1,721,536 research outputs found

    Il rito di passaggio di «Purgatorio», IX

    No full text
    Assumendo il concetto antropologico di «rito di passaggio» così come fu esposto da Arnold Van Gennep, se ne riscontra l’applicazione liturgica nel canto IX del Purgatorio, scandita allo stesso modo in un rito «preliminare» con il quale Dante si separa dall’ambiente precedente, seguito dal vero e proprio rito «liminare» perché è eseguito sul «margine», ovvero sulla «soglia», che genera un momento di sospensione in virtù del quale si elimina l’immediatezza del passaggio per sottolineare il moto di allontanamento, per concludersi infine con il successivo moto di aggregazione «postliminare», con il quale il pellegrino è accolto e integrato nel nuovo ambiente. Contestualmente si realizza un altro rito di passaggio, da intendersi in senso metaforico, ossia il superamento dei significati dei tanti miti classici presenti nel canto in quanto protagonisti di un loro inveramento in chiave cristiana.The author observes in ‘Purgatorio’ ix a liturgical application of the anthropological concept of « Rite of Passage », as exposed by Arnold Van Gennep. Indeed, the action of the canto divides itself in a first « preliminary » rite, by which Dante separates himself from the previous condition. Then follows a rite called – more specifically – « liminary », as acted on the « margin », which is the « threshold » generating a moment of suspension where the rapidity of the passage is removed in order to stress the separation motion. Lastly follows the « postliminary » aggregation motion, by which the pilgrim Dante finally joins a new environment. Simultaneously, another rite of passage – in a metaphorical sense – is realized, which is the overcoming of the meanings of the many classical myths of the canto in the perspective of their Christian-like transformation

    Quanto nuoce la cultura al comandante di un esercito? Un dibattito umanistico tra Cinque e Settecento

    No full text
    Attraverso l’esame dei molti trattati che tra Cinque e Seicento sono dedicati alla figura del perfetto capitano si ricava un ritratto ideale che segue il parametro dell’inclusività, ossia che gli attribuisce non solo le competenze dell’arte della guerra, ma anche una solida cultura, tanto tecnico-scientifica quanto umanistica. Nel tempo però la professionalizzazione dell’uomo d’arme rende sempre più utopica una sintesi armoniosa di tipo enciclopedico. Non solo, ma gli esempi storici mostrano condottieri che, validissimi nel cimento bellico, non lo erano altrettanto in fatto di cultura. Dal Seicento, seguendo una logica di lunga durata, si nota allora un’inversione di tendenza che, avendo a modello la figura di Coriolano descritto da Plutarco e gli esempi di Sparta, Roma e Cartagine, rivede l’equazione tra cultura e capacità guerresche stabilendo tra loro addirittura un rapporto inversamente proporzionale, riscontrabile nelle posizioni di Alessandro Tassoni, Virgilio Malvezzi, Giambattista Vico, per prolungarsi fino ai primi dell’Ottocento con il Fabrizio Lomonaco autore delle Vite de’ famosi capitani.If one examines the numerous treatises of the period between the 16th and the 17th centuries, dedicated to the personality of a perfect military chief, one will see an ideal portrait attributing to the military commander not only a high level of competence in the art of war, but also a solid technical-scientific, as well as humanist culture. However, a number of historical examples show us military chiefs who, being extremely well-versed in war techniques, possessed a much poorer competence in culture. A long-lasting inversion of the tendency in question can be observed starting from the 17th century. Taking as a model the figure of Plutarch’s Coriolanus, as well as the examples of Sparta, Rome and Carthage, Alessandro Tassoni, Virgilio Malvezzi, Giambattista Vico establish an inversely proportional relation between culture and war competence. This trend can still be perceived at the beginning of the 19th century in Francesco Lomonaco, the author of Vite de’ famosi capitani.On peut déduire lors de l’examen de plusieurs traités de la période entre le XVIe et le XVIIe siècles, notamment de ceux dédiés à la personne d’un chef militaire parfait, un portrait idéal qui lui attribue non seulement les compétences de l’art de la guerre, mais aussi une solide culture, technicoscientifique, certes, mais aussi humaniste. Pourtant, les exemples historiques nous montrent des commandants qui, tout en possédant de vastes compétences dans l’art du combat, n’avaient pas le même niveau lorsqu’il s’agissait du domaine culturel. Au XVIIe siècle, on note une inversion de la tendance en question. En ayant pour modèle la figure de Coriolan chez Plutarque, aussi bien que les exemples de Sparte, Rome et Carthage, Alessandro Tassoni, Virgilio Malvezzi, Giambattista Vico, pour ne citer que quelques exemples, établissent un rapport inversement proportionnel entre la culture et les compétences militaires. Cette tendance se confirme encore au début du XIXe siècle chez Francesco Lomonaco, l’auteur des Vite de’ famosi capitani

    «Un poeta di virtù prodigiosa». Il Pascoli di Renato Serra

    No full text
    Attraverso un metodo critico di ascendenza platonica giuntogli dal magistero di Francesco Acri, Serra concepisce i testi di Pascoli come realtà vive cui si può accedere soltanto con una lettura intesa come tensione conoscitiva che, in polemica anticrociana, rinuncia a una logica statica e pacificata in partenza. I suoi versi allora non sono più inscrivibili nel genere dell’idillio, ma sorretti da una visione del mondo derivante da un «positivismo sentimentale» che si risolve in una presa di coscienza della tragicità delle cose e della realtà infelice dell’uomo e delle sue antinomie. Di conseguenza l’analisi stilistica non è più di tipo formale ma finalizzata alla scoperta dell’interiorità. Da questa prospettiva l’ultimo Pascoli, quello che si atteggiò a poeta vate, a erede di Carducci senza averne il temperamento, non poteva non rappresentare per Serra la prova di un’involuzione poetica che ha smarrito i precedenti interrogativi esistenziali sulla vita e sul destino degli uomini.Using a critical method of Platonic origin that he derives from his master Francesco Acri, Serra conceives Pascoli’s texts as living realities, to which one can have access only by means of a reading process understood as a cognitive tension, which, in polemic with Croce, abandons a logic that is static and pacified from the outset. Pascoli’s verses, then, fall no longer under the idyllic genre, but are sustained by a world vision deriving from a “sentimental positivism” and resulting in an awareness of the tragic conditions of life and the unhappy reality of man and his antinomies. As a result, the stylistic analysis is no longer based on form, but is aimed at discovering interiority. From this perspective, the later Pascoli, who assumed the role of the prophet-poet and heir to Carducci whilst lacking the latter’s temperament, could not fail to represent for Serra the proof of a poetic involution that has lost sight of the earlier existential interrogatives concerning life and man’s destiny

    La retorica della salvezza. Studi danteschi

    No full text
    Salvare l’umanità emancipandola dalla condizione di miseria morale per condurla alla redenzione è l’altissimo scopo extraletterario della Commedia. La teatralizzazione dei peccati e delle virtù esige anche dal lettore odierno una partecipazione non distaccata, una dedizione e un coinvolgimento che prevedono la possibilità di una svolta nella conduzione della sua vita. Per dimostrare questa natura speciale della Commedia il libro ne analizza gli intenti retorici, indagandoli non solo nei loro esiti estetici ma anche nelle conseguenze pratiche, privilegiando di Dante la vocazione del missionario e del profeta che, nuovo Mosè, vuole affrancare uomini e donne dalla prigione dei vizi

    Raimondi, Ezio

    No full text
    Biografia intellettuale di Ezio Raimondi. Voce del DB

    Studia Oliveriana

    No full text
    La rivista segue tre linee tematiche principali: filologia e letteratura; storia e antichistica; ricezione dei classici e storia degli studi classici. Si interessa in particolare del patrimonio librario, documentario, archeologico, storico-artistico della cultura di Pesaro, ma trascende un interesse puramente locale

    Prospettive sull’epistolarità fittizia

    No full text
    Nel Settecento il raggio d’applicazione della lettera si allarga smisuratamente. L’articolo distingue dapprima tra le lettere realmente spedite e quelle fittizie, che della lettera sussumono la forma, senza però che o il mittente, o il destinatario, o il messaggio stesso, o tutti e tre questi elementi insieme siano autentici e la missiva sia stata realmente spedita. Al tempo stesso si mettono in luce le ampie zone comuni, come quando due reali corrispondenti decidono di riprendere e pubblicare le loro lettere realmente scambiate, rielaborandole però con intenti letterari. In questo caso lo scambio epistolare ha quindi due momenti e due intenti distinti che gli conferiscono un carattere dapprima effettivamente privato e poi un carattere pubblico accompagnato dall’impressione di una costruzione fittizia. Concentrandosi sulla tipologia delle lettere presenti in opere letterarie (romanzi, opere teatrali, letteratura di viaggio, se ne mostrano poi le somiglianze con la scrittura dei diari e con il genere del dialogo, messo a confronto con la struttura monologica del trattato. Infine si fa vedere la differenza dell’epistolografia tra primo e secondo Settecento, notando il passaggio da lettere dal taglio documentario e saggistico a lettere che più si prestano a trasmettere l’intermittenza soggettiva delle impressioni, l’oscillazioni degli umori, la libertà dell’esposizione

    Un esempio di ricezione produttiva

    No full text
    L'articolo illustra il metodo di Guido Guglielmi, che è stato il più “filosofico” dei critici letterari, o meglio quello che più di ogni altro ha avuto una mente speculativa. Questo abito mentale si è tradotto nell’opera di Guglielmi in una spiccata attitudine metadiscorsiva che lo ha portato a fare una critica della critica senza però farlo diventare un teorico della letteratura perché le sue analisi non sono mai state astratte, come tendono a esserlo quelle di un teorico puro. In un certo senso ha fatto storia della letteratura senza essere propriamente uno storico della letteratura tradizionale perché il suo obiettivo, prima di perseguire dei tracciati diacronici, era quello di concentrarsi su un testo e rimanervi sopra a lungo per scavarlo in profondità e proiettarlo su inedite aperture, perfino su campi esterni alla letteratura. Grazie a un’intelligenza filosofica si tuffava nel profondo, da cui riemergeva con quello che aveva scoperto esponendolo con un linguaggio denso, aggrumato, impossibile da sciogliere e da stemperare con una semplice scorsa. I suoi periodi hanno una naturale linearità paratattica, ma sono talmente concentrati da assumere la dimensione lapidaria degli aforismi che dal loro esile ricettacolo irraggiano schegge di luce folgorante. La loro referenzialità non è nemmeno apodittica perché anzi la sintesi di pensiero che vi è custodita e compressa non sancisce lo status quo ma ri-crea il testo. La sua critica non segue un processo mimetico o descrittivamente riproduttivo, ma attivo, secondo una «ricezione produttiva», assolta solo dopo un ravvicinato corpo a corpo con il testo con cui si instaura un dialogo dialettico

    Tesi e antitesi: la dialettica della storia di De Sanctis

    No full text
    Formatosi nel vivo dell’esperienza risorgimentale, Francesco De Sanctis considerò la letteratura un’esperienza umana integrale immersa totalmente nel corso della storia. La sua ideologia romantica non prese la direzione sentimentale ma realistica, ricusando anche nell’arte e nella filosofia ogni atteggiamento contemplativo, fino a identificare l’impegno intellettuale con l’impegno morale e a sentire la necessità di conciliare i principî individuali con i principî sociali. Di conseguenza non solo la lingua ma, a maggior ragione, l’intero mondo della cultura fu per lui intimamente connesso alle sorti della nazione in cui essa si esprime. La sua opera di critico letterario diventa così la storia della formazione della coscienza nazionale volta a volta incarnata negli scrittori, in una fittissima trama di contrapposizioni e antitesi
    corecore