1,720,983 research outputs found
Introduzione generale
Il capitolo introduce la storia della Croce Rossa in Piemonte relativa al suo primo cinquantennio, sottolineando come essa sia la “somma” di due circoscrizioni complessivamente assai diverse e precisamente la I (Torino) e la II (Alessandria). La I circoscrizione, infatti, è caratterizzata dal ruolo rilevante della nobiltà e delle gerarchie militari, mentre la II ha una fisionomia maggiormente ‘professionale’; non è inoltre secondaria anche la diversa dimensione demografica caratterizzante le due realtà, con significativi impatti sulle relative quantità di soci. Come si evidenzia nel corso del volume, la storia della Croce Rossa piemontese si caratterizza soprattutto per le seguenti specifiche: marcata connotazione aristocratica (in particolar modo prettamente sabauda) e militare; forte presenza femminile; limitata vocazione infermieristica delle dame piemontesi; interessante rapporto originale tra la Sanità Militare e la Reale Accademia di Medicina di Torino
L'uso delle tecnologie in sanità. Il punto di vista del paziente cronico
L’evoluzione e permeazione di strumenti e applicativi legati alle tecnologie dell’informazione e comunicazione hanno impresso oramai una fisionomia marcatamente digitale alla nostra società. Essa si riflette anche nel sistema sanitario, come si evince, tra l’altro, da una pluralità di lemmi e neologismi, come sanità digitale, e-health, m-health, health 2.0 o medicina 2.0, finalizzati a catturare un cambiamento ad opera di tali tecnologie, con cui si individuano una vasta gamma di strumenti e software, nel suo complesso capace di toccare, plasmare e incidere su ogni aspetto del sistema salute.
Questo libro intende documentare uno studio svolto in Italia nel 2017 e finalizzato ad analizzare se, come e perché le persone con malattie croniche impiegano alcuni strumenti legati alla Information & Communication Technology, quali il web, i social media, con particolare riferimento ai cosiddetti Social Network Sites (come Facebook®), e quei software applicativi fruibili su strumenti mobili, noti come app. Lo scopo è quello di analizzarne le opinioni al fine di capire aspetti quali le motivazioni, l’utilità, la qualità delle informazioni e i criteri di affidabilità, ma anche per comprendere un giudizio in merito ai risvolti pratici permessi dalle tecnologie sul processo decisionale diagnostico-terapeutico o sul grado di autonomia dal medico
La relazione medico-paziente nella sanità digitale. Possibili impatti sul professionalismo medico
The essay analyses the potential challenges for medical professionalism stemming
from those information and communication technologies (ICTs) that
are directly deployable by citizens. In this field, we can list websites, social
network sites and apps, which all challenge the sphere of jurisdiction and
professional autonomy, especially in relation to medical knowledge, diagnosis
and the delocalised production of clinical data and information via apps and
the phenomenon of the quantified self. The nature of these technologies,
along with other contextual factors, can foster a decline of the profession in
the form of de-professionalisation, as postulated by Haug in the 1970s, by
exacerbating the loss of a knowledge monopoly, while diminishing patients’
faith and doctors’ medical authority. Since the way in which technologies
affect the doctor-patient relationship is not yet clear, medical professionalism
is open to a second outcome, which is hybrid and technological: If ICT’s
potential were encompassed by the medical profession, we could expect a
professionalism 2.0, characterised by the incorporation of technological skills,
such as the co-management of eHealth and mHealth with the patients in the
normal clinical decision-making process
La rivoluzione digitale in sanità: verso lo sviluppo della medicalizzazione o dell'autocura?
This essay offers a theoeretical debate about the change in the healthcare systems, due to the technologic massive invasione that has been increasing since the last decade, and that places such a Paramount welfare's pillar into a wider social phenomenon which is described as web society. The abovementioned technological development could push citizens towards two diametrically opposite patterns: either an increment of medicalization, or a development of self-care. Currently, it seems that the discriminant point would not be the technological tool itslef, but an undergoing understanding related to health commodification, both theoretically speaking and concretely implemented by several stakeholeders of the healthcare universe. However further research for better comprehension of the matter will be necessary
Prospettive di empowerment per la salute: alcune proposte teoriche
Since empowerment entered the healthcare world, no sufficiently shared conceptualization
has been produced yet. This essay aims at building a theoretical bridge amongst the contributions
proposed so far by numerous scholars, leaning on a vast international literature. In
delivering a definition, that encompasses several aspects, not always considered jointly by
other researchers, it stresses, in particular, one aspect which until now has found few room
in the debate, namely the fluidity and fluctuatingness connected to the phenomenon. In the
second part, the essay proposes a typology of possible outcomes, by crossing two dimensions
concerning the individuals and the governmental social action, asserting that only
when individual pro-activity matches with a present social policy, we can find empowerment
really on, while in others possible menaces to equity and social justice might arise
L’intervento sociale della CRI dalla Grande Guerra al 1927. Alle origini del welfare state italiano
Lo scopo del presente saggio è descrivere l’estensione, la tipologia e la dimensione
dell’intervento sociale della Croce Rossa in Italia dal 1900 al 1927, svelandone il ruolo fondamentale a vantaggio delle popolazioni italiane, attanagliate dalle diverse calamità naturali e sanitarie, che hanno caratterizzato la storia della nostra giovane nazione.
Il capitolo potrà dunque mostrare il carattere autenticamente nazionale e persino sistemico di tali interventi, ancorché strutturalmente limitati date le possibilità di risorse,
sia umane che economiche, in forza all’Associazione, e data la sproporzione della domanda di servizi, aiuti e bisogni vari espressa dai cittadini italiani in un contesto caratterizzato, come vedremo, da ampie lacune normative e da una stentata politica sociale governativa.
Il ruolo avuto dalla CRI in campo sociale nei decenni a cavallo della Grande Guerra,
collocandosi storicamente dunque alle origini di quella che viene considerata la nascita
del moderno welfare state, non solo italiano ma propriamente europeo, ci consente di
non limitarci a una narrazione storica del suo compito svolto, emarginandone l’esperienza di fatto al passato, bensì di far riverberare alcune riflessioni teoriche sia nel dibattito relativo alla genesi stessa del welfare state, che alle implicazioni contemporanee
Il rapporto medico-paziente nell’era digitale
La relazione medico-paziente è un aspetto fondamentale nello studio della sociologia della salute, sin dalla tematizzazione elaborata da Parsons negli anni Cinquanta, incentrata sul paradigma del sick-role, a sua volta predicato sui requisiti della debolezza e bisogno di aiuto, sulla incompetenza tecnica ed, infine, sull’implicanza emotiva, che nel loro insieme ne costituivano, nella lettura del Nostro, la condizione del paziente (Parsons, 1996). Inutile dire che la letteratura recente ne ha mostrato l’inadeguatezza esplicativa dinnanzi sia ad un mutato contesto sociale, che ad un diverso quadro epidemiologico, in cui le patologie cronico-degenerative la fanno da padrone, facendo sì che «titoli di studio più alti, moltiplicazione di fonti informative e (...) forzata “convivenza” pluriennale con la patologia rendono i pazienti maggiormente consapevoli delle loro condizioni» (cfr. Maturo, 2013). Con il presupposto che «l’avvento dei nuovi strumenti legati al web 2.0 amplia la possibilità di scambio, trasmissione e condivisione anche delle informazioni sanitarie e ridisegna il rapporto e la relazione medico-paziente» (Golino, 2014: 72) ed onde meglio comprenderne alcune delle caratteristiche di tale evoluzione nel contesto della società digitale, partendo dai risultati della ricerca presentata in questo testo, si divide il capitolo in tre parti. Nella prima si esaminano i vantaggi e gli svantaggi dell’uso di internet nei pazienti; nella seconda le modalità con cui specialisti e assistiti restano tra loro in contatto; infine, nella terza si esporrà se e come gli endocrinologi suggeriscano ai propri assistiti le esistenti associazioni ad hoc. In conclusione, anzitutto, è veramente peculiare notare come la maggior socializzazione digitale, presunta nelle generazioni più giovani, sia inversamente proporzionale al riconoscimento di utilità e all’utilizzo delle possibilità (hardware e software) che le nuove tecnologie ammettono. Secondariamente, si vuole sottolineare l’esito ambivalente relativo all’utilizzo dei diversi media nella relazione medico-paziente. Da un lato, infatti, si è mostrata l’esistenza di modalità comunicative relazionali che prescindono dalla struttura di afferenza, ma che al contrario ineriscono la natura stessa del medium: in questo senso, twitter è evidentemente un ca-nale inadeguato, come facebook (in misura lievemente inferiore rispetto al primo). Del resto, anche un’altra ricerca aveva dimostrato la consapevo-lezza degli utenti rispetto alla natura del medium utilizzato; gli autori, in questo caso, avevano confermato che la tripartizione Disease/Illness/Sickness elaborata nel ’68 da Twaddle (vedi in Maturo, 2007), venisse adoperata «in modo assolutamente congruo da chi ha deciso di veicolare su Twitter lo scambio di informazioni in senso generale sul con-cetto di salute» (cfr. Corposanto e Corposanto, 2015: 133). Dall’altro lato, si è potuto chiaramente inferire che il luogo di lavoro opera da filtro o da agevolatore nell’utilizzo di determinati canali; nel nostro caso, l’ospedale funge da mediatore del rapporto fiduciario diretto tra medico ed assistito, mentre nella configurazione libero-professionale, le relazioni medico-paziente godono di maggior libertà, trovando conseguentemente nelle tecnologie ICT un ottimo medium comunicativo e sfruttando così il potenziale diretto, orizzontale e democratico del web. Un’ultima riflessione circa il medium riguarda anche il livello di socializzazione degli utenti con i vari canali; in questo senso, ed ovviamente ferme restando le spiegazioni sopra riportate, possiamo argomentare che email e sms godono nel complesso di un livello di maggior conoscenza da parte delle persone, rispetto ad altre modalità che, invece, sono assolutamente più recenti e quindi tutte ancora da esplorare.
Quanto emerge da questo capitolo è, in definitiva, un rapporto medico-paziente che sta via via sfruttando i nuovi media onde corroborarne la relazione, senza poter affermare che la dinamica online sostituisca in toto quella offline; esito peraltro suggerito anche da Song et al. (2013), allorquando hanno argomentato la potenzialità catalizzatrice di comunicazione tra giovani donne incinte provenienti da fasce non abbienti con il persona-le sanitario, generata da un sistema di text-messaging istituito ad hoc, il quale quindi fu ben lungi dal produrre un effetto di rimpiazzo. Al momento, questi si stanno particolarmente sviluppando nell’ambito delle catego-rie libero-professionali. Si vedrà in futuro se questi canali di comunicazio-ne di natura diretta (non mediata) verranno estesi a tutta la professione, grazie all’espansione del web, che per sua natura tende a rendere più porosi e friabili i confini istituzionali, che al momento risultano invece ancora vincolanti rispetto alle potenzialità fruibili
Thorstein Veblen di fronte alla Grande Guerra
Veblen fu un sociologo statunitense particolarmente prolifico nel pe-riodo della Grande Guerra. Vi è subito da sottolineare che, anche con rife-rimento specifico alle sue riflessioni articolate in questo periodo storico, va applicandosi la massima affermata da uno dei suoi maggiori conoscitori, e cioè che «per capire il pensiero di Thorstein Veblen (...) occorre in primo luogo capire l’uomo» [Ferrarotti 1974: 135]. La caratteristica particolar-mente enigmatica del pensiero di Thorstein Veblen, spesso impregnato di iperboli o di concetti che si affermano e si dipanano piano piano tra le ri-ghe dei suoi scritti, unitamente ad una fama che lo circonda e lo precede, in base a cui è stato definito come provocatore e polemista, rende questo autore di sicuro interesse nelle vicende relative alla Grande Guerra.
Occorre anzitutto precisare la sua radicale opposizione alla guerra: pur riconoscendo che molte persone cosiddette sagge della sua epoca afferma-vano l’inalienabile appartenenza della guerra all’ordine delle cose, della natura, ironizzando come i contenziosi bellici, con tanto di carneficine, fossero indispensabili per il progresso umano, o forse più per la crescita della sua virilità, egli cionondimeno ne sottolineava le ben note atrocità e futilità [cfr. Veblen 1917a: 1-2]. Preme altresì evidenziare fin dal principio che, come si intende mostrare nel prosieguo del capitolo, il suo pensiero in questo preciso ambito fu dominato prevalentemente da due direttrici fon-damentali, che di fatto ne costituiscono la sua ossatura, il filo rosso che lega i suoi numerosi interventi: un’aperta ostilità nei confronti della Ger-mania, ed in generale degli stati dinastici e di marcata propensione impe-rialistica, e l’“osservazione” prettamente economica legata alle vicende della Guerra, con un tutt’altro che celato disprezzo per l’economia capita-listica e gli interessi consolidati sottostanti, tra cui, in primis, la cosiddetta proprietà assenteista. A ciò, e corollario di quest’ultimo “filone”, si ag-giunge il notevole interesse per il nascente bolscevism
La figura dell’infermiere nel fiorire delle Scuole di infermieristica a cavallo fra Ottocento e Novecento
Il presente capitolo si concentra sulla situazione dell’assistenza infer-mieristica italiana a cavallo tra il XIX e il XX secolo, fino alle soglie dello scoppio della Prima Guerra Mondiale.
È già ampiamente nota la difficoltà di parlare di un vero e proprio “sviluppo” ed ancor meno di una “professione” [si veda Tousijn 2000] in tale arco temporale considerato. Si ricorda brevemente che per tutto l’Ottocento ed ancora all’inizio del nuovo secolo sono numerose le voci che si sollevano per lamentare la totale inadeguatezza del personale infermieristico [cfr. Fiumi 1993, Dimonte 1995]; inoltre, la prima legge nazionale organica sull’istruzione infermieristica in Italia risale solo al 1925, il suo decreto attuativo al 1929, mentre la legge di riconoscimento statale della professione infermieristica solamente al 1954 [Tousijn 2000], in un contesto di ritardo cronico nei confronti di molto altri paesi civili [Ardissone 2013a] .
Eppure, in questo periodo qualcosa si muove nella società italiana e tra gli operatori sanitari nella direzione della necessità di una maggior prepa-razione del personale dedito all’assistenza. Le tappe poco sopra enunciate non possono, infatti, essere concepite come figlie auto-generatesi, ma sono indubbiamente l’esito, l’approdo di un percorso e di un vero e proprio movimento intellettuale che getta le proprie radici in questo arco temporale per vederle successivamente fiorire in ambito sociale, politico e normativo.
Il capitolo procede secondo un’architettura in quattro fasi fondamenta-li: viene anzitutto presentato lo stato dell’arte della figura assistenziale relativa all’arco temporale analizzato, esponendo le cause sottostanti alla situazione in cui essa si trovava; si esaminano dunque i principali fattori alla base del susseguente cambiamento; in terzo luogo, si studiano le varie tipologie formative battezzate tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del secolo successivo; infine, si conclude presentando i diversi modelli assistenziali presenti alle soglie della Prima Guerra Mondiale.
La tesi qui riportata è che sebbene certamente non si possa ancora parlare di professione, è precisamente in questo periodo storico a cavallo tra il XIX e il XX secolo che in Italia qualcosa comincia a cambiare e che, con quel movimento culturale e quel fiorire di iniziative e scuole che sono stati ampiamente documentati in queste pagine, vengono gettate tutte le premesse di quei passi, di quel percorso che si concretizzerà a partire dagli anni Venti (con la prima norma sulla formazione infermieristica, legge n° 1832 del 1925) fino ai giorni nostri (con la creazione di percorsi universitari, della dirigenza infermieristica e, soprattutto, l’abolizione del mansionario) [cfr. Cipolla, Artioli 2003].
Si deve anche sottolineare come quel radicale mutamento e miglioramento dell’assistenza infermieristica, ritenuti urgenti fondamentalmente da tutti gli stakeholders dell’epoca, non poteva essere soddisfatta dai vecchi infermieri, ignoranti e sfruttati, i quali difendevano con forza il proprio posto di lavoro contro la volontà di licenziarli, ma non potevano certo elevare le loro capacità professionali [cfr. Calamandrei 1993: 61], né vantare alcuna capacità di incidere a livello di policy-making. In sostanza la riforma infermieristica, per il noto stato di fatto in cui questa versava, non poteva essere guidata dal proprio interno.
Un rinnovamento poté provenire pertanto dalla borghesia e dall’aristocrazia, anche considerata la riluttanza da parte dello stato di in-terviene in materia. Oltre a questi, anche medici e direttori sanitari, che guardando con sincero interesse allo sviluppo della figura assistenziale in un contesto ospedaliero in profonda trasformazione, si posero alla guida della riforma, evidentemente però plasmandola a propria immagine ed utilità e contribuendo conseguentemente a formare una classe ad essa subalterna [Calamandrei 1993: 55], tra l’altro sostenuta anche da alcune delle principali anime del movimento riformatore, che andavano pacificamente affermando come «una buona infermiera è il miglior aiuto del medico» [Celli 1908: 483]. Quindi, tutti gli esperimenti di questo periodo, premessa della riforma successiva alla Grande Guerra, fu etero-guidata, cioè fu pilotata da elementi esterni all’occupazione infermieristica.
Ed infatti, tutta la formazione che nacque in questo periodo fu diretta e svolta da personale medico (fatta in parte eccezione per le esperienze della Croce Azzurra e del “Regina Elena”), in un’ottica di governo e controllo istituzionale di questi sui contenuti e sulle modalità formative degli infermieri [Tousijn 2000]. È senz’altro ancora doveroso ricordare che la situazione infermieristica italiana non vedeva molte figure di particolare spicco e intelletto capaci di dirigere ed imprimere una certa traiettoria in questo campo. Tra l’altro, i medici ebbero una certa influenza anche nel processo di femminilizzazione della categoria, in quanto essi cercavano persone gentili e disponibili a prendere ordini [Bartoloni 2007: 230].
Lo scoppio della Grande Guerra avrebbe cambiato molte cose e tra que-ste avrebbe contribuito a portare a compimento la riforma sulla formazione, che per troppo tempo rimase solamente allo stato di lettera, e da lì in poi sarebbe nata un’altra storia, con battaglie, rivendicazioni e conquiste che verranno meglio documentate in altri capitoli del presente testo (si rimanda specialmente ai contributi di Baccarini, Tavormina e De Paola, Fiumi, Stievano e Rocco, Fava, Marcadelli e Stievano)
Lo sviluppo quantitativo del Comitato di Torino dal 1885 al 1914
Il presente capitolo si propone di offrire tutta una serie di dati ed informazioni
tratte dai Bollettini della Croce Rossa Italiana, i quali, come già
analiticamente spiegato altrove (Ardissone, 2013a), sono documenti unici
nel loro genere, molto corposi ed interessanti, all’interno dei quali il Comitato
Centrale, che ne curava la pubblicazione, ha sempre inserito tutte le più
importanti notizie relative alla vita e alle attività dell’Associazione stessa.
Questi ne sono divenuti, pertanto, l’organo divulgativo ufficiale di maggior
rilevanza, non essendoci, almeno con riferimento ai primi cinquant’anni
di vita della Croce Rossa Italiana, altri documenti periodici, paragonabili
al Bollettino, così ricchi e dettagliati di notizie, informazioni e
dati relativi all’Associazione nel suo complesso, tali da fornire al lettore
una quantità (nonché qualità) di cifre e relazioni varie da costituire un solido
e preziosissimo fondamento per la ricostruzione storica degli eventi della
Croce Rossa dagli ultimi vent’anni dell’Ottocento ai primi quindici anni
del secolo successivo, fino allo scoppio della Grande Guerra. Oltre alle ricostruzioni
nazionali, va specificato che i Bollettini consentono altresì di
approfondire le singole circoscrizioni.
Avvalendoci, dunque, proprio di tale fonte, nelle prossime pagine
l’attenzione verrà posta sul Comitato di Torino, in qualità sì di sottocomitato
regionale, ma soprattutto nella sua veste di sede della I circoscrizione. A differenza di altre circoscrizioni, la I rimase sempre e costantemente
composta dalle sole provincie di Torino e Novara, senza modificare il proprio
confine, come invece accaduto ad altre realtà (si pensi alla II di Alessandria,
alla IV di Piacenza e Genova, alla V di Verona e alla VI Bologna).
Inoltre, si è visto come le altre circoscrizioni, con cui la si è paragonata, avessero
un numero maggiore di capoluoghi di provincia, e quindi di sedi di
sotto-comitati di sezione. Queste informazioni debbono certamente far riflettere
sia sul grado di stabilità che la I circoscrizione poté avere, sia sulla
composizione demografica del territorio, il che consentirà senza dubbio di
contestualizzare i dati sui soci e sull’economia interna.
Quanto emerso consente di rendicontare un percorso di crescita reale
avvenuto a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento, e cioè dagli anni della
riorganizzazione post-statuto alle soglie della Grande Guerra. Anche in paragone
con le altre circoscrizioni cosiddette virtuose e vitali si nota una sua
ottima collocazione.
Il capitolo ha permesso altresì di sottolineare alcune peculiarità, che nel
corso del presente volume certamente troveranno spazio per ulteriore approfondimento.
Da un lato, la forte impronta “militare” e legata, quindi, alla
sanità militare: lo si è visto dal numero di alti ufficiali del Regio Esercito presenti negli elenchi dei soci e nei vari direttivi; ma anche nelle vicende
della prima scuola per Infermiere Volontarie della Croce Rossa sorta a Torino,
proprio presso l’ospedale militare di quella città.
Dall’altro la ragguardevole partecipazione femminile. Sebbene sia stata
sottolineata la massiccia presenza aristocratica in seno all’Associazione, va
soprattutto riportato il fatto che il rapporto tra soci e socie fu in assoluto tra
i più virtuosi di tutta la Croce Rossa Italiana, anticipando le rilevazioni che
tutte le altre circoscrizioni, ad eccezione della III di Milano, poterono vantare
solamente verso la fine del nostro periodo, e cioè al 1913. Ma “Torino”
raggiungeva rapporti di 1,3 e 1,2 già agli inizi degli anni Novanta e tra la
Guerra di Libia e la Grande Guerra si attestava sulle soglie dell’1,4/1,5, e
cioè ben al di sotto della media nazionale
- …
