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«Dentro e fuori sono una cosa sola.» Sterne erben, Sterne färben di Marica Bodrozic;.
Il testo rappresenta il capitolo introduttivo della traduzione italiana di "Sterne erben, Sterne färben", prosa autobiografica della scrittrice tedesca Marica Bodrozic;, uscita presso l'editore Suhrkamp nel 2007 (traduzione di B. Ivancic e V. Piazza). Nella prima parte vengono descritti i contenuti e le caratteristiche linguistiche e stilistiche dell'opera originale e si offre un ritratto dell'autrice, collocandola nella recente letteratura tedesca; nella seconda parte si illustrano determinate scelte traduttive e si offre un commento di tipo traduttologico
Tradurre Dostoevskij come ragione di vita
L'articolo riflette sul nesso vita, lingua e traduzione, attraverso la storia della traduttrice tedesca Svetlana Geier
Le parole e le memorie. Per una didattica della traduzione attraverso il testo letterario
“Dialogue between Translators and Authors. The Example of Claudio Magris”
The paper focuses on the forms of cooperation between authors and their translator(s) in all cases in which the two operate simultaneously. This issue is explored on the example of the Trieste-born author Claudio Magris, who cultivates a very close relationship with most of his translators.
Writing and translation have been coexisting in this author throughout his career and have resulted in the heightened sensitivity of Magris the author with regards to translation, as the first part of the analysis shows. The second part describes the dialogue between Magris and the translators of his works, and ends with the more general question of the significance and role of such a form of exchange
Altre voci, altri silenzi. A Seventh Man di John Berger e Jean Mohr
In A Seventh Man (1975), lo scrittore John Berger e il fotografo Jean Mohr dedicano la loro attenzione all’esperienza dei Gastarbeiter migrati dal meridione europeo e dai paesi dell’Est verso la più ricca Europa settentrionale, dove, a metà degli anni Settanta, un settimo della manodopera migrante (da qui, l’immagine del titolo, tolta da una poesia dell’ungherese Attila Joszef) è di origine straniera. Come osservò Geoff Dyer (1986) e, più recentemente, ha ribadito Levent Soysal (2003), il “settimo uomo” di Berger e Mohr “non può essere visto né ascoltato ed è mantenuto separato dall’immaginazione europea attraverso barriere invisibili” , al punto che la sua esistenza è possibile solo come “un evento all’interno di un sogno sognato da qualcun altro ”, in una sorta di sovra-determinazione completa, tanto simbolica quanto materiale, che ne fa, così come teorizzato da Homi Bhabha, l’automaton, lo straniero, nell’accezione freudiana, chi non può riscoprirsi né permettere l’altrui riscoperta come soggetto. In tal senso, A Seventh Man, dove la presenza del migrante è caratterizzata da un’opacità che manifesta la “radicale incommensurabilità della traduzione” , si pone come contraltare della migrazione come traduzione, capace di rendere inclusivi i confini simbolici e materiali della nazione, identificata da Bhabha nei Satanic Verses (1988) di Salman Rushdie. Su questa dicotomizzazione tra i poli dell’opacità linguistica e della molteplice traducibilità si fonderà una buona parte degli studi postcoloniali e diasporici successivi. Se il modello teorico proposto da Homi Bhabha (1990) è stato successivamente criticato (cfr. Göktürk 2002, Adelson 2005, Özden Firat 2011, Benita Parry 1996), nell’opera di Berger e Mohr, si può rintracciare, invece, la costante formalizzazione di una dialettica della traduzione che si pone come snodo fondamentale e rende meglio conto del complesso commercio tra traducibilità e intraducibilità.
Tale dialettica si manifesta essenzialmente in due modi, ossia nella tematizzazione della traducibilità e nella costruzione dell’opera come foto-testo. Nel primo caso, la presenza costante, nel testo, di una riflessione sullo statuto della parola non si esaurisce nella dimensione meta-letteraria che pure le è propria, ma instaura sempre un confronto dialettico con la propria possibilità/impossibilità di traduzione. Senza mai attestarsi definitivamente sul momento negativo – privilegiato, invece, dall’interpretazione di Bhabha – tale movimento dialettico riceve una ulteriore svolta, come segnalato nella prefazione di Berger alla nuova edizione del libro, nel 2010 , dalle traduzioni dell’opera “in turco, greco, arabo, portoghese, spagnolo, punjabi”, offrendone la possibilità di lettura alle “persone di cui parlava”, ovvero interessando lingue e territori tanto europei quanto non-europei, e integrandoli così in quella “immaginazione europea” dalla quale, secondo Soysal (2003), l’esperienza e l’immaginazione dei Gastarbeiter erano mantenuti separati.
Per quanto riguarda la costruzione del libro come foto-testo, Berger e Mohr si premurano, fin dalla nota introduttiva alla prima edizione, di avvisare il lettore che la relazione tra immagine e testo è “illustrativa soltanto in alcune occasioni” , e quindi lo statuto della parola e quello dell’immagine devono essere “considerati in modo autonomo” . Anche l’utilizzo del testo con funzione di didascalia è occasionale: la sua collocazione all’interno del testo oppure nell’apparato paratestuale conclusivo avviene in funzione della necessità, o meno, di “informazioni documentarie” all’interno dell’opera. Questa insistenza sulla documentalità non deve trarre in inganno: nei suoi saggi di teoria fotografica (Understanding a Photograph, 2013) e, ancora con Mohr, in Another Way of Telling (1982), Berger ha sostenuto che la fotografia non è una traduzione diretta in immagine della realtà, o meglio delle sue appearances, bensì una “citazione” di dette “apparenze” (da intendersi in senso fenomenologico). La fotografia, dunque, è portatrice di evidenze in prima battuta irrefutabili, ma presenta una scarsità di significato, che è invece “da scoprirsi nelle connessioni e non può esistere senza sviluppo. Senza una storia, senza il suo dispiegarsi, non c’è significato ”. Si costituisce dunque una relazione dialettica anche tra parola e immagine: la parola fornisce uno sviluppo temporale laddove la fotografia è costitutivamente legata all’istante; la fotografia, invece, giustifica la definizione del testo nei termini di genere del “family album ” – rivendicata esplicitamente da Berger – che sarebbe altrimenti impossibile per un testo letterario privo di marche di intermedialità (si veda, a questo proposito, anche il precedente foto-testo di Berger e Mohr, A Fortunate Man, 1972
L’inclusione dell’Altro nella misericordia (raḥma) divina in al-Ġazālī e in Rūmī
La mistica islamica si classifica grossomodo in due tendenze principali, dette dell’“ebbrezza” (sukriyya) e della “sobrietà” (ṣaḥwiyya). Sul versante del sufismo dell’“ebbrezza” la letteratura persiana presenta numerose figure di cui forse la più famosa è il poeta Rūmī (XIII sec.). Sul versante della “sobrietà” è invece più opportuno collocare uno dei più grandi pensatori arabi dell’Islam sunnita, Abū Ḥāmid al-Ġazālī (XII sec.), importante teologo e giurista che ha tentato di integrare il sufismo nell’ortodossia islamica. In entrambi gli autori, tuttavia, l’amore nelle sue varie sfaccettature è onnipresente, inteso sia come amore per Dio e di conseguenza per il creato, la cui bellezza e perfezione addita/conduce a quella divina, sia attraverso l’ampio spazio che dedicano al concetto della misericordia (raḥma) di Dio, di cui presentano, seppure in modi e gradi differenti, una visione inclusiva dell’“altro”, inteso come il “non musulmano”. Al-Ġazālī, ad esempio, nel “Ravvivamento delle scienze religiose” (Iḥyā’ ‘ulūm al-dīn), pone l’amore come l’ultima e la più elevata stazione spirituale del cammino mistico che conduce a Dio, e precisa che amare Dio significa amarne l’intera creazione. Nel “Trattato sui più bei nomi di Dio” (al-Maqṣad al-asnà fī šarḥ maʿānī asmā’ Allāh al-ḥusnà), inoltre, attraverso una puntuale analisi dei termini al-raḥmān e al-raḥīm (comunemente tradotti come “il Clemente” e “il Misericordioso”), egli sviluppa una concezione universale della misericordia divina in grado di garantire potenzialmente la salvezza anche agli appartenenti a fedi diverse dall’Islam, come si evince in particolare nel “Criterio decisivo di distinzione tra l’Islam e la miscredenza” (Fayṣal al-tafriqa bayna al-Islām wa’l-zandaqa). L’inclusione dell’altro nella misericordia divina, tuttavia, non si manifesta solo a livello escatologico: nelle sue opere al-Ġazālī presenta infatti una serie di regole di “buon vicinato” che fondano, pur con qualche limitazione, un’etica umanistica qualificabile come universale, basata sul riconoscimento dell’altro in quanto creatura di Dio, e che è dunque in grado di offrire una base teologica interessante anche all’attuale dibattito sui diritti umani e il dialogo interreligioso.
Quanto a Rūmī, egli pone una particolare enfasi sullo “sguardo amoroso e onniavvolgente” di Dio verso tutte le creature che Lo invocano. E in questo senso, un aspetto che esemplifica l’approccio di Rūmī è la sua attenzione verso il diverso: la diversità/molteplicità non solo non compromette l’Unicità divina ma nella sua prospettiva persino la conferma. La grande apertura della visione di Rūmī per cui Dio, il Misericorde e il Clemente, accoglie il diverso nel seno dell’Unicità, è documentabile in diversi aneddoti della sua opera, e in massimo grado in quelli del suo capolavoro il “Poema spirituale” (Mathnavī-ye ma‘navī), da cui sarà tratta l’opportuna esemplificazione.
Nel presente contributo ci soffermiamo dunque sui diversi modi in cui i due autori integrano l’“altro” nelle rispettive visioni, unendo l’approccio linguistico a quello culturale, l’analisi letteraria a quella teologica, con una particolare attenzione alla pregnanza semantica della terminologia islamica utilizzata dai due autori
Inclusività e performatività nel parlato del docente EMI: un’indagine sull’uso della deissi personale
In questo articolo verrà affrontato il tema dell’inclusività lin-
guistica nel parlato di classe di docenti non di madrelingua ingle-
se che insegnano in corsi accademici internazionali utilizzando
inglese come lingua franca. Attraverso l’analisi corpus-driven
del parlato di questi docenti, e comparando i dati linguistici con
le opinioni espresse dagli stessi docenti circa il proprio stile d’in-
segnamento, l’articolo evidenzia alcune discrepanze tra il loro
agire linguistico e il loro agire pedagogico, offrendo un primo
panorama dell’attuale livello di inclusività nelle loro classi
Sopravvivenze
Il saggio a più mani affronta il concetto 'sopravvivenze'. Paola Scrolavezza ha indagato il concetto di sopravvivenza nei versi composti da Wagō Ryōichi nell'immediato post-Fukushima
“On n’a personne qui nous représente”: simboli e voci delle banlieues nei Misérables di Ladj Ly
L'articolo indaga i rapporti tra l'immaginario simbolico dei Misérables di Ladj Ly e l'ipotesto del romanzo di Victor Hugo
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