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    Perché postiamo? Una riflessione sul lavoro del Centre For Digital Anthropology (UCL)

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    L’articolo presenta al lettore il lavoro relativo al progetto ‘why we post’, portato avanti da un gruppo di ricercatori afferenti allo University College of London, con capofila Daniel Miller. Il progetto si articola in undici diverse monografie, attraverso un’etnografia comparativa volta ad esplorare i tanti modi in cui i social media vengono utilizzati del mondo e gli effetti di queste pratiche nella vita quotidiana

    La smart city di tutti i giorni. Il ruolo delle reti digitali nella (ri)produzione dello spazio urbano

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    Attraverso il racconto della mia esperienza di ricerca nella periferia romana, nella relazione mostrerò gli effetti dell’utilizzo quotidiano delle reti digitali sulla forma della città e sul modo di abitarla. Quest’ultima emerge come un territorio ibrido, i cui confini e il cui significato vanno costantemente rinegoziati, dove l’individuo è il nodo dell’incontro tra spazi fisici e digitali. Ragionando sul concetto di smart city, solitamente ci si occupa di cambiamenti su larga scala e perlopiù eterodiretti, basati sull’introduzione di tecnologie più o meno innovative che dovrebbero integrarsi con lo spazio urbano, andando ad osservare quali progettualità politiche siano loro legate. Qui intendo raccontare invece l’utilizzo quotidiano e routinario che si fa delle tecnologie e delle reti digitali nel rielaborare e reinterpretare la propria esperienza di tutti i giorni, concentrandomi su quali siano gli effetti sociali di tali pratiche e quale ruolo il ricercatore possa svolgere in tali dinamiche. Il proliferare di narrazioni e autorappresentazioni prodotte dai singoli individui all’interno della propria routine, caratterizza infatti sempre più il modo quotidiano di vivere lo spazio urbano, di rappresentarlo e di immaginare i tipi di socialità che si desiderano per esso, con molteplici e mutevoli effetti sul territorio, dalla costruzione di retoriche stigmatizzanti a forme di autoriflessività, dall’elaborazione violenta di dibattiti politici alla costituzione di nuovi modi di fare comunità. La produzione di significati non centralizzata ma diffusa rompe infatti i confini dell’incontro tra gruppi e fasce sociali molto diverse, permettendo anche all’interno di zone urbane eterogenee un confronto (o scontro) 36 sempre più ampio tra persone, idee e immagini. Queste pratiche, sorprendentemente, portano gli spazi digitali a configurarsi come i luoghi privilegiati dell’intimità culturale del territorio, venendo performativamente strappati alle grandi compagnie che li possiedono e inseriti nella trama urbana. Osservando come pratiche legate alla diffusione capillare di tecnologie spesso sospettate di omologare l’esperienza urbana quotidiana vengano invece sfruttate tatticamente dagli individui per (ri)produrre il territorio in cui vivono e ripensare il senso del vivere in città, può permettere al ricercatore di decostruire questi processi e di individuare le strategie per ripensare l’emergere di nuove forme di attivismo politico e partecipazione alla vita pubblica dei territori

    Scegliere la storia, narrazioni, nostalgie e attese su facebook

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    Il contributo descrive le pratiche quotidiane di valorizzazione della storia che avvengono all'interno della complessa rete dei social network, osservando il caso del quartiere Montesacro di Roma. Attraverso la condivisione di fotografie storiche all'interno degli spazi digitali, gli utenti si osserva come gli utenti cercano di intrecciare le loro memoria del passato con le loro aspirazioni per il futuro, producendo una continua ri-immaginazione e ri-significazione dei luoghi e degli spazi della città

    Territory as media and social media as territory

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    How can planners find within social media new spontaneous ways through which people imagine, represent and socially produce a territory? This is what I have investigated in a peripheric neighbourhood of Rome, Italy, trying to highlight how, through the acknowledgement of digital habitat embedded in a territory, it is possible to understand citizens’ narration and hopes for their territory, as well as to find new ways to enhance participatory processes. Conducting a three-year-long ethnographic research inside several Facebook groups related to that territory, I investigate how the habitat developed through a daily and routine use of mobile technologies of communication, internet and the social media could make emerge new action spaces. Within these spaces, I have identified insurgent democratic practices and new ways of citizens’ engagement with their own city political issues, given a recurring distrust regarding official and established politics. Focusing on immigration policies and the consequent production of identity, I observed how citizens, through continuous and conflictual micro-narrations of their neighbourhood life, produce stereotyped representations of the “other”. At the same time, these micro-narrations have led citizens to reflect on both their attachment to the territory and transformative actions capable of producing a different one. Hence, since physical territory is a media of a diverse range of social, cultural and emotional relationships, also social media have become a portion of that territory where people can develop debates and conflicts regarding “major” themes and the image they would like to build for their territory. If researchers and planner accept that these contradictory and emotional digital places are in fact new portions of territory, alternative imaginations of space can be identified, that could be an important stimulus for a variety of social claims, generating new forms of collective appropriation of urban space

    Presentazione

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    Introduzione al volume da parte dei curatori. Gli articoli raccolti in questo volume costituiscono la rielaborazione degli interventi al dibattito svoltosi durante il IV Convegno Nazionale della Società Italiana di Antropologia Applicata

    RESEARCHING SCHOOLS VS RESEARCHING WITH SCHOOLS. AN URBAN RESEARCH LABORATORY EXPERIENCE IN AN ITALIAN HIGH SCHOOL

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    We have tried to develop an innovative way to approach educational practice to promote synergies between school teaching, academic research and society. Through a transdisciplinary approach we have tried to prepare high school students to the challenges of researching, thinking and therefore planning about their own territory. This experience was conducted with a group 23 teenagers from a high school in the periphery of Rome, elaborating an original project of work-based learning inside the school. As tutors of their work, we tried to guide the students divided in five research groups, each one with a specific focus related to the territory where their school is located to the creation of a research project. Students were introduced to different tools with the aim of creating an interdisciplinary methodology, like interviews, focus groups, production of emic maps. Besides the nonetheless interesting results of all the research projects carried on by the five groups, what the participants learned has been a more complex way to reflect and argue upon urban territory, trying to manage change. In our view, this approach to deutero-learning can be seen as a way to give future citizens the tools to imagine and design the future of cities

    Raccontare per ritrovarsi. Pratiche di narrazione online come uso del territorio

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    La tesi vuole verificare che spazio possa avere nella pianificazione e negli studi urbani l’analisi dell’uso delle moderne tecnologie digitali di comunicazione e interazione nei processi di costruzione del “senso del luogo” e quindi nei modi di abitare il territorio di individui e gruppi, attraverso un approccio metodologico e teorico derivato dall’antropologia culturale. Il territorio fisico e l’ambiente costituito dall’assemblaggio socio-materiale costituito tramite le nuove tecnologie emergono dal lavoro di ricerca come media analoghi e tra loro connessi. Tale conclusione viene raggiunta osservando in che modo i media digitali modifichino le modalità di produzione (sociale non) dello spazio, concentrandosi in particolare su come ciò avvenga attraverso le pratiche di narrazione online. Queste sono state osservate all’interno del quartiere Montesacro di Roma, dove i media digitali vengono coinvolti nei processi di “ri-domesticazione” di un territorio diventato negli anni più difficile da vivere e da rappresentare e identificare chiaramente. Metodologicamente, data la mancanza di significative esperienze di ricerca su questi temi, sono state proposte strade innovative. Alla classica etnografia largamente adottata negli studi antropologici si è cercato di unire alcune sperimentazioni che guardassero, pur non rientrandovi a pieno, a modi d’esplorazione quali lo shadowing e la netnografia. Questa metodologia è quindi risultata in una costruzione tripartita del campo di ricerca, osservato in tre diversi contesti, attraversati dalla stessa ipotesi: rilevata la presenza di una forma di spaesamento (De Martino, 2002, 2007), cioè di difficoltà a orientare il proprio agire all’interno del sempre più complesso sistema urbano, si osserva come i media digitali vengano utilizzati per mettere in atto performance di “narrazione incidentale”, ovvero di uso apparentemente casuale e frammentario di immagini, frasi e altre forme di comunicazione multimediale che confluiscono in meta-narrazioni e strutture retoriche che compartecipano alla costruzione sociale del luogo come un contesto dotato di senso per l’azione degli individui. In particolare, questo uso si fonda sulla recente possibilità di utilizzare i media digitali in modalità non “eccezionali” ma fortemente “routinarie” e innestate nella “quotidianità”. I tre contesti sono di ricerca sono: 1. Quello dei giovani-adulti alle prese con la loro prima occasione di abitare all’interno del quartiere separati dalla famiglia. Da loro, queste forme di narrazione incidentale vengono utilizzate per ambientarsi all’interno del territorio e per gestire tutti i contesti significativi con cui vogliono relazionarsi. I percorsi tracciati da queste pratiche di narrazione producono diverse forme di località qui definite “località-network”, che possono trovarsi totalmente sul web oppure spargersi (e quindi confondersi) tra spazi digitali e fisici. Attraverso i media digitali poi, gli individui costruiscono un “internet personale”, cioè la rete interconnessa di tutte le proprie relazioni e interessi; 2. quello dei gruppi Facebook di quartiere, frequentati soprattutto dagli abitanti più adulti dello stesso e all’interno dei quali vengono proposte rappresentazioni del territorio e si svolgono intensi conflitti riguardo la dimensione simbolica (e non solo) dello stesso. Attraverso l’analisi della retorica del degrado, questi gruppi vengono individuati come i luoghi più frequentati con lo scopo di un dibattito rispetto al territorio, ma anche come luoghi dove esso viene patrimonializzato e sacralizzato; 3. quello di studenti di scuola superiore (un liceo classico) alle prese col complesso compito di farsi individui e cittadini all’interno di un’istituzione, quella scolastica, in forte difficoltà a gestire proprio l’introduzione di queste nuove tecnologie al suo interno. In particolare viene criticata la nozione di “nativo digitale”, mettendo in luce invece le criticità connesse al dover imparare, senza un adeguato aiuto didattico, a usare i media digitali nel vivere lo spazio urbano. Dal racconto dell’esperienza di campo emerge chiaramente come gli spazi digitali frequentati e percorsi dagli abitanti del quartiere di Montesacro finiscano per divenire essi stessi spazi strappati ai grandi provider internazionali per venire invece integrati nello spazio-quartiere e divenire quindi luoghi fondamentali dove, in modalità informali, conflittuali e spesso polarizzate, viene a prodursi il senso del luogo. La narrazione incidentale (Bausinger, 2008) del sé, del territorio e del sé nel territorio si presenta quindi come una routine culturale, come un lavorio di bricolage che ricostruisce nuovi significati in base al materiale già esistente e, nel caso analizzato, sembra agire proprio contro le forme di spaesamento, poiché permette di trovare tatticamente (de Certeau, 2001) lo spazio per produrre immaginazioni e rappresentazioni collettive del territorio. Attraverso queste narrazioni i cittadini mettono informalmente (e a volte inconsapevolmente) in moto pratiche di produzione della località (Appadurai, 2012, 2014) e di cittadinanza partecipativa. Soprattutto in questo senso, le narrazioni incidentali multimediali che vediamo proliferare nel nostro “oggi” risultano capaci di costruire e produrre il territorio e si configurano quindi come un uso dello stesso. Questo inevitabilmente porta a osservare anche come, per innestare pratiche fertili di ricerca-azione, non sia possibile rifiutarsi di “sporcarsi le mani” con quanto avviene sui social network, in discussioni spesso violente e polarizzanti, pena rinunciare definitivamente alla possibilità di un lavoro di ricerca capace di avere un effetto sulla quotidianità delle persone e sul tessuto urbano
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