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Le débat historiographique entre cartésianisme, anticartésianismeet pyrrhonisme.
Il s'agit de l’aspect innovant le plus profond du système critique qui soutient la spéculation historique de La Mothe le Vayer, à cheval entre cartésianisme et anti-cartésianisme. En effet, si du point de vue de l’histoire des idées, la découverte fondamentale de Descartes est celle du nouveau et prodigieux instrument heuristique, représenté par la raison scientifique, le Vayer s’empare tout juste de ce moyen extraordinaire, en parvenant à l’utiliser, d’une certaine manière, dans le domaine historique : dans la mesure où l’histoire ne pourra jamais être un lieu de certitudes, mais un réservoir d’expériences “humaines” variables et toujours à repérer, la recherche spéculative rend à l’humanité l’une de ses rationalités. Si le Vayer – mais la même chose arrive chez Fontenelle, par exemple – s’attarde sur l’importance méthodologique de l’analyse comparative des mythes anciens, modernes et primitifs, et sur leur potentialité illustrative, c’est seulement parce que dans cette perspective le savoir historique acquiert un caractère scientifique. En d’autres termes, l’analyse comparative du mythe ne peut assurer une connaissance exacte des actions de l’homme, mais elle est en mesure de promettre une connaissance analogique autour de laquelle il est possible saisir, dans la variété, la structure de la nature proprement humaine. Enfin, dans cette espèce de libre adaptation de la méthode cartésienne, le Vayer formule de nouveau la question et la réponse sur les possibilités et les limites de la connaissance historique : l’histoire peut se permettre l’erreur, la fable et les passions car la rationalisation de l’événement historique fait partie du domaine de la recherche de sens et non des définitions des vérités mathématiques. Ou plutôt, ce qui stimule les “curiosités” de la libido sciendi c’est tout juste la possibilité d’étaler l’atmosphère de fable qui a produit la croyance (ou aussi bien le climat politico-idéologique qui l’a imposée). La connaissance historique est tellement collée à l’étude des représentations mythiques que l’homme produit toujours au moment où il se raconte ; et comme point de repère, le mythe est à l’histoire ce que le phénomène physique est aux mathématiques. L’historiographie est, en dernière analyse, la reconstruction d’un sentiment possible d’une réalité toujours douteuse ; elle ne possède aucune capacité d’incarner des fins ou des nécessités de processus univoques et linéaires ; l’historien saisit, tout au plus, l’être toujours identique de la nature humaine dans la variabilité du temps. De sorte que l’histoire est, d’une certaine manière, le con-sentement (ou bien l’as-sentiment) que l’on donne aux faits : c’est-à-dire qu’elle naît quand c’est nous qui le disons et qui le voulons. En soi, elle n’existe pas : elle existe en tant qu’acte de volonté de celui qui la fonde.
Ayant éliminée la transcendance de la référence, on élimine alors, non pas l’histoire, mais l’idée d’un processus intrinsèque à l’histoire : là où le pyrrhonisme avait donné le premier coup mortel à la crédulité infantile dont semble vouloir se nourrir l’homme à l’égard de son passé, la puissance de la Skepsis philosophique peut redonner à l’homme le droit de connaître soi-même, au cas où il aurait la force d’accepter le fait que l’histoire n’a de sens que si elle lui sert à lui et non aux encyclopédies du savoir
Frequenze storiografiche. La storia derisa nel pensiero libertino
La Philosophie du bon sens di d’Argens è un’opera di
decostruzione di ogni sapere, e parte innanzi tutto dalla questione della
storia e della storiografia, con un titolo – Réfléxions concernant l’incertitude
de l’Histoire – che ha una decisiva assonanza con il De peu de certitude
qu’il y a dans l’histoire di La Mothe le Vayer (e infatti diviene esplicito ed
evidente che le Vayer è il vero e proprio ispiratore della scepsi storica di
d’Argens). Tra le Vayer e d’Argens corre quasi un secolo, eppure si riproponeva la medesima
questione. Cos’era dunque accaduto in questi cento anni
Mme d'Arconville, Sulla chimica. Discorso preliminare (edizione curata e tradotta da Paolo Amodio)
Il testo è il Discorso preliminare del traduttore, contenuto in Peter Shaw, Leçons de chymie, propres à perfectionner la physique, le commerce et les arts, Paris, Jean-Thomas Hérissant, 1759. In realtà la traduttrice, che non si firma per scelta, come farà in ogni suo scritto, onde non rivelare di essere una donna, fa molto di più che tradurre il
testo di Shaw. Non solo interviene e corregge l’autore, ma soprattutto offre un dettato che si presenta come una vera e propria opera originaleche può essere sganciata, senza alcun problema, dal testo di Shaw. Il Discorso è infatti una vera e propria genealogia della Chimica, una grande pagina di Storia della Scienza, una messa a punto delle strutture, delle condizioni e del metodo che reggono il discorso sulla chimica come scienza a sé, liberata dalle grinfie dell’alchimia, e non più appendice della fisica e della medicina
Non sono stato salvato e devo cambiare la mia vita. Assunti e riassunti del girotondo nietzscheano di Peter Sloterdijk per una metabiologia
Nell'interpretazione di Sloterdijk, la filosofia di Nietzsche sarebbe – senza scarti e senza mezzi termini – una rivoluzionaria istanza metabiologica, che va a insidiosamente a insediarsi, après lui, nella teoria della verità. Condizione e possibilità di attuazione della “vita” umana (non troppo umana, ma pur sempre verità). La verità nietzscheana, perciò, in prima istanza, sembrerebbe configurarsi a mo’ di un insieme: composizione di sistemi simbolici di illusioni condivise, vera e propria modalità contratta dall’umano in nome della vita contro le tensioni psicosociali distruttive del mondo. La tentazione sloterdijkiana di collocare Nietzsche ben fuori del suo tempo (con il nulla-osta del filosofo, com’è noto) è oltre che evidente, sapientemente forzata. La posizione decentrata, eccentrica, “sovraepocale” se non metastorica, consentirebbe a Nietzsche di intuire l’enorme e fondamentale dimensione delle culture ascetiche, ossia delle forme di vita che si esercitano. Qui c’è la tecnica immunologica, fatta di pratiche sia sociali sia individuali, esercizi sulla vita dell’individuo e della società in senso bio-immunologico, socio-immunologico e psico-immunologico.
Sloterdijk risolve Nietzsche in una nuova versione dell’antropotecnica (che conserva però la tesi dello “sfondamento” dell’Umanismo)
Introduzione a Esercizi di antropologia filosofica
Esercizi di antropologia filosofica è l’effetto di un dibattito tra gli autori, a compimento di un progetto promosso dal Dipartimento di Studi Umanistici dell’Ateneo Federico II di Napoli. Al di là da tutte le disamine che si potrebbero avanzare per presentare i cinque saggi che compongono il volume, il vero filo rosso che li tiene insieme è per l’appunto questo: la convinzione che la parola, la parola filosofica pronunciata è sempre, oltre che riorganizzatrice, in qualche misura riformatrice
Maurice Merleau-Pontyt tra antropologia e geografia umana
Se “ritornare alle cose stesse” è il motto della fenomenologia, in questo lavoro ci si propone, a più di 75 anni di distanza dalla svolta operata da Maurice Merleau-Ponty nel suo Fenomenologia della percezione, di ritornare alla percezione. Per la prima volta, in quel testo, la fenomenologia scopriva la percezione, che è in primo luogo percezione corporea. Da allora la filosofia non ha smesso di interrogarne il significato, non solo nei vari domini filosofici (nella teoria della conoscenza, nell’estetica e persino nella morale), ma anche, e sempre di più, in un’ottica multidisciplinare che lega il problema della percezione a questioni antropologiche e di geografia umana (il tema della situazionalità nello spazio), di psicologia cognitiva (lo schema corporeo e la percezione del mondo esterno), o di semiotica (la percezione come mezzo espressivo). L’intento principale è stato analizzare il modo in cui la percezione abbia rimodulato le domande intorno allo statuto del corpo proprio, ai suoi limiti e alle sue possibilità di espressione, al suo situarsi nel mondo e all’incontro con l’altro, registrando la funzionalità del dibattito sulla percezione in un mondo sempre più esposto all’immagine (spesso digitale) e alla rappresentazione. Questo volume rappresenta dunque il naturale proseguimento di una riflessione collettiva attorno alla svolta percettiva operata Merleau-Ponty, e su come quest’ultima accolga su di sé un rinnovato significato sociale, un nuovo valore epistemologico e culturale che spinge ancora una volta a porci la seguente domanda: che ne è della percezione oggi
Esercizi di antropologia filosofica
Esercizi di antropologia filosofica è l’effetto di un dibattito tra gli autori, a compimento di un progetto promosso dal Dipartimento di Studi Umanistici dell’Ateneo Federico II di Napoli.
Effetto piuttosto che ‘esito’, poiché non si è trattato di raccogliere la sintesi dei vari seminari svolti: ognuno dei saggi proposti è stato ricostruito e ripensato dopo il dibattito che ha visto coinvolti docenti e studenti, e soprattutto dopo le discussioni che tra gli autori sono continuate in privato. Si è quindi convenuto – per quanto non annunciato e per quanto i temi potessero apparire distanti – che il segmento aureo intorno al quale alla fine si sono concentrati gli sforzi è stato la rivisitazione, il riesame delle condizioni dell’antropologia filosofica alla luce delle specifiche sensibilità dei contributori. E si è constatato che si è trattato di una serie di veri e propri esercizi a consolidamento di un’attività didattica e soprattutto di ricerca che oramai prosegue, perseverante, da oltre un decennio
Le società pubbliche: genesi di una riforma
Nell’ordinamento giuridico italiano le società pubbliche rappresentano un fenomeno particolarmente complesso, non solo per gli aspetti dimensionali assunti negli ultimi decenni, ma anche per la mancanza di definizioni univoche, per la difficoltà di classificazione e tipizzazione dei modelli di riferimento e, non da ultimo, per i continui interventi del legislatore sulla normativa applicabile.
Il presente contributo, tendendo conto di tali aspetti, ripercorre le tappe della diffusione e proliferazione del fenomeno, nonché le ragioni che stanno alla base dell’esigenza di una razionalizzazione del numero delle società pubbliche, proponendo altresì un’analisi comparata della normativa europea e costituzionale, nonché dei più recenti tentativi normativi di razionalizzare la materia precedenti l’emanazione del d.lgs. 19 agosto 2016, n. 175, recante il “Testo unico in materia di società a partecipazione pubblica”
Lo scetticismo nella tradizione ebraica
il procedere scettico di Luzzatto, per quanto lontano nell’intenzione finale, procede parallelo alla scepsi del suo coetaneo La Mothe le Vayer (Luzzatto nasce nel 1583, le Vayer nel 1588; il primo muore nel 1663, il secondo nel 1672).
le vayer inserisce la critica alla religione rivelata in una cornice pirroniana che investe l’incertezza e la favola di ogni ricostruzione storica e storiografica modellata sui classici alla maniera rinascimentale per inchinarsi al monito scettico di montaigne circa l’origine casuale di ogni movente morale e pseudoreligioso, Luzzatto parte da Montaigne (l’animo umano è ondivago e ondeggiante e muta a seconda delle circostanze) per ricollocare la peculiarità dell’essere ebreo nel mondo moderno senza pregiudizi storico-storiografici, affrontando magari le controversie interne alla religione ebraica (che dicono molto di Spinoza e della sua eredità) per far esplodere i limiti e le possibilità di una ragione che deve farsi dunque storica (e persino occasionale) per dire della vicenda mondana. nessuno dei due pare convinto che lo scetticismo naro in seno all’ordine rinascimentale dica effettivamente della realtà storico-esistenziale dell’uomo e dei suoi prodotti culturali e morali
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