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    Introduzione al libro "La guardia della libertà"

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    L'introduzione specifica l'abstract del libro. Il volume nasce dal lavoro di ricercatori argentini ed italiani, coordinati da Cecilia Abdo Ferez e Domenico Scalzo, nell’ambito di un progetto di interscambio culturale promosso dal Cuia e dal Conicet. Si tratta di una raccolta di saggi discussi in due convegni svoltisi a Buenos Aires, intorno ad alcuni momenti del pensiero politico italiano, europeo ed argentino. L’idea che lo guida concerne il tentativo di una comprensione filosofica, che sia allo stesso tempo una traduzione in altro da sé, della modernità europea. Al centro del libro è la logica delle sue grandi parole, la sua idea di origine, di Stato, di repubblica e di popolo, ovvero delle modalità della loro imposizione al di là dell’Atlantico; ma anche una riflessione circa i suoi immancabili contraccolpi storici, ossia sugli esiti diversi e inattesi che la loro elaborazione in America Latina restituisce nel dibattito attuale. Potenza del pensiero dove un’esigenza di giustizia va cercando nel presente la liberazione del passato oppresso come la sola chance che può dare nerbo e futuro ad una urgente politica dei governati. L’ora della leggibilità dell’opera che si ha in mano deve considerarsi il concetto di populismo, così come esso è declinato nella storia argentina (si pensi alla tradizione peronista e a un filosofo come Laclau) e nella storia italiana ed europea anche più recente. Tra le sue pagine pensatori come Machiavelli, soprattutto, e poi Guicciardini o Alberti dialogano con Las Casas, oppure con testimoni della conquista come Guamán Poma, anche attraverso le voci della filosofia novecentesca o contemporanea europea ed argentina più in armonia con la trama di rovesciamenti e di conflitti che il popolo istituisce quando esso è a guardia della libertà

    L'assedio dei nomi. Foucault, la ragion di stato, il potere pastorale.

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    Il saggio verte sul nesso concettuale e storico-politico di potere pastorale e ragion di stato nel pensiero di Foucault. Cerca innanzitutto di comprendere cosa il filosofo voleva significare con l'affermazione che la teoria politica fosse rimasta ossessionata dal personaggio del sovrano. E di rispondere all'esigenza che egli avvertiva di una filosofia politica che non fosse costruita intorno al problema della sovranità, dunque della legge, dell'interdizione. Non si comprenderebbe la genesi dell’idea economica di governo elaborata dal pensatore francese in opposizione oppure come complemento di quella giuridico-politica di Stato. In particolare si indaga un suo corso di lezione del 1977-1978 dal titolo "Sicurezza, territorio, popolazione", e lo si introduce nel cantiere biopolitico che il filosofo aveva aperto in quegli anni. Sullo sfondo il vecchio il libro di Meinecke "L’idea della ragion di stato nella storia moderna" e i tanti trattati del tacitismo politico del seicento; in primo piano l’interpretazione da parte di Foucault di Machiavelli e Hobbes. È il pensatore inglese del Leviatano – la rappresentazione del potere che tiene in mano la spada e il pastorale - il termine di confronto decisivo del saggio come sarà in "Bisogna difendere la società" l'idea di guerra e di guerra civile. È la sua idea di religione, ma, soprattutto, di Stato cristiano, ad essere posti in tensione con la genealogia della governamentalità di marca foucaultiana. Emergono aporie e direzioni impreviste dell’ordine del discorso. All’inizio e alla fine del saggio l'assedio concerne l’idea del nome proprio in politica, mosso attraverso l’antica festa di poplifugia, che i Romani celebravano a commemorazione dell’apoteosi di Romolo, nella leggenda della fondazione di Roma. Un rito evocato da Tito Livio e raccontato da Michel Serres in un libro decisivo, benché poco letto e misconosciuto, sulla genesi della politica, "Roma, il libro della fondazione". Evento della nascita dei nomi nella notte del mondo che il saggio riprende e a cui corrisponde distinguendo tra la fondazione che non cessa di aver luogo e il punto di insorgenza dell'origine che trascina nel proprio ritmo il materiale della sua nascita

    L'intima mano della rappresentazione e lo sguardo di Medusa

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    Il saggio si propone una lettura filosofico-politica dello scritto di Walter Benjamin Il dramma barocco tedesco. Il primo passo è comprendere il posto preminente che l’opera occupa lungo l’itinerario di pensiero del suo autore. Il confronto con la posizione di Adorno è preliminare ad ogni suo commento e critica. Si incrocerà lo sguardo di Medusa che Benjamin riconosceva alla modernità e Adorno attribuiva ai suoi stessi occhi. Il suo doppio iconologico sarà La testa di Medusa dipinta dal Caravaggio, ora conservata nelle gallerie degli Uffizi di Firenze. In particolare il saggio sviluppa l’idea di rappresentazione che è contenuta nella premessa gnoseologica dello scritto sia per gli aspetti ontologici sia per quelli storici che essa presenta. Attraverso di essa ad essere in questione è da una parte la genesi della modernità europea, dall’altra il concetto di sovranità dello Stato che alla rappresentazione si accompagna come un’ombra, essendo la sua mano più intima. Il teatro barocco della politica moderna si rappresenta nell’Amleto di Shakespeare ancor prima che nel frontespizio del Leviatano di Hobbes. Sulla scena compariranno i vivi e i morti, presenze e fantasmi. Il confronto è con Carl Schmitt, la cui idea di decisione politica e di stato di eccezione matura in un dialogo di pensiero con Benjamin. Si indagherà la tragedia del potere secondo una prospettiva teologico-politica e storico-politica. Attraverso un testo che con Il dramma barocco tedesco compone un dittico speciale, Il doppio corpo del re di Kantorowicz, si rifletterà infine sull’evento della grande Rivoluzione Inglese. L’idea che precipita nella terra a volte desolata della contemporaneità politica è che a bene vedere la rappresentazione politica può rivelare il vuoto, la vacuità, che attraversa il Regno dopo tanta gloria dissipata. Che il populismo di cui oggi si discute non trovi qui la sua prima radice

    Metamorfosi del Leviatano. Il terrore e la guerra

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    Il saggio verte sul terrore e la guerra come fenomeno e come idea. La riflessione riceve il suo colpo di avvio dall’evento terroristico dell’11 settembre. Sullo sfondo le considerazioni filosofiche, politiche, di analisi del linguaggio politico, che fecero attorno all’attentato delle torri gemelli Baudrillard e Virilio, ma anche Habermas, Derrida e Girard. In primo piano la metamorfosi del Leviatano che ogni evento fondamentale della storia determina. La storia del suo concetto. Il saggio si costruisce attorno alla figura dell’uomo artificiale che tiene in una mano la spada e in un’altra mano il pastorale. Indaga la fenomenologia hobbesiana della paura, in particolare segue quest’ultima ascendere agli estremi e divenire terrore. Terrore di cui la ricerca promuove una genealogia filologica ancor prima che concettuale. Lo stato di natura e la fondazione della sovranità, la loro nera riunione nel patto è assunta come una scena originaria della politica moderna. Suoi interpreti, a volte simpatetici, a volte critici, sono stati Freud e Foucault, Schmitt e Bobbio, Simone Weil ed Elias Canetti. Il saggio valorizza l’apporto che all’idea dello stato di natura come guerra di tutti contro tutti dà “La Guerra del Peloponneso” di Tucidide; un testo con il quale Hobbes si misurò in gioventù. In particolare è l’evento della peste di Atene che chiude il primo anno di ostilità il testo in cui occorrono per la prima volta, nella traduzione di Hobbes, i termini che nella maturità qualificheranno l’esperienza della politica del pensatore inglese. Ne scaturisce una diversa interpretazione della guerra civile in Hobbes e della stasiologia nel mondo moderno, fino agli attuali scenari di crisi nelle relazioni internazionali tra Stati, cui il saggio intende dare un contributo di comprensione sulla scia del dibattito aperto in Italia al riguardo da Agamben e Roberto Esposito

    La festa crudele. Foucault e la peste

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    Il saggio verte sul rapporto tra peste e politica. Il suo primo movimento è l’interpretazione che Michel Foucault ha dato della peste in Sorvegliare e punire e in alcuni scritti sulla nascita della medicina sociale nell’Europa moderna. Il saggio indaga in molteplici direzioni quello che Foucault chiama il doppio sogno della peste. Il sogno politico del potere, l’utopia di una città perfettamente governata, le divisioni rigorose, il confinamento, la penetrazione, fin dentro ai più sottili dettagli dell’esistenza di una gerarchia completa, garante del funzionamento capillare del potere, cioè l’assegnazione a ciascuno del suo vero nome, del suo vero posto, della sua vera malattia. Quindi il sogno letterario della peste, la sua finzione di festa: le leggi sospese, gli interdetti tolti, la frenesia del tempo che passa, i corpi che si allacciano irrispettosamente, gli individui che si smascherano, che abbandonano la loro identità statuaria e l’aspetto sotto cui li si riconosceva, lasciando apparire tutt’altra verità. L’idea è che i due sogni si richiamino. Se la verità effettuale della cosa non lascia indietro l’immaginazione di essa si comprenderà come la forma, insieme reale e immaginaria, del disordine abbia come correlativo medico e politico la disciplina. Cioè che dietro i dispositivi disciplinari debba leggersi l’ossessione dei contagi. La scrittura prenderà il largo. E svolgerà in autonomia il tema dopo aver fatto i conti con la genealogia nietzschiana del potere di Foucault. Si attraverserà la peste di Atene descritta da Tucidide, rievocata da Lucrezio, ed insediatasi nello stato di natura di Hobbes, ma si sosterà anche nei grandi testi di Boccaccio, Manzoni, Camus al riguardo. L’idea è che peste e guerra stiano in una discrepanza che suscita sgomento e terrore. Infine il teatro della peste di Artaud riletto alla luce di quel che Foucault scrive sull’assenza di opera come l’impensato della sua opera. La festa sarà crudele

    Presentazione

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    El objetivo general de dicho presentación consistía en analizar las confi-guraciones de los léxicos filosóficos, teóricos y políticos que se han es-tablecido entre Europa y América Latina, con especial atención a las transformaciones, las recepciones y las innovaciones que genera el en-cuentro entre ambos espacios

    METAMORFOSIS DE LA LIBERTAD. FIGURAS DE LA LIBERTAD Y MÁSCARAS DEL PODER

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    Il saggio è una riflessione su libertà e potere a partire da un confronto tra il pensiero di Michel Foucault ed Elias Canetti al riguardo. In particolare, il saggio compie uno spoglio degli ultimi corsi di lezione di Foucault sul tema e li mette in relazione con "Massa e potere" il capolavoro di Canetti, che resta un punto di critica irriducibile della questione sia sul piano antropologico che su quello filosofico politico. Il risultato teorico raggiunto, dopo aver attraversato la classica distinzione tra la libertà degli antichi e la libertà dei moderni, consiste nella conquista di un'opposizione dinamica tra i due termini; opposizione tra forze reali contrarie, ma non logicamente contraddittorie, di cui l'autore si impegna a dimostrare la capacità di essere consensiva ad ogni altra categoria della politica

    La guardia della libertà. Conquista, repubblica, popolo tra Italia e America Latina

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    Il volume nasce dal lavoro di ricercatori argentini ed italiani, coordinati da Cecilia Abdo Ferez e Domenico Scalzo, nell’ambito di un progetto di interscambio culturale promosso dal Cuia e dal Conicet. Si tratta di una raccolta di saggi discussi in due convegni svoltisi a Buenos Aires, intorno ad alcuni momenti del pensiero politico italiano, europeo ed argentino. L’idea che lo guida concerne il tentativo di una comprensione filosofica, che sia allo stesso tempo una traduzione in altro da sé, della modernità europea. Al centro del libro è la logica delle sue grandi parole, la sua idea di origine, di Stato, di repubblica e di popolo, ovvero delle modalità della loro imposizione al di là dell’Atlantico; ma anche una riflessione circa i suoi immancabili contraccolpi storici, ossia sugli esiti diversi e inattesi che la loro elaborazione in America Latina restituisce nel dibattito attuale. Potenza del pensiero dove un’esigenza di giustizia va cercando nel presente la liberazione del passato oppresso come la sola chance che può dare nerbo e futuro ad una urgente politica dei governati. L’ora della leggibilità dell’opera che si ha in mano deve considerarsi il concetto di populismo, così come esso è declinato nella storia argentina (si pensi alla tradizione peronista e a un filosofo come Laclau) e nella storia italiana ed europea anche più recente. Tra le sue pagine pensatori come Machiavelli, soprattutto, e poi Guicciardini o Alberti dialogano con Las Casas, oppure con testimoni della conquista come Guamán Poma, anche attraverso le voci della filosofia novecentesca o contemporanea europea ed argentina più in armonia con la trama di rovesciamenti e di conflitti che il popolo istituisce quando esso è a guardia della libertà
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