354 research outputs found

    The adoption of Balanced Scorecard: evidence from the field

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    This paper provides exploratory empirical evidence on 103 organizations’ degree of implementation experiences with Balanced Scorecard (BSC). It describes the way in which the BSC is currently interpreted and adopted in Italian organisations highlighting some important limitations. Using multiple regression analysis the paper confirms not only that the manner of BSC use is a real matters (Braam & Nijssen, 2004) but also that its technical design may seriously limit its effectiveness

    Attività assicurativa e rendiconti nella nuova realtà europea

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    Nel dicembre 1991, il Consiglio dei Ministri della Comunità Europea ha approvato la Direttiva 674/91 relativa ai conti annuali e consolidati delle imprese assicurative. Per queste ultime, infatti, non trovava applicazione la disciplina della IV Direttiva CEE, recepita nel frattempo nel nostro ordinamento ad opera del D.Lgs. n. 127/1991, che imponeva a tutte le società italiane, che non fossero, appunto, banche o assicurazioni, la redazione del Conto Economico in forma scalare a partire dai bilanci relativi al 1993. Tale esclusione è da ricercare proprio nel fatto che per queste società svolgenti “una particolare attività” il legislatore europeo ha ritenuto necessario intervenire con un’apposita direttiva di settore. La problematica del bilancio di esercizio delle imprese di assicurazione nell’ambito dell’Unione Europea ha visto, e vede tuttora, aspetti e situazioni di complessità e laboriosità del tutto particolari. Da tempo la creazione di un mercato unico delle assicurazioni è stata una delle priorità della Comunità. Intento sicuramente non agevole da realizzare dato che la creazione di un mercato interno delle attività di assicurazione comporta uno spazio senza frontiere interne in cui le imprese di assicurazione possano esercitare liberamente le loro attività. Nonostante le Direttive di prima, di seconda e di terza generazione riguardanti sia il ramo vita che il ramo diverso dal ramo vita, il processo di armonizzazione delle legislazioni in materia assicurativa degli Stati europei non è stato agevole. Ciò ha avuto riflessi anche in tema di bilancio, dal momento che la riserva prevista nella IV direttiva CEE del 1978, relativa alle imprese svolgenti particolare attività, si è gradualmente “sciolta” per le altre imprese di settore, ma ha lungamente resistito per le imprese di assicurazioni. Nell’ambito dei paesi aderenti alla CEE le norme di valutazione relative agli investimenti, infatti, erano, per alcuni, ancorate al “costo storico”, mentre per altri al “valore corrente”. Evidentemente la distanza tra queste due posizioni non era esigua e gli interessi che spingevano verso l’una o l’altra soluzione erano notevoli e molto sentiti. In effetti, in prima approssimazione appare di immediata percezione come una valutazione degli investimenti al “prezzo corrente” determini un ampliamento delle possibilità operative delle imprese nell’assumere impegni e nell’assicurare maggiore copertura ai fini del margine di solvibilità. Nello stesso tempo, però, va pure considerato come tutto ciò si ottenga per effetto di una mera valutazione dei beni investiti e non per un aumento degli investimenti stessi, che rimangono quindi “per certi aspetti” inalterati. Finalmente, nel dicembre del 1991, il gruppo di esperti incaricato, dopo un iter di preparazione alquanto “travagliato”, riuscì a concludere i propri lavori e a fornire i riferimenti generali per la predisposizione e l’emanazione della Direttiva n. 674 sui conti annuali e consolidati delle imprese di assicurazione. Scopo fondamentale di tale provvedimento era quello di completare il coordinamento delle norme contabili delle società di capitali, attuato dalla IV e VII Direttiva CEE, attraverso l’introduzione di una serie di norme specifiche in materia di bilanci delle imprese di assicurazione diretta e di riassicurazione, analogamente a quanto era stato fatto per le aziende di credito, con la Direttiva 635/86/CEE. Occorre aggiungere che, rispetto alla disciplina prevista dal D.P.R. 14 dicembre 1978, la Direttiva in questione limita la struttura obbligatoria ai soli due prospetti principali, ossia lo Stato Patrimoniale e il Conto Economico, cui si accompagna ovviamente l’allegato (Nota Integrativa). Non è prevista, quindi, la redazione di distinti bilanci per la “sezione vita” e la “sezione danni”, che vengono evidenziate nei distinti “conti tecnici” del ramo vita e del ramo non vita (danni), presenti nel Conto Economico e nelle informazioni da fornire nella Nota Integrativa. Quest’ultima, in particolare, nella Direttiva 674/91 viene ad assumere un ruolo decisamente centrale. Ciò premesso, specifica attenzione viene dedicata nel lavoro al tema delle valutazioni nel bilancio delle imprese di assicurazione di derivazione europea, con particolare riferimento alla valutazione delle “riserve tecniche” sia del ramo danni sia del ramo vita. Infine, l’opera rivolge la propria attenzione anche all’introduzione dei principi contabili internazionali IAS/IFRS nel settore assicurativo. Nel 2001, è stato, infatti, presentato dallo IASB il Draft of Principles of Insurance Contracts (DSOP) che si proponeva di costituire la base dei principi IFRS per i contratti assicurativi. Nel 2002 lo IASB, esposto alla crescente pressione esercitata dal settore assicurativo, ha deciso, in deroga alla scadenza ufficiale del 2005, di concedere al settore assicurativo una soluzione di compromesso suddividendo il progetto sui contratti assicurativi in due fasi: una prima fase è stata finalizzata a fornire la definizione di contratto assicurativo e una serie di norme transitorie affinché le imprese di assicurazione potessero giungere all’applicazione degli IFRS; una seconda fase, cominciata nel settembre 2004, è, invece, finalizzata a fornire indicazioni su aspetti concettuali e di carattere pratico più approfonditi, relativi al trattamento contabile dei contratti di assicurazione. A tal proposito, particolare attenzione viene dedicata nel lavoro agli effetti dell’uso del fair value nella valutazione dell’attività e passività assicurative

    Within-individual increases in innovative behavior and creative, persuasion, and change self-efficacy over time: A social cognitive theory perspective

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    Studies of innovative behavior (the generation, dissemination, and implementation of new ideas) have generally overlooked the agency perspective on this important type of performance behavior. Guided by social cognitive theory, we propose a moderated mediation relationship to explain why and how employees become motivated to make things happen through their innovative endeavors. First, we propose that within-individual increases in organizational trust and perceived respect by colleagues promote within-individual increases in creative, persuasion, and change self-efficacy over time. Second, we propose that within-individual increases in self-efficacy beliefs promote within-individual increases in idea generation, dissemination, and implementation over time. Finally, we propose that psychological collectivism (a between-individual variable) is a moderator and that a higher level of psychological collectivism weakens the positive relationship between within-individual increases in self-efficacy beliefs and within-individual increases in innovative behavior. Repeated measures collected from 267 employees in Italy at three time points over an eight-month period generally support our proposed dynamic moderated mediation relationship

    Studi e ricerche sul bilancio delle imprese di assicurazione

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    I problemi del bilancio, in specie del bilancio ordinario di esercizio, sono stati e sono tuttora ampiamente e diffusamente trattati da studiosi e da pratici delle discipline aziendali e commercialistiche. Su tali tematiche si è formata, quindi, una copiosa ed interessante letteratura con riferimento, però, all’impresa come tipo “generale” di azienda di produzione. Non si può dire altrettanto relativamente alle problematiche di bilancio delle imprese che svolgono attività di natura particolare. Tali imprese, evidentemente, aderiscono a settori produttivi “specifici” quali il finanziario, il bancario, l’assicurativo. La specificità dei settori produttivi appena menzionati trova anche formale riconoscimento da parte del legislatore del vigente Codice civile in tema di normativa contabile e di bilancio. La circostanza appena adombrata, che nel sistema economico generale vi siano unità di produzione la cui attività presenta caratteri e problemi del tutto peculiari, induce ad intraprendere il presente studio consapevoli che i particolari caratteri connaturati alla gestione di impresa di settori produttivi richiedano specificità di studi. In questo lavoro ci si propone, infatti, di studiare le strutture di bilancio delle imprese di assicurazione. L’attività di gestione di dette imprese è attività apparentemente nota. In realtà essa presenta aspetti e problemi di notevole complessità e delicatezza che si riflettono anche nella problematica di bilancio relativamente alle più idonee strutture di rappresentazione dei fenomeni e dei valori che hanno contraddistinto l’attività di azienda. Nel corso della trattazione si vedrà, infatti, come la problematica di bilancio, anche nel solo aspetto qualitativo, assuma un rilievo del tutto particolare nelle imprese di assicurazione. Ciò, peraltro, non esimerà dal trattare alcuni aspetti quantitativi dei fenomeni assicurativi se ed in quanto influenti sulla struttura del capitale e del reddito di dette imprese. Nello specifico, il lavoro affronta innanzitutto la problematica del bilancio di esercizio delle imprese, con particolare riguardo al processo di tipizzazione secondo un contenuto prestabilito, soffermandosi sul “bilancio tipo” delle aziende di assicurazione e sulla relativa unificazione contabile. A tal proposito, particolare attenzione è rivolta al piano dei conti predisposto secondo la vigente normativa. Al fine di una migliore comprensione dell’attuale bilancio di esercizio delle imprese di assicurazione, dopo aver delineato i caratteri fondamentali di tali aziende ed i relativi riflessi sulle strutture di reddito e di capitale, l’opera analizza l’evoluzione di tale documento. In particolare, richiamando i modelli predisposti per legge nel 1887, nel 1928 e nel 1978, l’autore si sofferma su alcuni studi di strutture di bilancio proposti in passato, volti al superamento delle principali criticità riscontrate, che hanno trovato parziale accoglimento nella disciplina successiva

    The Use of Financial and Non-Financial Performance Measures: A Contingency Perspective

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    Financial and non-financial index and indicators are applied in industry for measure firmsâ€TM business and operational performance. Different mix of measures are usually implemented in practice and we argue that, to a certain extent, this variability can be explained according to some contextual factors, as for instance environmental uncertainty, decentralization, type of strategic organizations and managerial practices.We develop hypothesis on the association between the usage of certain performance measures and this factors in a contingency perspective. Exploratory research based on large scale survey on manufacturing firms supports our investigation and test of the research hypothesis. Reliability and validity of the survey instrument are verified and factor analysis is used for categorizing many performance measures in financial- and non-financial-based constructs. Multiple regression analysis is used to verify the relationships between the intensity of use of the performance measures and the contextual factors under study. We also look at performances from two different perspectives, the actual performance and the perceived performance, in order to see, in case it occurs, if and how there is a gap between the two and we eventually make initial attempts to explain this gap

    Controllo, revisione e vigilanza sulle attività e sul bilancio delle imprese di assicurazione

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    La disciplina pubblicistica sul controllo di enti ed imprese di settori di attività ritenuti particolarmente delicati, coinvolge anche le imprese di assicurazione. In precedenza lo Stato, ossia la pubblica amministrazione, nella fattispecie il Ministero dell’industria commercio ed artigianato esercitava l’attività di controllo e di vigilanza sulle assicurazioni private. Successivamente, è stato istituito un apposito ente, dotato di autonomia, cui si sono trasferiti compiti e funzioni che prima erano riservati alla Direzione generale delle assicurazioni private del ministero predetto. Tale ente si denomina ISVAP – Istituto per la Vigilanza sulle Assicurazioni Private e di Interesse Collettivo. La fondamentale funzione ad essa assegnata è costituita dalla vigilanza da esercitarsi su tutte le imprese che svolgono attività di assicurazione o di riassicurazione, in qualsiasi forma, nel territorio italiano. A tal fine l’ISVAP provvede: a) al controllo sulla gestione tecnica, finanziaria e patrimoniale; b) all’esame ed alla verifica dei bilanci; c) alla vigilanza sull’osservanza delle leggi e dei regolamenti vigenti. Particolare attenzione è dedicata al principale strumento di controllo sulle imprese di assicurazione: il margine di solvibilità. L’origine di tale importante strumento di controllo della capacità dell’impresa di assicurazione di far fronte ai propri impegni può essere fatta risalire al Trattato di Roma del 1957. Tale Trattato, infatti, nel dare formalmente inizio alla Comunità Economica Europea, contemplò, tra l’altro, l’armonizzazione delle legislazioni nazionali in ordine ad una serie di condizioni e situazioni operative relative all’attività delle imprese del tipo societario. In tale ambito l’attività delle imprese di assicurazione fu oggetto di due direttive fin dal 1973 tendenti ad uniformare le condizioni operative al fine di assicurare ad ogni impresa libertà, di esercizio e di concorrenza. A tale scopo la normativa comunitaria istituì il “margine di solvibilità” (Direttiva n. 239), costituito da quella parte del patrimonio, libero da qualsiasi impegno prevedibile, così come previsto dall’art. 16 della Direttiva medesima. In Italia il “margine di solvibilità” per la prima volta è stato introdotto e disciplinato con legge 10 giugno 1978, n. 295. Il sistema di controllo del sistema assicurativo ha, quindi, fissato una serie di condizioni legislative e regolamentari che impongono alla singola impresa di assicurazione, la costituzione di adeguati accantonamenti tecnici, l’investimento delle risorse corrispondenti a tali accantonamenti secondo modalità tali da garantire la capacità dell’impresa di far fronte agli impegni che si dovessero presentare in un certo istante della vita dell’impresa, la presenza di fondi propri di entità adeguata rispetto ai rischi emergenti. Il controllo dell’adeguatezza dei fondi propri a disposizione dell’impresa, costituisce l’essenza della vigilanza prudenziale del settore assicurativo. Tuttavia, lo sviluppo emergente del fenomeno dei gruppi di società, ha coinvolto inevitabilmente anche le imprese di assicurazione e ha reso insufficienti tale misura generando, nel contempo, la creazione progressiva di strumenti integrativi di vigilanza che contemplassero quelli che sono gli effetti dell’appartenenza o partecipazione ad un gruppo sull’economia dell’impresa di assicurazione. Un significativo rafforzamento delle misure di vigilanza nell’ottica della solvibilità delle imprese di assicurazione appartenenti ad un gruppo, si deve alla recente Direttiva 98/78/CEE del 27 ottobre 1998, relativa alla “vigilanza supplementare sulle imprese di assicurazione appartenenti ad un gruppo assicurativo”. La Direttiva, che è stata recepita con il D.Lgs. 17 aprile 2001, n. 239 ha mirato a consentire alle autorità di vigilanza di valutare la situazione finanziaria delle imprese appartenenti al gruppo sulla base di una situazione di “solvibilità corretta”, vale a dire di una situazione in cui siano eliminate tutte le distorsioni e le duplicazioni nel conteggio dei fondi propri dell’impresa dovute alla presenza di strutture partecipative e all’operatività infragruppo. Viene sostanzialmente introdotto un sistema di strumenti di “vigilanza supplementare” da applicare all’impresa appartenente ad un gruppo. Particolare attenzione viene, a tal proposito, dedicata all’analisi delle metodologie e dei criteri per il calcolo della “situazione di solvibilità corretta”

    Leadership For Mitigating Ripple Effects in Supply Chain Disruptions: A Paradoxical Role

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    For leadership, responding to supply chain disruptions can be paradoxical. Supply chain disruptions can rattle the stability and operational norms of a company and its stakeholders. Without an unwavering effort to contain the damage, such disruptions can easily propagate and become even more damaging. This assertion suggests that decisive leadership is fit for the purpose. However, supply chain disruptions often sever multiple value-generating streams, creating a ripple effect across organizations. Re-establishing production links in a web of inter-organizational exchanges requires careful examination of what is at stake by purchasing and supply managers. This alternative assertion suggests that an adaptive leader is fit for the purpose. The concurrent need for decisiveness in leadership and adaptiveness in leadership can be paradoxical. In this study, we explore this issue by assessing how leader’s adaptive decision-making (ADM) affects the extent of operational performance damage caused by different forms of supply chain disruptions. Using paradox and leadership theories, we offer hypotheses related to unexpected, complicated and enduring supply chain disruptions. We empirically test our hypotheses using secondary (financial) and primary (managerial assessment) data from a cross-section of 251 manufacturing firms. Results show a concave curvilinear relationship between leader’s ADM and operational damage from supply chain disruptions, suggesting that moderate levels of ADM are optimal. Higher ADM is particularly effective to diminish ripple effects in the face of rare disruptions. Instead, low ADM is more effective in the face of unexpected and complicated disruptions

    Goal striving, idiosyncratic deals, and job behavior

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    Two important gaps remain to be filled in the idiosyncratic deals (i-deals) literature. First, it is unclear which employees are predisposed to seek and receive i-deals. Second, it is unclear how employees’ perceptions of whether their coworkers are receiving i-deals affect their own i-deal experiences. This study proposed a theoretical model suggesting that (a) three key motivational goals identified in human development research, i.e., achievement, status, and communion striving, predispose employees to seek and receive i-deals; (b) employees’ perceptions of whether their coworkers are receiving i-deals moderate these relationships; and (c) employees’ i-deals are related to their job behavior. Data collected from more than 400 working adults in Italy showed that employees’ motivational goals (particularly achievement and status striving) were positively related to the levels of i-deals they received, and that these i-deals were in turn positively related to supervisors’ assessments of their in-role job performance, voice behavior, and interpersonal citizenship behavior. High perceptions of the extent to which coworkers received i-deals further strengthened the relationship between status striving and employees’ perceptions of their own i-deals, highlighting a trait-situation interactionist perspective on employees’ i-deal experiences
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