopritore. E’ il caso della fresia (Freesia spp., dallo studioso Fr.H.Th. Freese) e dell’alstroemeria (Alstroemeria spp.) i cui semi furono importati in Europa dal Sud America dal barone svedese, allievo di Limneo, Klaes von Alstroemer (1736–1794). Questi la trovò che cresceva spontanea ai piedi delle Ande, in Cile e Perù, tanto è vero che viene anche comunemente chiamata giglio degli Incas o peruviano.
Perché acquistare l’alstroemeria?
I suoi fiori recisi danno molta soddisfazione: durano a lungo, oltre le tre settimane, e sono piacevoli ed eleganti, con la leggera corolla imbutiforme dalle diverse tonalità di rosso, giallo, arancio, viola, rosa, bianco, con maculature e striature in colori contrastanti. Possiamo anche piantarne qualche esemplare in giardino per creare vivaci bordure: ama posizioni luminose, con qualche ora di sole ogni giorno, ma dove possa godere del refrigerio dell’ombra nelle ore più calde della giornata, al riparo dai venti. L’alstroemeria può sopportare periodi di brevi gelate (le radici resistono fino a una temperatura di -5°C). E’ quindi, come si suol dire, poco esigente ma....
Le virosi
....ogni pianta ha il proprio “tallone d’Achille” e per l’alstroemeria sono le virosi che spesso deturpano l’apparato fogliare con ogni sorta di decolorazioni (“mosaici”, “striature”, “maculature”, ecc.). Spesso, però, nonostante queste vistose alterazioni interessino quasi tutte le foglie, la pianta produce ugualmente fiori belli e coloratissimi, che sembrano sfuggire all’aggressività dei virus che la infettano. Pare quasi un miracolo che una pianta tanto “brutta” fino alla fioritura possa poi arricchirsi di eleganti piccoli gigli perfetti nella forma e nel colore.
Cosa fare e cosa dire?.....da Virologo sostengo che ogni pianta virosata vada eliminata dal giardino, ma in questo caso lascio libertà di scelta a chi la possiede e vuole reciderne i fiori per abbellire gli ambienti domestici
Lachenalia irriconoscibili
Una malattia che si è presentata del tutto nuova ed inaspettata è quella che ha colpito nell’inverno del 2016 un impianto di L. aloides della Liguria (Albenga) e che ha interessato oltre il 90% dell’impianto. Il produttore è rimasto stupefatto nel vedere che sulle foglie, contorte e spiralate, si manifestavano striature e anulature necrotiche e che, al momento della fioritura, i racemi erano completamente trasformati: assi fiorali ingrossati da cui si dipartivano piccoli fiori malformati, rossicci o verdi; solo su alcuni di essi erano ancora visibili i fiori bicolori giallo e rossi “normali”.
Una fitoplasmosi
E’ triste dovere comunicare al produttore di una qualsiasi specie ornamentale che ha messo a dimora materiale vegetale di propagazione (in questo caso bulbi di Lachenalia) già infetti da un agente patogeno contro cui non si può fare nulla. Data l’elevata percentuale di piante sintomatiche e l’assenza nella serra di cicadellidi (vettori naturali di fitoplasmi) è infatti plausibile ipotizzare che l’origine della malattia sia a monte.
Il ruolo del fitopatologo è questo: effettuare la diagnosi visiva e, sulla base della tipologia di alterazioni (di forma e di colore) della pianta, provvedere alle analisi specifiche di laboratorio per individuarne la causa.
L’unica raccomandazione per chi produce piante ornamentali è quello di pretendere materiale di propagazione qualificato dal punto di vista sanitario.
Nel caso quindi, malauguratamente, chi acquista una Lachenalia si accorga che la crescita della pianta è anomala, anzi mostruosa, sappia che ha acquistato dei bulbi già infetti da pericolosi agenti infettivi e che purtroppo non c’è rimedio
La Monarda, una “nuova” pianta aromatica da vaso. Maria Grazia Bellardi
Il Mercato di aromatiche ed ornamentali è alla continua ricerca di specie nuove, capaci di soddisfare i consumatori, sempre più esigenti e preparati. Chi normalmente acquista una pianta aromatica per il giardino o da collocare in vaso nel balcone o sul davanzale per avere sempre a portata di mano foglie e fiori freschi da utilizzare in cucina o per profumare gli ambienti, cerca spesso essenze nuove, fragranti e delicate, in alternativa ai “soliti” origano, lavanda, salvia, menta, ecc. Non è quindi facile per un coltivatore di aromatiche proporre una pianta nuova, ma al tempo stesso piacevole nell’aspetto e facile da coltivare.
Dal 2010 l’attenzione di un Gruppo di Ricerca dell’Università di Bologna (Dipartimento di Scienze Agrarie) che da anni si dedica al Settore Erboristico, si è rivolta nei confronti di una pianta da pochi conosciuta, la Monarda, con lo scopo di valorizzarla sia come aromatica, sia come ornamentale. Nel biennio 2012-2013 è stato realizzato un Progetto di Ricerca multidisciplinare, finanziato dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Imola, che ha visto la collaborazione di strutture diverse: ITA Scarabelli-Ghini (Imola), Giardino delle Erbe di Casola Valsenio (Ravenna), Università “G.D’annunzio” di Chieti-Pescara. Uno degli scopi del Progetto era la valutazione agronomico-colturale e fitosanitaria della Monarda finalizzata all’immissione nel Mercato come “nuova proposta”. Nell’ambito delle stesso Progetto sono stati esaminati gli oli essenziali al fine di valutarne l’attività antimicrobica nei confronti di microrganismi patogeni per l’uomo e gli animali (Candida spp., Escherichia coli, ecc.), ottenendo risultati molto promettenti.
Di seguito, ci si limita a riportare quanto emerso delle prove di coltivazione delle due specie oggetto di studio: M. didyma e M. fistulosa. Coloro che desiderano conoscere i risultati completi della Ricerca, possono accedere liberamente al sito della SIROE (Società Italiana per la Ricerca sugli Oli Esseziali) http://www.siroe.it, scaricando il pdf degli Atti della Giornata di Studio svoltasi il 10.10. a Palazzo Vespignani, sede di Imola dell’Università di Bologna
Profumo dei fiori nell'arte pittorica
Introduzione. Spesso ci si chiede se sia possibile “dipingere” il profumo dei fiori o l’aroma di una pianta o di un frutto. Non sono molti, infatti, i pittori che veramente sono riusciti in passato o riescono oggi a stimolare il nostro senso olfattivo.
Scopo. In un breve viaggio “odoroso” si cercherà di trovare quei dipinti che, con la forza espressiva del disegno e del colore, sono in grado di suscitare un ricordo olfattivo. Si incontreranno pittori della famiglia Brueghel, l’Arcimboldo, poi Monet e Klimt, Preraffaeliti e Futuristi. Sarà quindi un percorso sensoriale nel tempo, tra fiori e paesaggi.
Un Viaggio sensoriale. Il viaggio inizia con “Il senso dell’olfatto” di G.Arcimboldo (1526-1593), noto per combinare in modo ironico frutta e ortaggi, ma che qui inserisce unicamente i fiori per creare una figura allegorica che reca la scritta “io sono l’odorare senza gustare”. J.Brueghel il Giovane (1645-1650) dipinse “Allegoria dell’olfatto”. In una scena bucolica, un amorino raccoglie fiori meravigliosamente “veri” (come è tipico dell’arte fiamminga), mentre un altro li dona alla dea Flora. Già suo padre, J.Brueghel il Vecchio (1618-1620) in “Allegoria della vista e dell’olfatto” aveva fatto armoniosamente convivere ben due sensi. Fra gli Autori di Nature Morte, G.Volò (il Vincenzino), esponente del barocco lombardo del XVII-XVIII sec., inserì sempre nelle sue tele gelsomini freschi e setosi, come appena raccolti, disponendoli in primo piano, quali assoluti protagonisti della scena, al fine di suscitare un intenso ricordo olfattivo. Ma pochi pittori nell’intera storia dell’Arte appaiono tanto felicemente guidati dall’istinto come C.Monet (1840-1926): egli si fa interprete della gioia che l’occhio prova nell’indagare le più sottili variazioni di luce e di colore, inebriandosi dello spettacolo “profumato” della Natura, come lui stesso scrisse “La luce diventa pianta e matura in essa nettare e profumo”. I suoi fiori, di consistenza luminosa e vaporosa, sono molto “vicini” a quelli del boemo G.Klimt (1862-1918), la cui pittura è naturalmente estiva, come lo sono i suoi giardini. La verità per Klimt sta nella Natura stessa che è generosa e fiorita, e le belle signore sono un prodotto di questa floridezza, i fiori di un’estate profumata infinita.
Anche gesti quotidiani possono stimolare sensazioni olfattive inaspettate. G.F.Harris è un pittore americano contemporaneo che dipinge rose, peonie, lillà, abbinandoli a figure femminili, privilegiando la luminosità ed il cromatismo per sottolineare gesti “profumati” romantici. Queste donne, sensuali ed eleganti, ci riportano ai Preraffaelliti (J.W.Waterhouse, D.G.Rossetti, ecc.), pittori che si opposero all’accademismo vittoriano. Ai Preraffaelliti inglesi, con i loro romantici gesti “odorosi”, in Italia rispondevano nel 1910 i Futuristi con la giocosità, la luce e la genialità di G.Balla. La dialettica tra la sensazione sensibile e l’energia, ossia tra l’olfatto e la forza oscura che lo stimola, è al centro di due suoi dipinti: “Bottiglia di profumo. Espansione di profumo” (1920-1925) e “Espansione di profumo” (1916) dai toni quasi musicali: da una geometria floreale centrale si sprigiona la sensazione olfattiva e le forme curvilinee suggeriscono il carattere volatile dell’effluvio che si dissolve nell’aria
Profumi e aromi di fiori e piante nell’Arte pittorica
Introduzione. Spesso ci si chiede se sia possibile “dipingere” il profumo dei fiori o l’aroma di una pianta o di un frutto. Non sono molti, infatti, i pittori che veramente sono riusciti in passato o riescono oggi a stimolare il nostro senso olfattivo.
Scopo. In un breve viaggio “odoroso” si cercherà di trovare quei dipinti che, con la forza espressiva del disegno e del colore, sono in grado di suscitare un ricordo olfattivo. Si incontreranno pittori della famiglia Brueghel, l’Arcimboldo, poi Monet e Klimt, Preraffaeliti e Futuristi. Sarà quindi un percorso sensoriale nel tempo, tra fiori e paesaggi.
Un Viaggio sensoriale. Il viaggio inizia con “Il senso dell’olfatto” di G.Arcimboldo (1526-1593), noto per combinare in modo ironico frutta e ortaggi, ma che qui inserisce unicamente i fiori per creare una figura allegorica che reca la scritta “io sono l’odorare senza gustare”. J.Brueghel il Giovane (1645-1650) dipinse “Allegoria dell’olfatto”. In una scena bucolica, un amorino raccoglie fiori meravigliosamente “veri” (come è tipico dell’arte fiamminga), mentre un altro li dona alla dea Flora. Già suo padre, J.Brueghel il Vecchio (1618-1620) in “Allegoria della vista e dell’olfatto” aveva fatto armoniosamente convivere ben due sensi. Fra gli Autori di Nature Morte, G.Volò (il Vincenzino), esponente del barocco lombardo del XVII-XVIII sec., inserì sempre nelle sue tele gelsomini freschi e setosi, come appena raccolti, disponendoli in primo piano, quali assoluti protagonisti della scena, al fine di suscitare un intenso ricordo olfattivo. Ma pochi pittori nell’intera storia dell’Arte appaiono tanto felicemente guidati dall’istinto come C.Monet (1840-1926): egli si fa interprete della gioia che l’occhio prova nell’indagare le più sottili variazioni di luce e di colore, inebriandosi dello spettacolo “profumato” della Natura, come lui stesso scrisse “La luce diventa pianta e matura in essa nettare e profumo”. I suoi fiori, di consistenza luminosa e vaporosa, sono molto “vicini” a quelli del boemo G.Klimt (1862-1918), la cui pittura è naturalmente estiva, come lo sono i suoi giardini. La verità per Klimt sta nella Natura stessa che è generosa e fiorita, e le belle signore sono un prodotto di questa floridezza, i fiori di un’estate profumata infinita.
Anche gesti quotidiani possono stimolare sensazioni olfattive inaspettate. G.F.Harris è un pittore americano contemporaneo che dipinge rose, peonie, lillà, abbinandoli a figure femminili, privilegiando la luminosità ed il cromatismo per sottolineare gesti “profumati” romantici. Queste donne, sensuali ed eleganti, ci riportano ai Preraffaelliti (J.W.Waterhouse, D.G.Rossetti, ecc.), pittori che si opposero all’accademismo vittoriano. Ai Preraffaelliti inglesi, con i loro romantici gesti “odorosi”, in Italia rispondevano nel 1910 i Futuristi con la giocosità, la luce e la genialità di G.Balla. La dialettica tra la sensazione sensibile e l’energia, ossia tra l’olfatto e la forza oscura che lo stimola, è al centro di due suoi dipinti: “Bottiglia di profumo. Espansione di profumo” (1920-1925) e “Espansione di profumo” (1916) dai toni quasi musicali: da una geometria floreale centrale si sprigiona la sensazione olfattiva e le forme curvilinee suggeriscono il carattere volatile dell’effluvio che si dissolve nell’aria
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