369 research outputs found

    Friedrich Schlegel, Dialogo sulla poesia.

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    Cura, traduzione e saggio introduttivo di Andreina Lavagetto

    Retorica onirica in Franz Kafka. Der Process

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    Riconoscere e studiare la presenza della dimensione onirica nell'opera di Kafka significa sottrarre quest'ultima a ipotesi ermeneutiche fondate sulle categorie dell'assurdo, del surreale, del fantastico. La familiarità che, dal 1912 in avanti, Kafka via via acquista con gli stati fra il sonno e la veglia gli fa conoscere sempre più a fondo la sintassi onirica che ormai sa essere il linguaggio della sua letteratura. Riflettendo sul sogno, Kafka lavora al potenziamento della coscienza. Lavora per estendere l’attenzione vigile alla dimensione onirica – ampliata e differenziata – e trarre da essa quelle modalità di osservazione e narrazione del mondo che, sole, possono rispondere al suo disumano sforzo di costituzione di senso con e nella letteratura. Il risultato è un’opera che con crescente semplicità fonde il discorso del realismo con quello dell’onirico. La frase, il passo, la pagina kafkiana si perfezionano in questa direzione

    Buber e l'ideale del rinnovamento ebraico

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    La lunga vita di Martin Buber (Vienna 1878 - Gerusalemme 1965) è segnata da una formidabile presenza in diversi campi del pensare e dell'operare: prima nel Reich guglielmino, nella Germania di Weimar e in quella dei primi cinque anni hitleriani e poi, a partire dal 1938, in Palestina e nello Stato d'Israele è impressionante la capacità e versatilità d'intervento con cui Buber commenta e interpreta, dal punto di vista ebraico, ma non solo, le guerre, le rivoluzioni, le democrazie e i totalitarismi del Novecento. Di grande respiro sono le sue riflessioni sul concetto di nazionalismo, sul rapporto fra etica e politica, fra politica e religione, sul pacifismo, la disobbedienza civile, la pena di morte. E poi la Shoah, la colpa, la responsabilità. Fra l'inizio del secolo e la fine della Grande Guerra Buber disegna in Germania e in Austria un suo netto profilo di interprete dell'ebraismo europeo fino a diventare un'autorità indiscussa (anche se spesso avversata), nonché una figura di culto per la gioventù ebraica di lingua tedesca. Con le sue riscritture delle leggende chassidiche è l'autore più importante nel transito verso Occidente della cultura ebraica dell'Est europeo, di cui promuove l'affermazione letteraria in Germania e nel mondo. Esiste infatti un'intenzione costante nella biografia intellettuale di Buber: recuperare, dell'ebraismo, gli elementi fondanti, costitutivi, distintivi; rinsaldare l'ebraismo nella coscienza della propria specificità e fisionomia cultural-nazionale, che sia capace di imporsi, all'interno del pensiero europeo, nella sua valenza di insostituibile componente dell'umanesimo moderno, di parte irrinunciabile del dialogo interconfessionale, ma anche, e prima di tutto, di fertile confronto tra le culture e le filosofie. È questa la prospettiva del "Rinascimento ebraico" con cui Buber ha inteso scuotere le coscienze sopite degli ebrei tedeschi assimilati, ormai lontani da ogni tradizione e da ogni sapere riguardante l'ebraismo, per restituire loro il senso concreto dell'appartenenza a una cultura che era quanto di più vivo e attuale i tempi avessero da offrire. Il "Rinascimento ebraico" voleva parlare anche ai tedeschi non ebrei, mostrando come quel popolo - tollerato per diciotto secoli e ritenuto legato soltanto a una sterile filosofia rabbinica - fosse capace invece di inventività e innovazione: in breve, con parole care a Buber, di vitalità e creatività negli ambiti più moderni e avanzati dell'intellettualità mitteleuropea. Il libro che qui proponiamo vuole tracciare una semplice linea nel pensiero buberiano sull'ebraismo e il sionismo, cercando di toccare, con una mirata scelta di scritti (molti dei quali inediti in Italia), il formarsi e il succedersi dei passi fondamentali di quelle riflessioni: i rapporti con il sionismo politico di Herzl; la nascita del sionismo culturale; quella sorta di grammatica dell'appartenenza ebraica che sono i celebri Discorsi di Praga; il costante commento con cui, dalle colonne della sua rivista «Der Jude», Buber accompagnò l'accadere storico dal 1916 al 1923. L'arco di tempo nel quale si sviluppa questa nostra silloge - dal 1899 al 1923 - non è stato scelto a caso. Nel 1899 Buber fa la sua apparizione sulla scena sionista. Il 1923 è un anno di svolta: esce Ich und Du, il libro che inaugura la strada di Buber come filosofo; si chiude la sua vicenda di direttore e ispiratore dello «Jude»; si è appena consumata la rottura con la dirigenza sionista; è iniziato il rapporto con Franz Rosenzweig e si sta definendo il progetto di traduzione della Bibbia. Con gli ultimi articoli dello «Jude» Buber già legge la politica alla luce della filosofia del dialogo, matrice della ricchissima saggistica politica con cui, fra altri temi, accompagnerà fino agli anni Sessanta la vita della Palestina. In quei saggi egli ribadirà senza sosta che il nazionalismo ebraico, una volta realizzato nello Stato, risponderà alla sua vera essenza e al suo compito fondativo solo se saprà dialogare e vivere in pace con i popoli: innanzitutto, naturalmente, con quel popolo che da secoli abita la stessa terra

    Introduzione a "Germanisti italiani e leggi razziali: fra subalternità e resistenza" "

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    L'introduzione a "Germanisti italiani e leggi razziali: fra subalternità e resistenza" inserisce la ricerca condotta dal volume nel contesto politico, storico e culturale dei primi sei anni del Terzo Reich tedesco (1933-1939) e della coeva fase del regime mussoliniano. Traccia inoltre la rete dei rapporti diplomatici e culturali che la germanistica italiana - a partire dal suo centro costituito dall'Istituto Italiano di Studi Germanici a Roma - si trovò a tessere e a gestire all'interno delle nuove relazioni politiche fra Italia e Germania. L'introduzione tocca il cuore della ricerca di gruppo, ossia lo stretto margine di libertà e autonomia che alcuni importanti germanisti riuscirono a ritagliare alla loro posizione istituzionale al fine di proteggere e aiutare studiosi tedeschi invisi al regime hitleriano

    Le storie di Rabbi Nachman. Prefazione

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    All’interno del volume indicato, il presente saggio analizza il primo volume chassidico di Martin Buber, “Le storie di Rabbi Nachman” (1906). Ne ricostruisce la genesi, ripercorre l’enorme lavoro filologico e traduttivo condotto da Buber sui vari testimoni dell’originale ebraico, esamina i risultati linguistici e narrativi in tedesco, osserva le studiate e significative divergenze dall’originale. Ricompone la storia della ricezione del volume presso le élites intellettuali e il pubblico di lingua tedesca – ebreo e non ebreo – del primo ventennio del XX secolo. Studia soprattutto, oltre al valore letterario dell’opera, i risvolti culturali e politici della sua pubblicazione. Martin Buber è infatti il primo ad aver introdotto nella cultura di lingua tedesca la mistica ebraica (allora totalmente sconosciuta in Occidente) e in particolare il movimento chassidico. “Le storie di Rabbi Nachman” sono il primo passo della formidabile operazione culturale di Martin Buber: il recupero e la valorizzazione di una Mitteleuropa ebraica sconosciuta nella temperie della cosiddetta “Jüdische Renaissance”, ossia nella battaglia del sionismo culturale – la cui paternità è dello stesso Buber – per ricostruire l’identità perduta degli ebrei della diaspora e per recuperare una tradizione dimenticata e rimasta sepolta sotto i colpi della modernità e del progresso. Alla coscienza degli ebrei dell’assimilazione, che avevano ripudiato il passato, i racconti dei grandi mistici chassidici dovevano far riaffiorare un mondo di creatività e spiritualità ebraica che li convincesse della forza della loro cultura. Ai tedeschi non ebrei, quei racconti dovevano svelare l’esistenza di correnti culturali di grande valore all’interno di un’ ”etnia” e di una “confessione” – i loro connazionali ebrei – che fino a quel momento era stata giudicata sterile, inutile e destinata soltanto ad essere ignorata

    La leggenda del Baalschem.Prefazione

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    All’interno del volume indicato, il presente saggio analizza il secondo volume chassidico di Martin Buber, “La leggenda del Baalschem” (1908). Ne ricostruisce la genesi, ripercorre il lavoro filologico e traduttivo condotto da Buber sui numerosissimi e spesso difficilmente decifrabili testimoni dell’originale ebraico e yiddish, esamina i risultati linguistici e narrativi in tedesco, osserva che il rapporto con l’originale è talmente complesso – le differenze sono enormi – da non consentire di parlare di una traduzione/edizione, ma di una vera e propria riscrittura. Gli intenti letterari e politico-culturali di Buber nel pubblicare questo libro sono gli stessi che hanno guidato la precedente edizione delle storie di Nachman, solo – visto l’intensificarsi e il radicalizzarsi dell’impegno cultursionista di Buber – più marcati, più espliciti, davvero militanti. L’universo ebraico-orientale che emerge da questo secondo volume – l’universo del Baalschem, il fondatore del movimento chassidico – è infinitamente più ricco, complesso, variegato e concreto del mondo fiabesco di Rabbi Nachman: è una vera fenomenologia della spiritualità “ostjüdisch” fra Settecento e Ottocento. Nella sua ricaduta politica, il “Baalschem” è molto più significativo del suo predecessore: con questo volume del 1908, alla cultura ebraica si aprono definitivamente le porte all’interlocuzione con la cultura tedesca. Sulla scorta del successo e della risonanza di questo libro (che Buber ripubblicherà in successive rielaborazioni fino alla sua morte) Buber diventerà, a partire dal 1909 (primo “Discorso sull’ebraismo” a Praga) l’intellettuale più noto e influente dell’ebraismo mitteleuropeo, e il vero costruttore della rinascenza ebraica e della nuova identità postassimilatoria
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