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The otherworldly journey of the Book of Watchers (I Enoch 6-36) as the source of a « competitive » authority
Arcari Luca. The otherworldly journey of the Book of Watchers (I Enoch 6-36) as the source of a « competitive » authority. In: ASDIWAL. Revue genevoise d'anthropologie et d'histoire des religions, n°7, 2012. pp. 41-53
Il "canto nuovo" di Cristo, tra Davide e Orfeo (Clem., Protr. 1, 2-5; Eus., L. Const. 14, 5)
The aim of this paper is to analyze both sections of Clement of Alexandria’s Protrepticus (1, 2-5) and Eusebius of Caesarea’s Laus Constantini (14, 5) in which Christian authors allude to the figure of Orpheus, in light of the so-called orphic traditions attested in Greco-Roman culture (including Jewish and Proto-Christian groups). The methodological background from which the analysis starts is the concept of «indigenization», a well-known category debated in contemporary anthropological research. In this article, the author compares the Christian texts under analysis with other Greco-Roman treatments of the figure of Orpheus, as well as with archaeological remains representing a male figure (identified with Orpheus by scholars, often with no decisive arguments) in the meanwhile he is tranquilizing beasts with his music. The comparison with such elements appears as really central in this essay: the musical imagery employed by Clement and Eusebius emerges as a specific discursive practice in order to carry out a program of indigenization as regards the Christian ideological proprium. As an alternative to the traditional interpretation of such texts in light of the so-called Orphic representations attested in Greco-Roman contexts (including Jewish and Proto-Christian remains), scholastic debates concerning music appear as a sort of ‘natural background’ in light of which it is possible to contextualize Clement and Eusebius’ discursive practices
The Otherworldly Journey of the Book of Watchers as the Source of a "Competitive" Authority
Are Women the aition for the Evil in the World? George Syncellus’ Version of 1 Enoch 8:1 in Light of Hesiod’s Theogony and Works and Days
Starting from the Greek remains of 1 Enoch 8:1, this article deals with Syncellus’ account of the fall of the watchers. Generally, in the Book of Watchers, according to Aramaic fragments from Qumran, to the Greek ver- sion of the Codex Panopolitanus (G), and to the Ethiopic Text, corruption has been brought to earth by the fallen angels. Syncellus, for his part, recalls a tradition in which “the sons of God” were seduced by female indecency. The attribution of the primordial sin to women, rather than to the angels, can be explained by hypothesising the existence of an anterior tradition, according to which women had no role in the act of primordial contamination. Syncel- lus and the previous chronographers, by inserting pre-existing passages and excerpta into their texts, follow an ideological scheme. All the more, Enochic and non canonical materials are not highly valued at their times, and for this reason, they are very cautiously used. On the basis of these considerations, however, we cannot regard Syncellus as a totally unreliable source, at least philologically. Syncellus explicitly declares that he is quoting from a pre- vious text. The reported text, consequently, derives from a previous tradition, clearly transmitted through the mediation of some other chronographer
La percezione dello spazio e del tempo nella trasmissione di identità collettive. Polarizzazioni e/o coabitazioni religiose nel mondo antico (I-VI secolo d.C.)
Forgiate all’interno di poliedriche forze di interazione sociale, le collettività emergono in una straordinaria varietà di configurazioni. Esse possono formarsi per una serie di ragioni: possono essere composte da persone la cui adesione a un determinato gruppo varia a seconda di un numero imprecisato di fattori e possono essere configurate dalle categorie di tempo e spazio. La natura composita e contestuale dei raggruppamenti sociali fa dell’identità collettiva un difficile soggetto di studio e di definizione. Tuttavia esistono una serie di principi di base riguardanti tali identità su cui c’è un consenso abbastanza diffuso.
La ricerca condotta dalle varie UR sarà rivolta a tre ambiti specifici:
- costruzioni identitarie di gruppi religiosi e percezioni dello spazio e del tempo nel mondo antico tra I e VI secolo d.C.;
– modelli di genere e percezioni dello spazio e del tempo nei gruppi protocristiani del I-II secolo d.C.;
– costruzioni identitarie e percezioni dello spazio e del tempo nel monachesimo tardo-antico.
L’analisi verrà organizzata su tre componenti fondamentali:
a. l’identità collettiva come percezione di similitudini e differenze;
b. la percezione dell’identità collettiva nel tempo e nello spazio;
c. l’identità collettiva come processo sociale.
Per quanto concerne a., si dimostrerà che l’identità collettiva abbraccia la percezione di somiglianze e differenze tra un gruppo sociale e un altro. In termini concreti, essa implica un senso di “noi siamo noi”, “essi non sono noi”, e “noi non siamo loro”. L’identità collettiva non potrebbe esistere senza un senso di comunanza. Nello stesso tempo, la somiglianza non può emergere se non attraverso la differenza; dire “noi siamo diversi” implica necessariamente l’idea che gli altri non sono come noi.
Questo senso di somiglianza e differenza emerge come risultato dell’interazione sociale. Le somiglianze e le differenze si mostrano attraverso le funzioni di scambio inerenti il rapportarsi tra i membri di una società. Queste somiglianze e differenze diventano lo strumento di definizione dei “confini” tra gruppi e definiscono la base per distinguere ciò che si è rispetto all’esterno.
Per il punto b., si dimostrerà come l’identità collettiva, in quanto risultato delle dinamiche di interazione sociale, non emerga o esista solo in un dato momento. Un suo aspetto fondamentale è la percezione che essa persiste nel tempo e nello spazio. Verranno identificati due fattori che contribuiscono a questo senso di continuità: narrazioni collettive e istituzionalizzazione dell’identità. L’identità collettiva coinvolge un senso di posizionamento all’interno di una storia di gruppo. “Noi” siamo “noi” perché le persone e gli avvenimenti del passato ci hanno resi quello che “noi” siamo. Inoltre, le espressioni caratteristiche dell’identità – dall’uso di un particolare
linguaggio, agli stili di abbigliamento, alle abitudini alimentari, alle pratiche funerarie – sono tali perchè diventano “routine”. Questi modelli di comportamento si convertono nei “modi in cui le cose devono essere fatte”. Una volta riconosciute come tali, si può dire che esse vengono istituzionalizzate all’interno di un gruppo.
Per quanto riguarda c., si dimostrerà che le identità collettive non sono entità immobili, ma sono costantentemente “rinegoziate”. Nel momento in cui le persone portano le percezioni dell’identità di gruppo con loro all’interno dell’interazione sociale, queste identità devono essere prodotte e riprodotte in ogni nuova situazione. In questo processo le identità si ridefiniscono in funzione di sempre nuovi contesti. Le identità, pertanto, sono percezioni messe in atto, o “incorporate”, di somiglianze e differenze entro una determinata situazione sociale. In effetti, i membri di un gruppo possono chiedersi ogni volta “che cosa ci permette di essere uno di noi entro questa situazione?”.
La risposta a tale domanda varia in rapporto agli aspetti dell’identità che vengono messi in questione in ogni singola situazione in rapporto a come questi aspetti dell’identità vengono negoziati, la posizione sociale delle varie parti coinvolte, il numero e il grado di differenze tra gruppi, ecc. Quali caratteristiche dell’identità sono chiamate in causa in una particolare situazione, può determinare quanto vigorosamente e in che modo quell’aspetto dell’identità venga messo in atto.
In tale contesto, si procederà a una schedatura delle varie identità di gruppo osservabili nell’arco cronologico coperto dal progetto di ricerca (I-VI secolo d.C.), sulla base di un’analisi abbastanza ampia di testimonianze letterarie, archeologiche ed epigrafiche. Si individueranno i differenti contesti gruppali sulla base dei seguenti elementi:
- termini attraverso cui si definisce l’appartenenza a una collettività (fratelli, figli di..., aggettivi indicanti l’afferenza a un scuola fondata da un protos heuretes, discepoli di..., ecc.);
- elementi ideologici che definiscono l’appartenenza a una collettività (condivisione di un determinato sistema di credenze, variazioni rispetto a un sistema di credenze a sua volta generatore di diverse identità sotto-gruppali, modi di vedere il mondo, elementi ideologici attraverso cui il gruppo si distningue rispetto al mondo circostante);
- elementi pratici che definiscono l’appartenenza a una collettività (pratiche condivise, modi di vita attraverso cui il gruppo si distingue rispetto al mondo circostante, quali pratiche alimentari, modi di pregare, pratiche funerarie, luoghi di riunione, dinamiche di genere e ruoli sessuali nella definizione dell’identità di gruppo, ruoli gruppali e ruoli sociali in prospettiva di genere, ecc.).
Allo scopo di favorire la comparabilità dei risultati delle tre unità di ricerca, e dunque di stimolare un ulteriore livello di approfondimento critico e metodologico, il progetto propone una comune articolazione triennale che dovrà garantire la formula di svolgimento delle tre direttrici proposte dalle singole unità di ricerca.
1. Unità di ricerca di Napoli (Federico II) – Aspetti metodologici connessi allo studio delle questioni identitarie emergenti dai gruppi religiosi tra I e VI secolo d.C.
2. Unità di ricerca di Catania - Modelli e interazioni di genere nei gruppi religiosi antichi: il caso dei gruppi protocristiani.
3. Unità di ricerca di Torino - Gruppi monastici e/o ascetici tra III e VI secolo d.C.
Seguendo dunque uno sviluppo che si prefigga degli obiettivi intermedi con cadenza annuale, il progetto seguirà un ordine di svolgimento così articolato.
Primo anno: nel corso del primo anno dei lavori verrà delineato un bilancio storiografico e critico dell’argomento in oggetto, cercando di rilevarne e contabilizzarne i reali contributi e guadagni;
Secondo anno: a partire dai risultati evidenziati dalla sintesi critico-storiografica prodotta nel corso del primo anno, le singole unità si propongono di sondare e verificare l’effettiva capacità di acquisizione e utilizzazione dei suddetti guadagni teorico-metodologici. A tal fine, questo secondo anno verrà dedicato alla razionalizzazione sia delle principali critiche interne al campo disciplinare sia di quelle esterne allo stesso: fase imprescindibile rispetto alla successiva individuazione di strategie risolutive e di disposizioni prospettiche.
Terzo anno: questa fase del progetto è votata alla formulazione di un set di linee guida, grazie al quale procedere sia verso il superamento delle criticità prima individuate sia verso il pieno esercizio delle potenzialità euristiche intraviste. Tali linee guida indicheranno le modalità di realizzazione di nuove strumentazioni intellettuali che permettano il rinnovo e la costruzione del profilo dei gruppi religiosi tra I e VI secolo d.C
Testi apocalittici qumranici all’origine di tradizioni canoniche differenziate/Modalità estatiche all’origine di scritture autorevoli.
‘Vangelo’ o ‘parole’? La subscriptio del Vangelo di Tommaso (NHC II, 51, 27-28) nel quadro dei flussi di trasmissione protocristiani delle parole di Gesù
This essay aims at showing the process of 'orientation' connected to the term εὐαγγέλιον, and how this word seems to assume a role of hermeneutic indicator for appropriation processes of various streams of transmission of/about Jesus in early Christian book-communities, as it clearly emerges from the subscriptio of the Gospel of Thomas in the Coptic Nag Hammadi collection. Such a process implies a fluidity of views and actualizations concerning the meaning of the gospel in whole similar to the same fluidity through which words that are, in a way or another, lead back to Jesus among the different proto-Christian groups are recorded, reassembled and re-adapted during the preaching as well as the writing practices. The comparison between P.Oxy. IV.654, 1-5 and NHC II, 32, 10-14 seems to add another important 'tessera' in such a direction. The attempt, at the same time, of 'implementation' as well as of 'normalization', or of a real orientation, towards a mechanism of 'historicization' of the expression "Gospel according to Thomas," as it emerges from the subscriptio of NHC II on the basis of the comparison with the Greek text preserved in P.Oxy. IV.654, 1-5, seems to polemicize against some perceived deviant tendencies very similar to that which are battled by some late-antique Fathers of the Church
The Testament of Orpheus, Aristobulus, and the Derveni Papyrus: Between "Didactic" Hymnography and Alexandrian Exegesis
Starting from the analysis of The Testament of Orpheus as it is preserved by Aristobulus-Eusebius, this essay aims at demonstrating that the version attributed to the Hellenic-Jewish philosopher illustrates a theological and cosmological doctrine similar to the cosmosophia of the pseudo-Aristotelian treatise De mundo. In this paper the Author concludes also that the wider version of the Testament of Orpheus would actually be contemporary to Aristobulus. The Author recommends also to consider Aristobulus as the exegete of a previous/more or less contemporary hymn who attempts to lead the sense of this towards a more explicit ‘Aristotelian’ direction (as it emerges from De mundo) by adopting an exegetical practice largely used in Alexandria but already found in the historicizing allegoresis proposed in the Derveni Papyrus. About this preexisting hymn, Aristobulus (or the source he re-read and commented) has provided further elements that were somehow ascribable to Orpheus, perhaps interpreting the references to the figure of a son (almost certainly a collective or a bequest of a formulary of testamentary origin used in the Psalms and in some readings from Second
Temple Judaism) as allusions to Musaeus, the Orpheus’s son. The passage mentioned by Aristobulus is not very clear (how could Musaeus’s subjection to Orpheus be explained since in other Jewish-Hellenic contexts Musaeus is considered to be Orpheus’s guide and/or father? Moreover, Musaeus is also clearly identified as the son of the shining moon). Instead, it is a fact that in the subsequent Christian tradition, where Musaeus belongings to Orpheus’s lineage appears as more solidified, there emerges an explicit identification of the persona loquens of the hymn with the protos heuretes of Greek poetry, a figure who is traditionally remembered as author of hymns
The Revelation of John and the Roman Empire: Methodological Observations on Witulski’s Studies Concerning the Dating of Revelation
The article is a critical analysis of T. Witulski’s proposal of a late date of composition for Revelation
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