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Luciano di Samosata, Icaromenippo o l'uomo sopra le nuvole, a cura di Alberto Camerotto
Billault Alain. Luciano di Samosata, Icaromenippo o l'uomo sopra le nuvole, a cura di Alberto Camerotto. In: Bulletin de l'Association Guillaume Budé, n°2,2010. pp. 251-252
Esercizi di satira antica, ovvero una introduzione
Li chiamiamo esercizi. È proprio così, servono per provare le teorie della satira antica, sporcarsi le mani fa bene. Ne parliamo tutti i giorni a lezione, è un tema di ricerca che seguiamo attraverso le opere antiche. Sperimentare, fare gli esercizi serve a metterci davanti agli occhi nuove domande, a toccare con le mani i problemi, ad ascoltare le funzioni, a intuire la possibile efficacia. Si capisce se le idee e le parole fanno effetto oppure no.
Insomma, proviamo con le teorie antiche a vedere come si può fare satira. E che cosa significa. Torneranno utili, per spiegare meglio, tutte le parole greche della teoria e della pratica satirica antica. Sono quelle che ci hanno regalato un po’ di idee importanti negli ultimi tremila anni: cominciamo da parrhesia e spoudogeloion
Alberto Camerotto, Gli occhi e la lingua della satira. Studi sull’eroe satirico in Luciano di Samosata, 2014
Billault Alain. Alberto Camerotto, Gli occhi e la lingua della satira. Studi sull’eroe satirico in Luciano di Samosata, 2014. In: Bulletin de l'Association Guillaume Budé, n°1,2015. pp. 187-188
L'errore di Prometeo
L’arrivo degli uomini è il nuovo problema per tutti, perché evidentemente infrangono gli equilibri. Gli eventi e i modi per la loro comparsa sono ogni volta diversi, non sempre chiari e univoci. Ma il problema sta sempre nel fatto che ci sono e bisogna farci i conti. È qui, intorno ai mortali, tra la generazione e le loro sorti, che si colloca l'azione e soprattutto l'errore di Prometeo. In effetti, che ci sia un errore, anche piuttosto grave, è un'idea che avvertiamo già in Esiodo. Ma poi la ritroviamo ovunque, nella tragedia di Eschilo, nella commedia, nelle favole di Esopo, nella satira di Luciano. Il dubbio sul suo operato c'è all'inizio e rimane per sempre
La guerra di Omero
Achei e Troiani combattono gli uni contro gli altri davanti alle mura di Troia. È un destino senza rimedio. Gli Achei vogliono distruggere la grande, splendida città, la sacra Ilio, ̓́Ιλιος ἱρή (Il. 20.215) . I Troiani vogliono difendere le mura e i padri e le spose e i figli infanti, i loro nepia tekna . Senza dimenticare che i Troiani sono pronti a espugnare il campo nemico e a incendiare le navi, ovvero a togliere per sempre il ritorno, il nostos agli Achei. È una persis all'incontrario. Può succedere. Nulla di più spaventoso e infame, dopo che per un qualsiasi motivo, anche il più banale, come il ratto di Elena, si è scatenata la guerra . Sono nemici per sempre, sono in guerra. Tutte le strategie si possono, si devono usare per ottenere la vittoria, da una parte per distruggere la città dei nemici o dall'altra per resistere e salvarsi .
Si combatte gli occhi negli occhi, semplicemente face-to-face, sulla piana di Troia, è questa la forza, la gloria degli eroi. Nello scontro c'è un principio di onore, perfino di lealtà, come in un agone sportivo . Anche se la lotta è peri psyches. Ma, accanto alle battaglie e ai duelli, vi sono altre vie, altre strategie. Sono le vie opposte della metis. È il tema del lochos, o del dolos . L'insidia, l'agguato, l'inganno
L'orgoglio di Sisifo, ovvero della resistenza
Dopo il giudizio finale. C'è l'Aldilà e ci sono le pene eterne. Servono per emendare le colpe. Per questo le condanne e le pene devono essere giuste, e devono essere proporzionate alle colpe. Dike vuol dire equilibrio. C'è sempre l'immagine di una bilancia in azione. Così chi è sottoposto alla pena può diventare migliore e ne può trarre utile vantaggio. La pena insomma deve servire a qualcosa. Questo funziona quando si tratta di quelli che hanno commesso colpe guaribili.
Ma coloro che si sono macchiati di crimini atroci, troppo gravi per essere corretti, sono diventati incurabili. Nessun rimedio è possibile. Per essi la pena non può servire a migliorarli. Se si mantiene la relazione tra la pena e la colpa, allora a che cosa serve? Hanno una funzione straordinaria, diventano paradeigmata, proprio così, paradigmi, che servono da modello esemplare utile per tutti.
I grandi dannati che sono sottoposti alle pene eterne non possono perciò guarire. La pena, se guardiamo dalla loro prospettiva, è doppiamente vana. In questo sta forse la punizione, ma soprattutto il significato. Non c'è rimedio per i loro mali e per la loro anima. Non c'è espiazione. Non pagano nemmeno la loro colpa, perché non c'è compenso possibile per certi delitti. Non è questo l'obiettivo. Ma dalle loro sofferenze infinite possono imparare tutti gli altri. Diventano un monito.
Ma c'è anche qualche problema. Perfino nella giustizia eterna. Per capirci qualcosa studieremo il caso di Sisifo e della sua pietra
Bellezza epica
In principio, anche per la paideia, v'è la parola, v'è la voce. Ed è la voce della bellezza. Le Muse sono artiepeiai, la loro parola è perfetta, e hanno la percezione e l'orgoglio della bellezza del suono.
La voce delle Muse agisce tra gli dei, il loro canto diletta la mente di Zeus sull'Olimpo. Ma le parole, le sentiamo, agiscono anche nello spazio. Quella delle Muse è la voce dell'armonia, dolce, instancabile, immortale. Esse sono concordi nei pensieri e imperturbabili nell'animo. Hanno le loro belle dimore e i loro splendidi cori non lontano dalla vetta più alta dell'Olimpo. Sono luoghi speciali, divini. E vicino vi sono le case di Himeros, il desiderio, e vi sono le Charites, le Grazie. Quando si diffonde, la voce delle Muse è erate, amabile, riecheggiano le cime del nevoso Olimpo, risuona la terra del canto e dei ritmi della danza, sorridono le dimore del grande Zeus e degli dèi immortali. Alla bellezza e all'armonia della voce si accompagnano giustizia ed equità, il senso della vita e della storia tra passato presente e futuro.
Se questo è il mondo degli dei, che sono eterni e non devono fare i conti con le inquietudini e le trasformazioni del tempo, per noi mortali le cose stanno ben diversamente. Elena è il paradigma della bellezza, ma da Elena nasce anche la guerra di Troia
Ilio sacra, la città violata
È il tempo dell'Ilioupersis, della caduta della città di Troia. Davanti alla città restano le donne e i bambini che non sono stati uccisi nella conquista, un rallestramento tra le macerie, ammassati sulla piana, insieme agli ori, alle armi, agli animali, perché sono buoni per il bottino, schiavi, ossia concubine e servi per sempre. Da ostentare con le ricchezze predate al ritorno. O anche merce sul mercato. Con l’attenzione a eliminare i bambini che per la loro stirpe possono seguire le tracce del valore o che devono pagare per la grandezza dei loro padri che hanno difeso la città. Astianatte è il simbolo più importante. Ma basta guardare il vaso di Mykonos per capire quello che succede. Sentiamo i pianti e le voci delle donne, sono le vittime, portano il segno della violenza e della sofferenza, sono la testimonianza dell’eccidio e della devastazione. Hanno visto con i loro occhi le cose più orribili. Hanno perduto tutto, gli sposi, i figli, i padri, la città.
Tra gli uomini e la città, anzi tra le donne e la città assistiamo a una metamorfosi. Non c’è differenza tra la città e le sue donne. La città stessa è come una donna. Una donna bellissima. Stuprata, violentata, è il giorno spietato, è il δούλιον ἦμαρ, il νηλεὲς ἦμαρ anche per la città, la città devastata dalle armi, scompare la dignità, la storia, il corpo, il nome
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