1,721,093 research outputs found

    Fanciulli, malandri, capelloni. Un album della "meglio gioventù" romana tra Penna e Pasolini

    No full text
    Nell’opera di Penna e Pasolini si trovano disseminate qua e là come tante vivide icone le figure della “meglio gioventù” romana in un arco di tempo che abbraccia almeno quattro decadi, dagli anni Trenta fino agli anni Settanta del Novecento. Se le mettessimo l’una accanto all’altra come le tessere di un mosaico otterremmo i frammenti di un inarticolato “discorso amoroso” che i due poeti hanno intrattenuto ognuno a suo modo, ma con una certa consonanza d’accenti estetici, con la galassia popolare e piccoloborghese

    ‘You have been bitten by the metaphysical bug’: la spiritualità sincretica di Pier Vittorio Tondelli

    No full text
    Nella seconda parte della sua carriera, Pier Vittorio Tondelli si allontana decisamente dall’espressionismo polifonico e carnevalesco di romanzi come Altri libertini o Pao Pao per orientarsi verso una concezione più intimistica della letteratura. Il testo più emblematico di questo periodo, che ha inizio con un libro minimalista e per molti versi sperimentale come Biglietti agli amici, è certamente l’ultimo romanzo Camere separate, permeato da un’attitudine meditativa e una sensibilità malinconico-elegiaca che può essere ascritta alla categoria barthesiana dell’‘abbandono’, ma che alcuni critici hanno voluto nondimeno ricondurre al riavvicinamento dello scrittore alla fede cattolica, avvenuto a pochi mesi dalla sua morte per Aids. In realtà, in tutta la seconda fase tondelliana la scrittura è da intendere come una forma di ‘meditazione in progress’, combinando aspetti tipici di una educazione cattolica – risalente alla prima gioventù correggese dello scrittore – con elementi attinti alle filosofie orientali, in una maniera che si può definire sincretica o postsecolare. La spiritualità “matura” di Tondelli è irrisolta e ricettiva, esprimendosi soprattutto come tensione etica e di scoperta: come si legge in Camere separate, egli ‘non gode della serenità del mistico, ma solo dei turbamenti di un’anima votata alla ricerca’

    Un paese “eversivamente fantastico”. Il Viaggio in Italia di Guido Piovene

    No full text
    Nel suo celebre Viaggio in Italia Guido Piovene paragona il nostro Paese a “una specie di prisma, nel quale sembrano riflettersi tutti i paesaggi della terra, facendo atto di presenza e armonizzandosi l’un l’altro”. Roma, ad esempio, è un compendio caotico di tutti i caratteri regionali italiani e anche il suo stile artistico-architettonico dominante, il barocco, al di là della sua comune accezione pomposa, spettacolare, teatrale, è in grado di dar corpo alla natura degli italiani nel loro vitalismo disordinato e sempre in moto, nell’individualismo sfrenato, nella religiosità esornativa e miracolistica, nonché nel loro estemporaneo genio, che si manifesta nell'inventiva senza freni, nell'arte di arrangiarsi e di mutare volto, spesso gattopardescamente, per sopravvivere. La fantasia allegra e mortifera degli italiani è resa perfettamente dal barocco e dal profluvio di immagini che è stato capace di suggerire

    Ripensare il paesaggio della Puglia: il caso della Murgia

    No full text
    In Viaggio in Italia, cronaca del lungo itinerario di riscoperta del Paese compiuto a metà degli anni Cinquanta da Guido Piovene per la radio nazionale e divenuto poi, nel 1957, uno dei più belli e giustamente celebri reportage letterari del Novecento, la nostra Murgia viene menzionata una sola volta e, per giunta, en passant, come mero fondale del più illustre Castel del Monte. Nel pur lungo capitolo dedicato alla Puglia, l'entroterra murgiano non è considerato degno di interesse, sebbene lo scrittore veneto esegua sempre approfonditi sopralluoghi e ricerche prima di compilare il suo regesto. La Murgia viene peraltro bellamente ignorata malgrado sia uno dei luoghi centrali, in Puglia, della Riforma Agraria, fenomeno socio-economico che Piovene utilizza a più riprese come cartina al tornasole della trasformazione in atto nel paesaggio italiano. L'esclusione della Murgia non sembra, tuttavia, ascrivibile a una sorta di damnatio memoriae. La motivazione è più banale, e allo stesso tempo più profonda. Non sfugge certo a un fine osservatore come Piovene il fascino di una terra varia e complessa come la Puglia, il cui profilo economico e le cui dinamiche socio-culturali sono peraltro pienamente inscrivibili nell'annosa “questione meridionale”

    I poeti e letterati in Terra di Bari tra le due guerre mondiali

    No full text
    Secondo Antonio Lucio Giannone, autore de "L’avventura futurista. Pugliesi all’avanguardia (1909-1943)", il futurismo pugliese fu soprattutto «una istintiva reazione all’ambiente arretrato e conformista della provincia che [...] bisognava ‘svecchiare’». Tre sono le caratteristiche essenziali dell’esperienza futurista in Puglia: «Innanzitutto [...], la precocità della ricezione, se è vero che già nel 1909, l’anno di fondazione, esattamente un secolo fa, il futurismo, in Puglia, oltre ad essere ben conosciuto, aveva i primi adepti, alcuni dei quali erano anche in rapporto con Marinetti. [...] In secondo luogo, l’estensione temporale della vicenda che arriva, sia pure a intervalli, fino al 1943 e coincide quindi quasi con l’intero arco cronologico del movimento, così come viene inteso oggi dalla storiografia più accreditata. Inoltre, l’ampiezza dei settori coltivati dagli esponenti pugliesi, che spaziano dalla letteratura alla pittura, dalla scultura alla musica, dall’architettura alla scenografia, dal teatro al cinema, dal giornalismo alla politica, secondo lo spirito più autentico del futurismo che aveva appunto una dimensione totalizzante. [...] Una terza caratteristica del futurismo [...] è il coinvolgimento, a vario titolo, di alcuni dei rappresentanti maggiori delle lettere e delle arti di questa regione nel Novecento: da Ricciotto Canudo a Sebastiano Arturo Luciani, da Michele Saponaro a Luigi Fallacara, da Mario Carli a Emilio Notte, da Franco Casavola a Rafaele Carrieri, da Vittorio Bodini a Mino Delle Site»

    "God save the queer": Gesù Cristo e la Trinità come modelli relazionali della fede in Michela Murgia

    No full text
    La fede cattolica, sostiene Michela Murgia in God save the queer, è un orizzonte plurale, complesso, che per compiersi deve tendere a una dimensione aperta e relazionale, ossia ciò che Forcades ha chiamato “pericoresi”, cioè il “fare spazio intorno all’altro”. Per illustrare il concetto la scrittrice analizza una celebre opera d’arte sacra, l’icona della Trinità di Andrej Rublëv, in cui il pittore-monaco russo rappresenta Padre, Figlio e Spirito santo come tre entità indistinguibili e legate tra loro da fitti rapporti “dialogici”. In particolare, lo Spirito santo è rappresentato come una figura dai tratti androgini, che oggi potremmo definire queer. Questa prospettiva straniante e inclusiva sulla Trinità è per Murgia un elemento di forte discontinuità rispetto al principio maschile e patriarcale che ha egemonizzato la fede sin dalle origini della Chiesa cattolica. Ma anche Gesù Cristo è, secondo l’autrice, una figura trasversale, perturbante, queer, simbolo di apertura erga omnes: egli è un messia eccentrico, sulla soglia, che si pone “di traverso” rispetto alle “linee rette tracciate dalla società teocratica in cui vive”

    Introduzione

    No full text
    E' oltremodo riduttivo e semplicistico parlare di Sud in astratto, senza incorrere in pregiudizi o schematizzazioni: troppe sono le differenze, riposte ed emergenti, tra le sue tante versioni o le sue tante “edizioni” nel racconto poetico-letterario. Il mondo è del resto disseminato di frontiere, reali e immaginarie, anche perché tanti sono i “Sud” relativi. Le idee occidentali di progresso e di modernità non sono del resto forme intonse e incorrotte, presentano bensì diverse “linee di fuoco” che ne testimoniano la natura eterogenea e screziata, anzi proprio incompiuta, irrisolta. Quasi sempre queste discontinuità sono i segni di un magmatico conflitto tra i “centri” e le “periferie”, ovvero tra produttori e consumatori di culture, che si contendono da secoli il diritto e il privilegio di scrivere la storia della civiltà umana. In questo universo ibrido, caleidoscopico, febbrile, il ruolo della parola letteraria, nella sua veste più sensibile e discreta, risulta quanto mai attuale, ossia centrale e determinante nel ridefinire un racconto appropriato delle realtà particolari, al di là di ogni presunzione di egemonia o subalternità

    Pasolini semiologo della realtà

    No full text
    L’aggiornamento teorico e tecnico postulato dal passaggio al cinema integra in Pasolini l’originaria educazione letteraria di ascendenza continiana in un senso semiotico-linguistico. La preesistente vocazione linguistica, sostanziata dal magistero gramsciano, si aggiorna attraverso iniezioni di formalismo e di strutturalismo, che mettono a parte Pasolini delle principali acquisizioni della teoria letteraria e della semiologia cinematografica e teatrale, dalla Scuola di Praga a Christian Metz, con un ritardo peraltro condiviso con tutta la scena culturale italiana. Tale evoluzione viene registrata in maniera alquanto fedele in un’opera di saggistica militante come Empirismo eretico, che fornisce ai critici pasoliniani numerose tracce e prodromi della produzione a venire: tra tutti, La sceneggiatura come “struttura che vuol essere altra struttura”, Dal laboratorio e La lingua scritta della realtà, esercitano una funzione addirittura “ristrutturante” la poetica e l’ideologia dell’autore: abbiamo, per usare il lessico genettiano, un “ipo-autore” e un “iper-autore”, ovvero un “autore di partenza” e un “autore di arrivo”, in gran parte trasformato e arricchito da questa transizione. Più microscopicamente, si deve intendere la messe di saggi che compongono Empirismo eretico come un processo di scrittura-rilettura-riscrittura in cui, parallelamente a una densa (benché asistematica) attività di studio e di ricerca, Pasolini è sostanzialmente impegnato a ridisegnare i confini della propria intellettualità, avanzando prova dopo prova inedite codificazioni, timide proposte, riformulazioni polemiche, e sperimentando in corso d’opera, abilità e competenze appena acquisite o affinate

    “Come un tarlo infilato nel legno della Storia”. Le interviste di Oriana Fallaci nel canone del Novecento

    No full text
    Polemista per vocazione, Oriana Fallaci sapeva far emergere magistralmente i tratti latenti della personalità intervistate, forte di una capacità di penetrazione psicologica e di resa del carattere fuori dal comune. Se la logica conflittuale e "agonistica" era notoriamente il dispositivo fondante delle sue celebri interviste, parte integrante del meccanismo compositivo era la loro stessa genesi, l'esibizione dei loro stessi meccanismi di composizione. L'intervista era il processo di ricerca – spesso teatralizzata e "tendenziosa" – della "verità", ma anche la costruzione in progress del racconto: una peculiare tipologia narrativa che ambisce a essere inclusa nel frastagliato alveo del canone novecentesco

    Una poetica della precarietà. Rocco Scotellaro e la “mistica antelucana”

    No full text
    Falciato da un infarto a circa trent’anni, un autore dal corpus “fragile” come Rocco Scotellaro appare immortalato nello stadio della crisalide, come impegnato in una fase di metamorfosi interminabile, sigillata dal destino come l’insetto nella goccia d’ambra. La carica simbolica di questa condizione di “provvisorietà a oltranza” è stata capace di stimolare la sensibilità e l’empatia di generazioni di giovani a venire, soprattutto quelli meridionali, abituati a vivere la realtà e la storia tra l’esclusione e la partecipazione. “C’è più d’una ragione che spiega il fascino di Scotellaro, "discreto eppur ricco di intime consonanze col mondo dei giovani d’oggi, quella che si è soliti chiamare attualità”. L’attualità di Scotellaro consiste probabilmente in uno stato di patente “precarietà”, umana e autoriale, di fronte alla realtà del suo tempo
    corecore